I "saggi" e la politica: l'effettività della democrazia | Tribuno del PopoloTribuno del Popolo
venerdì , 21 luglio 2017
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I “saggi” e la politica: l’effettività della democrazia

La nomina delle due commissioni di lavoro operata da Napolitano inizia a suscitare i primi dissapori in Parlamento. Dopo una prima approvazione quasi unanime, i tre grandi partiti usciti vincenti dalle elezioni manifestano il loro disappunto per questo assetto nonostante sia destinato a durare solo per poco tempo. Sono in molti inoltre ad avanzare considerazioni sull’effettiva consistenza della democrazia.

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Fonte: Oltremedianews

Che il mondo occidentale sia figlio della cultura greca è una questione nota a tutti, ma a nessuno sfugge la siderale lontananza di spessore culturale tra i nostri tempi e la Grecia classica. In uno scritto intitolato “Protagora” Platone, forse per primo, individuava i nomi dei Sette Saggi greci considerati già nel V sec. a.C. sommi ispiratori della cultura greca e massimi referenti della saggezza pratica. Queste figure a metà tra il mito e la realtà, in estrema sintesi, erano di volta in volta assunte dai vari interpreti come fari dell’agire pratico o della riflessione speculativa. Conoscenza e capacità d’azione: le stesse doti riconosciute ai “saggi” nominati da Napolitano in questo momento di estrema precarietà politica, sociale, culturale ed economica (il lettore perdoni il brusco passaggio dall’eden al deserto).

Le due commissioni di sapienti, insieme ad alcuni esponenti della politica tradizionale, avranno il delicato compito di operare con un bisturi finissimo un rude brontosauro moribondo senza fargli del male e senza pregiudicarne la vita futura.Napolitano si è comportato come si fa sotto uno stato di assedio: ha delegato ad una cerchia ristretta le decisioni strategiche più urgenti eludendo il prolisso e a volte un po’ sconclusionato dibattito parlamentare. Ma questa analogia è vera solo in parte dal momento che i progetti delle due commissioni saranno presentati al Parlamento per la legiferazione. Questa opera che crea un’inedita distinzione tra l’attività maieutica della norma e la sua conversione in legge ha però già trovato le prime critiche sia in Parlamento che nella società civile. Per quanto riguarda la politica, dopo un primo cenno di unanime assenso, gli ardori parlamentari ridestatisi dal pranzo di Pasqua hanno fatto sì che PdPdl e M5S abbiano già posto i rispettivi condizionali ai due gruppi. In particolare i tre grandi vincitori delle elezioni da un lato sono dubbiosi sull’effettiva necessità dell’istituzione dei gruppi e dall’altro fremono per poter riprendere in mano le briglie del comando. E il fatto che nessuno dei tre sia riuscito a scongiurare la nascita forzosa di questa oligarchia non sembra preoccuparli più di tanto, come se la questione non li riguardasse in pieno. In secondo luogo la “politica tradizionale” ha già avvisato i “saggi” di avere a disposizione solo il tempo strettamente necessario per fare quelle due o tre cose più urgenti come la riforma elettorale e lo sblocco dei fondi per il pagamento da parte della PA alle imprese italiane. Dopo il primo soccorso il rude brontosauro tornerà infatti ad autodeterminarsi tramite normali elezioni.

Nella società civile invece, oltre ad un senso di sfinimento e rassegnazione davanti ad un perpetuo fallimento, sono in molti ad interrogarsi sull’effettività democratica del nostro Paese. In primis a nessuno sfugge di certo che è stato confermato il governo tecnico del politico Monti, che alle elezioni ha raccolto solo il 10% dei voti, e in secundis la scissione tra ideazione e legiferazione della norma non fa altro che verticalizzare una piramide già di per sé abbastanza irta per via del mandato libero (art. 67 Cost.) e dell’elezione indiretta del governo. Siamo quindi davanti ad uno scandalo senza precedenti? Luciano Canfora ci dice da tempo che non è così. Ho detto non a caso “da tempo”, in quanto il Prof. Canfora racconta da molti anni lo svuotamento della sostanza democratica della politica, sostituita da un potere ben nascosto dietro al fantoccio vuoto della liberal-democrazia. La sua tesi è che mentre al tempo dei “sette savi greci” il potere si mostrava e si faceva celebrare in tutta la sua magnificenza gareggiando in sfarzosità con i rivali, oggi il vero Potere risiede nascosto in qualche grattacielo del Nord Europa e del Nord America, lungi dal sottoporsi all’elezione del popolo, e ha cannibalizzato il senso della democrazia (vi dicono niente FMI, Conferenza Trilaterale e multinazionali?).

Da un lato quindi non dobbiamo scagliarci a testa bassa contro questa oligarchia, che sarà transitoria e sotto la lente d’ingrandimento di giornali, politici e opinionisti vari, ma d’altro canto dobbiamo riflettere sul significato più profondo di questa esperienza e domandarci se la democrazia liberista occidentale, che ci ha condotti a questa situazione, sia davverol’unica forma di governo possibile. I meccanismi liberisti occidentali, coniugati con una buona dose pluritrentennale di incapacità politica, ci mettono davanti ad un dilemma kafkiano che non avremmo mai voluto dover considerare: ci affidiamo ai “saggi” facendoci condurre chissà dove o rivendichiamo il nostro sommo diritto di decisione consci che potrebbe farci impantanare nuovamente? Mentre nel mondo antico, come già detto in apertura, queste figure erano assunte a garanti della civiltà greca, ad oggi, nello spirito post-moderno del XXI secolo, i “saggi” sembra proprio invece che raffigurino l’emblema del decadimento della tradizione classica greco-romana, di quella rinascimentale e di quella illuminista.


  Fabrizio Leone
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