I rom e la lunga storia del razzismoTribuno del Popolo
giovedì , 30 marzo 2017
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I rom e la lunga storia del razzismo

Qualche giorno fa la Repubblica pubblicava un video dal titolo “Il sogno del bambino rom: “Voglio imparare a non rubare””. Un’intervista a un ragazzino rom che lascia intendere che si debba insegnare loro a non rubare poiché questo sarebbe nella loro indole. Se questo non è razzismo!?

Fonte: Oltremedianews

Nell’intervista a Rinaldo si chiede al piccolo cosa vuole fare da grande e cosa pensa di quelli che rubano. “Come si fa a rubare?” è una delle domande. Si dà per scontato che un bambino sappia come si faccia  a rubare, lo si dà per scontato perché è un bambino rom. Ora anche volendo dare il beneficio del dubbio all’intervistatore che magari non avevaintenzioni razziste nelle sue domande, la cosa è ugualmente allarmante perché si pone l’attenzione su un bimbo perché avrebbe la peculiarità di non rubare e di non volerlo fare in futuro. Peculiarità che lo distinguerebbe dagli altri membri della sua comunità che invece, come emerge dall’intervista, rubano tutti.

I rom, un gruppo etnico originario dell’India settentrionale che sono arrivati in Europa nel quattordicesimo secolo, sono molto diversi tra di loro. Sono 12 milioni i rom nel mondo e altrettante le idee sbagliate su chi essi siano. Le poche cose che hanno in comune sono la lingua, il romani, e la persecuzione che affrontano da 500 anni. Prima schiavi, poi vittime dei pogrom e messi al bando ovunque e ancora vittime del genocidio nazista, il porajmos, letteralmente devastazione. La loro storia è caratterizzata da alienazione, persecuzione e fuga. Vengono chiamati anche zingari o gitani perché gli europei erano convinti che venissero dall’Egitto. I rom dell’Italia sono conosciuti anche come sinti, mentre nelle società anglosassoni vengono spesso chiamati “travellers” nonostante la maggior parte di loro non ha mai cambiato paese per generazioni.

In Italia i rom sono circa 100.000 di cui 12.000 vivono negli accampamenti. In tutto il paese ce ne sono 167 e la maggioranza non autorizzati. Non sono riconosciuti come minoranza linguistica in quanto nomadi, e perciò soggetti a frequenti spostamenti in altri paesi. Convinzione quanto mai errata poiché la metà dei rom italiani ha la cittadinanza e la maggior parte dell’altra metà ha sempre vissuto in Italia ed è italiana a tutti gli effetti, eccetto quello giuridico. Considerare i rom esclusivamente come dei nomadi implica anche delle politiche di segregazione che si esprimono nell’istallazione di campi nomadi fuori dalle città, rendendo nulla qualsiasi possibilità di “integrazione”. L’ILO, l’agenzia per il lavoro dell’ONU ha condannato l’Italia per il clima di intolleranza esistente nei loro confronti.

Il concetto di integrazione andrebbe trattato con molta delicatezza, poiché non deve in nessun modo significare l’abbandono della loro cultura, ma più semplicemente un uguale accesso ai servizi pubblici. L’emarginazione sociale e culturale, insieme all’assenza di politiche di integrazione, è la causa principale del loro “stile di vita”. Il divario tra la retorica europea sui diritti umani e la realtà delle comunità rom dovrebbe far riflettere. In Grecia i rom, che sono 150.000, subiscono maltrattamenti da parte della polizia. In Germania si prendono misure preventive su loro eventuali crimini. In Spagna i genitori non-rom protestano contro la loro presenza nelle scuole pubbliche. In Irlanda i rom vengono addirittura cacciati dai pub.

Quando scompaiono i bambini il primo pensiero è che sia stato rapito dai rom. Come a novembre in Grecia, quando una bimba fu sottratta alla famiglia perché aveva gli occhi azzurri. Il DNA confermò che la bambina era rom, ma ciò non impedirà le campagne denigratorie ogni volta che un caso simile accadrà di nuovo.

Elda Goci

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