Identità e cattiva coscienza. Il difficile congresso del PdTribuno del Popolo
martedì , 24 ottobre 2017
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Identità e cattiva coscienza. Il difficile congresso del Pd

La perdita dell’identità

All’indomani della condanna definitiva di Berlusconi il direttore di Repubblica, Ezio Mauro, nell’editoriale “Le conseguenze della verità”, del 2 agosto 2013, scriveva:”Per giungere a questo esito – rendere compiutamente giustizia – ci sono voluti 10 anni di indagini, 6 anni di cammino processuale continuamente accidentato dai ‘mostri’ giudiziari costruiti con le sue mani dal premier Berlusconi [..] Rivelatisi infine inutili anche i ‘mostri’, che hanno menomato il processo ma non sono riusciti ad ucciderlo, è scattato il ricatto psicologico su istituzioni deboli e partiti disancorati da ogni radice identitaria” (evidenziazioni mie). Qualche giorno dopo, il medesimo, nell’editoriale del 7 agosto “Perché bisogna dire no”, aggiungeva: “Ma la disperazione berlusconiana sta raccogliendo tutti gli elementi sparsi della cultura ventennale di una destra populista, carismatica, a-occidentale, per comporre una testa d’ariete e forzare istituzioni deboli, partiti prigionieri della loro indeterminatezza, soprattutto identitaria” (evidenziazioni mie).

Le due citazioni contengono delle valutazioni pienamente condivisibili e, per certi aspetti, inattese o almeno singolari. Singolari e bizzarre, visto il pulpito da cui proviene la predica, e cioè dal quotidiano e dal gruppo editoriale che più si è speso nel processo di cambiamento, anzi di annientamento, del Partito Comunista Italiano, un partito dotato più di altri di una forte caratterizzazione identitaria. Il quotidiano che ha auspicato, accompagnato, promosso e gestito la mutazione genetica del Pci, invitandolo perentoriamente a buttare con l’acqua sporca anche il bambino, ed irridendo spesso chi a quella trasformazione si opponeva, venti e più anni dopo la sua battaglia, dinanzi all’esito di quel processo che ha portato il Pci ad essere l’attuale Pd, versa lacrime di coccodrillo e dichiara la sua insoddisfazione di fronte al risultato raggiunto.

Le valutazioni di Ezio Mauro, seppur tardive – potremmo dire meglio tardi che mai – mettono impietosamente in luce il problema del Pd, “un partito mai nato” (Cacciari), “un amalgama mal riuscito” (D’Alema). Considerazioni anche reticenti, perché nei due editoriali non si nomina esplicitamente il Pd, ma si preferisce la formulazione ambigua di “partiti”, ben sapendo che non è al PdL o al movimento di Grillo che Mauro vuole riferirsi ma, tertium non datur, è al Pd ed alla sua appendice di Sel che sono rivolte le critiche del direttore di Repubblica. I “partiti”, poi, ovviamente sono solo quelli che siedono in Parlamento, degli altri non curat philosophus.

Con chi prendersela, allora, se abbiamo partiti “disancorati da ogni radice identitaria” , “prigionieri della loro indeterminatezza”? Non credo che leggeremo un’autocritica di Repubblica su questo tema; l’autocritica non appartiene ai fogli della cultura liberal-democratica. Dobbiamo accontentarci di questo parziale ed indiretto riconoscimento delle ragioni di quelle forze, e di quelle personalità, che da anni denunciano questa anomalia di un partito che, pirandellianamente, è “uno, nessuno e centomila”. Considerazioni che vengono dopo molti anni di irrisione delle “ideologie” e del fastidio snobistico verso chi continuava a riferirsi ad un sistema di valori e ad alcune idee forti della sinistra.

Una delle definizioni più sprezzanti usata verso la sinistra comunista, verso Rifondazione Comunista ed il Partito dei Comunisti italiani (per non parlare dei tanti altri che si definiscono “comunisti”) è stata quella di essere, questi partiti, succubi di una “deriva identitaria” (D’Alema, Vendola). Due giudizi di valore in una sola espressione: essere alla deriva, quindi non sapere dove andare, essere in balia delle onde, ed aggrapparsi come naufraghi alla zattera dell’identità (comunista). Dei poveracci insomma. Nessuno ha rinfacciato il contrario, a questi alfieri della modernità (post-comunista), di essere in una deriva “non identitaria” ma tant’è, non è questo che conta, ma capire cosa si nasconda dietro la saccente scomunica dei nuovi depositari dell’idea di sinistra del nostro tempo e del nostro secolo. Sarà poi compito dei comunisti del XXI secolo dimostrare la praticabilità e l’attrattività del comunismo nell’epoca post-sovietica e su questo essere eventualmente incalzati e sfidati ad un confronto programmatico e politico, non certo sul tema dell’identità. È forse una colpa avere un’identità?

Italo Calvino ci ha regalato un apologo sulla mancanza di identità, esilarante e tragico. Nel “Cavaliere inesistente”, uno dei racconti della Trilogia araldica, due personaggi, il cavaliere inesistente Agilulfo e il fante Gurdulù rappresentano le due facce di una stessa realtà: Agilulfo c’è e non c’è, parla, cammina, combatte dentro un’armatura bianca all’interno della quale non c’è nessuno. Invece Gurdulù è una persona in carne ed ossa, ma non sa chi è, cambia continuamente, pensa di essere ciò che vede: se vede una zuppa è zuppa, se vede una rana inizia a comportarsi come tale. La gente lo chiama con diversi nomi, ma a lui non importa, qualsiasi nome gli è indifferente, qualsiasi nome gli va bene. Agilulfo e Gurdulù si completano a vicenda, due espressioni di un vuoto d’essere, di un’as­sen­za ontologica.

Ma nella storia della nostra letteratura vi è un esempio forte della rivendicazione dell’identità politica dell’uomo, l’incontro che Dante immagina con Farinata degli Uberti nel Canto X dell’Inferno. È l’incontro-scontro tra due avversari politici, capo dei Ghibellini Farinata, Guelfo invece Dante. Quando Farinata sente la parlata toscana di Dante che conversa con Virgilio si erge dall’avello e chiede “quasi sdegnoso” a Dante “Chi fuor li maggior tui”? e dopo che Dante ha dichiarato la sua appartenenza, Farinata ricorda: “Fieramente furo avversi/a me e a’ miei primi e a mia parte”, ma per ben due volte vi battemmo. E Dante ribatte che i Guelfi “S’ei fur cacciati, ei tornar d’ogni parte” tutte e due le volte, mentre “i vostri non appreser ben quell’arte”. Dal verso 45 al verso 81 si svolge un dialogo drammatico, tra due uomini di parte, tra il ghibellino che ricorda superbamente le sue vittorie e il guelfo che si risente e rinfaccia la cacciata finale dei ghibellini da Firenze.Certamente al sommo poeta non venne in mente di rinfacciare a Farinata degli Uberti di essere, anche dopo morto, ancora vittima di “una deriva identitaria”!

Paradossale, apparentemente, da parte del Pd, partito “senza identità” accusare chi invece una identità la rivendica. Peggio ancora se si tratta di un’identità comunista. Achille Occhetto, nella sua ultima fatica letteraria, La gioiosa macchina da guerra (E.I.R. 2013) liquida, lo stupore ed il dolore che attraversò militanti, elettori, simpatizzanti del Partito, all’annuncio del cambio di nome, come travagli “di alcuni intellettuali che sentivano con apprensione di poter perdere il loro bambolotto di pezza… come aveva alluso Mussi con la sua felice metafora” (pp. 284-285).

Massimo D’Alema, nel suo libro Controcorrente (Laterza 2013), intervistato da Peppino Caldarola, rincara la dose; con la ‘svolta’ della Bolognina, e sul cambiamento di nome del Pci, così giudica la posizione di Ingrao: “In lui ci fu un’ostilità immediata alla svolta e un ripiegamento identitario di cui tuttora non riesco a ricostruire per intero le ragioni” (p. 5). E più avanti, a proposito della sconfitta subita dai DS nel 2001, rileva che la sconfitta rimise “in campo posizioni di tipo identitario. In questo caso di tipo identitario-moralistico” (p. 83) (evidenziazioni mie). Appare chiaro, da tutto il ragionamento che D’Alema svolge nel libro-intervista, la rimozione della storia e dell’azione del comunismo italiano, del Pci e del movimento operaio italiano. È un vade retro verso chiunque voglia riprendere, in modo non formale e diplomatico, non solo la politica fatta dai comunisti ma anche il nome, il nome e la cosa. Gli altri obiettivi polemici di D’Alema sono il moralismo, il movimentismo, il giustizialismo e, peggiore di tutto, il “giustizialismo populista” (pp. 83, 85, 117). A questo bestiario politico fa da contraltare la virtù e la modernità di una sinistra riformista dotata della “cultura di governo”.

Alla ricerca dell’identità perduta

Abbiamo assistito, nel corso degli ultimi mesi, ad una serie di interviste dei leader del Partito Democratico, la maggior parte di provenienza ex Pci e pochi di origine democristiana, dove tutti hanno sottolineato che, compito del Partito che uscirà dal Congresso, sarà quello di darsi finalmente una identità. Hanno raccolto l’invito di Ezio Mauro? Sembrerebbe di sì, perché ora pare che tutti abbiano scoperto “il peccato originale” da cui emendarsi.

Gianni Cuperlo (Corriere della Sera del 17 agosto 2013), dichiara che “chi si candida adesso alla guida del Pd dovrà dedicarsi a tempo pieno a questo impegno, con passione [..] perché questo è un progetto che va ricostruito nella sua identità”. Pier Luigi Bersani (Repubblica del 29 agosto 2013) dichiara “Il Pd deve diventare una forza politica stabile e riformista” (evidentemente non è, oggi, né stabile né riformista, e lo dice l’ex segretario, il fu Mattia Bersani). E più avanti aggiunge: “C’è una fiaccola da tenere alta, quella degli ideali della sinistra [..] Il tema del congresso deve essere l’analisi dei 20 anni che abbiamo alle spalle [..] Siamo o no maturi per arrivare a costruire un soggetto politico autonomo o ci accontentiamo di un spazio neutro aperto alle avventure personalistiche? [..] Tutti i candidati (alla guida del partito) dovranno dire una parola, descrivere la missione che hanno in mente per i prossimi anni: con chi, contro chi, per fare che cosa”. Quindi un partito che sia “autonomo” e non “neutro”, ma dotato di una sua precisa identità, chiaro nelle sue alleanze ed altrettanto chiaro nell’individuare i suoi avversari ed infine portatore di un progetto e di un programma. Matteo Renzi, il giorno dopo, sempre su Repubblica, a proposito della sua corsa per la premiership, risponde: “Io non ho fretta. Voglio,ricostruire il Pd e dargli un’identità completamente diversa, semmai ne ha avuta una”. Infine Eugenio Scalfari nel suo editoriale dell’8 settembre scrive che il prossimo congresso del Pd sarà importante “per ricostruire l’identità di un partito ancora molto ammaccato e scegliere un leader che la impersoni nel quadro di una nuova ed efficiente struttura organizzativa”. Alfredo Reichlin paventa (L’Unità del 15 novembre) l’americanizzazione del partito “cioè un modello di partito pigliatutto, elettorale, senza identità culturale e senza storia [..] non bastano le chiacchiere, bisogna partire dalla catastrofe del capitalismo finanziario [..] pensate che sia veterocomunismo partire dalla tragedia che sta vivendo la nuova generazione?”

Per loro stessa ammissione i più importanti dirigenti del Pd, quindi, divisi su molte cose, su una pare concordino tutti: il Pd non ha una precisa identità politica. Gli elettori, i militanti, gli iscritti, il “popolo delle primarie”, hanno sostenuto per vent’anni un “cavaliere inesistente”?

Ma è poi vero che il Pd non abbia un’identità?

“Chi fuor li maggior tui?” chiedeva Farinata degli Uberti a Dante e non intendeva certo la discendenza familiare, gli antenati, ma i suoi riferimenti politici, la famiglia politica di appartenenza.

Nel confronto a cinque offertoci da SKY TG 24 tra i candidati alle primarie della coalizione di Centro-sinistra, “Italia bene comune”, (l’alleanza tra Pd, Sel e Centro democratico), Enrico Mentana chiese di indicare quali fossero i nomi che ciascun candidato avrebbe messo nel proprio Pantheon, “Fate due nomi del vostro Pantheon di sinistra”. I cinque candidati, tre del Pd e cioè Bersani, Renzi e Puppato, uno di Sel, Vendola e uno del CD, Tabacci, così risposero: Pier Luigi Bersani indicò come figura di riferimento Papa Giovanni XXIII, Laura Puppato la dc Tina Anselmi e la comunista Nilde Iotti, Matteo Renzi il leader sudafricano Nelson Mandela e la blogger tunisina Lina. Nicola Vendola, invece, il cardinale Carlo Maria Martini (“Un uomo che ci manca molto” aggiunse) e Bruno Tabacci, il leader democristiano Alcide De Gasperi ed il partigiano democristiano Giovanni Marcora. Queste risposte ci dicono molte cose. Su 8 personalità indicate, ben 5 sono esponenti del mondo cattolico e democristiano. Una sola del mondo comunista, due straniere. Meritevole di encomio, indubbiamente, il solo Tabacci, unico a non vergognarsi del suo passato ed orgoglioso di rivendicare una discendenza dalla democrazia cristiana di De Gasperi e dall’antifascimo della Resistenza di Marcora. La Puppato rivendica l’eredità di due donne di sinistra come la Anselmi e la Iotti, una democristiana l’altra comunista, accontentando un po’ tutti; di Renzi non vale la pena parlare, data la insincerità delle sue scelte sempre in sintonia con l’evidenza mediatica dei fatti del momento (non possiamo certo rallegrarci per non aver indicato personalità anglosassoni come nel passato veltroniano).

Ciò che stupisce è la scelta di Bersani. Come non ricordare, ad esempio, per il partito che si vuole l’erede del Pci, e che su questa filiazione lucra milioni di voti di un elettorato che si sente parte di quella storia, soprattutto nelle cosiddette “regioni rosse”, i nomi di Gramsci e Berlinguer?

Ancor più che stupefacente, l’indicazione di Vendola, leader di un partito che si considera a sinistra del Pd (non discutiamo il valore di una personalità come il Cardinal Martini ovviamente), che non metterebbe nel suo Pantheon non dico Marx o Lenin (eppure Vendola proviene da Rifondazione Comunista!) ma, ad esempio, Pier Paolo Pasolini, personalità congeniale al profilo del leader di Sel?

Opportunismo? Ricerca di facili ed ampi consensi? Adeguare il messaggio al mezzo (televisivo)? Ma in questo modo si costruisce un senso comune che non mette in questione “lo stato di cose presente”, che legittima le posizioni moderate, che conferma i valori dominanti che sono “i valori della classe dominante”, che porta acqua al mulino dei detrattori non solo delle idee socialiste e comuniste, ma delle idee di sinistra tout court. In sostanza si costruisce una identità fluttuante, in balia delle mode del momento, utile a prendere voti di opinioni fluttuanti. Risposte alla “Che tempo che fa”, buone per lo spettatore medio, fazio-democratico.

Come siamo arrivati a tutto questo? Perché esponenti “di sinistra” si vergognano a tal punto della loro storia?

La cattiva coscienza del Pd (e di Sel)

Un critico non prevenuto, Asor Rosa, cosi’ risponde ad una domanda dell’intervistatrice, Simonetta Fiori, su Repubblica del 24 agosto 2013, a proposito della fine del Partito Comunista iniziata da Occhetto: “cio’ a cui oggi assistiamo è il terribile effetto finale della scelta occhettiana. Chi sul piano storico potrebbe darmi torto? Occhetto trasformò una battaglia sacrosanta (sic!) in una improvvisazione teatrale. Da quel momento, che coincide con la dissoluzione di un partito di due milioni di iscritti, è cominciato il terribile degrado della sinistra” e prosegue, rispondendo ad un’altra domanda, “Il problema, oggi, è che la sinistra non è più sicura di sé. Ha tagliato le proprie radici. Anche l’orgoglio della propria identità. E s’è rifugiata in una subalternità da cui fatica ad uscire”. Asor Rosa rincara la dose nel suo articolo “Il tempo delle volpi”, la cui ‘astuzia’ ha portato al disastro attuale (Il Manifesto del 20 novembre) “frutto di una serie prodigiosamente lunga, ormai quasi trentennale, di ‘astuzie politiche’ [..] che si sono succedute nel tempo a opera di un gruppo dirigente che si è creduto tanto scaltro da cadere sovente nella stupidità. Se Matteo Renzi, a quanto pare, è il nostro futuro, questo vuol dire che la Bolognina, la prima grande ganzata della nostra storia di sinistra, è arrivata finalmente al suo traguardo finale”.

Perdita dell’identità legata alla perdita della rappresentanza degli interessi del mondo del lavoro. Il partito del veltroniano ‘non solo ma anche’, dei Colaninno e dei Calearo, in ultima analisi, e di un mondo del lavoro camussianamente addomesticato e sterilizzato.

L’operazione di cancellazione della memoria, e della propria storia, ha portato i dirigenti del Pd a cercare di cancellare in tutti i modi la sinistra che si definisce comunista. Le leggi maggioritarie, le soglie di sbarramento, il silenzio dei media hanno cercato di eliminare la cosa “comunista” ma anche il nome, ormai impronunciabile per Bersani, D’Alema, Veltroni, Finocchiaro, Fassino. Se potessero cancellerebbero anche il nome di Umberto Terracini dalle firme della Costituzione repubblicana. L’unico che ha osato nominare l’innominabile nome del comunismo è stato Fabrizio Barca che ha parlato di tre correnti politico culturali della storia italiana alle quali il suo nuovo Pd dovrebbe rifarsi: quella liberal-democratica, quella cristiano-sociale e quella social comunista. Barca ha dichiarato, in un’intervista a VIDEOIN: “parlare di giustizia sociale e di un lavoro che ha bisogno di essere sostenuto nella sua difficile contrattazione con il capitale, è di sinistra, della tradizione social comunista”. Finalmente, verrebbe da dire, qualcuno che non rinnega le sue origini, che non si vergogna di essere figlio (anche in senso letterale) di una storia e di un’esperienza. (Barca usa curiosamente l’espressione ‘socialcomunista’ che era utilizzata in senso dispregiativo verso i socialisti di Nenni e la sinistra tout court “trinariciuta e serva di Mosca”).

Il congresso del Pd sancirà un’identità non di sinistra

Ma è poi vero che il Pd non ha un’identità? Il governo Monti prima e quello delle ‘larghe intese’ poi, ci hanno fornito e ci forniscono elementi corposi di politiche che hanno un preciso profilo di classe. Se, come sottolineava D’Alema, il Pd debba essere un partito che abbia cultura di governo, questi ultimi anni hanno dato prova di una formidabile cultura di governo. Una cultura funzionale agli interessi del grande capitale transnazionale (vedi il libro di Domenico Moro sul club Bilderberg) e prona a tutti i diktat europei e transatlantici. Quando il Presidente del Consiglio Letta dice che dobbiamo andare oltre ‘l’Europa del rigore’ dice solo una cosa propagandistica che non avrà alcun seguito. Se veramente si volesse contrastare la politica del rigore si dovrebbe cominciare a ridiscutere i trattati dell’Unione Europea, di Maastricht in primis, il Fiscal Compact, il pareggio di bilancio in Costituzione e così via elencando.

L’altro aspetto inquietante delle scelte istituzionali del Pd è la cosiddetta riforma costituzionale con la manomissione dell’art. 138 e l’apertura al Presidenzialismo. Direi che ce n’è abbastanza per definire il Pd un partito che non ha più nulla di sinistra nella sua attuale politica. L’arrivo annunciato del “rottamatore” sarà la pietra tombale sulle residue volontà di sinistra di questo partito (su Renzi rimando al mio articolo “A qualcuno piace freddo” pubblicato da Liberazione on line del 15 ottobre).

Michele Serra, nella prefazione al libro di Occhetto, già citato, sostiene incautamente che molti semi che la svolta occhettiana ha gettato debbano ancora nascere. A mio parere, uno invece è ben germogliato ed attecchito dando oggi i suoi frutti ‘migliori’ e si chiama Matteo Renzi, un uomo da copertina patinata, immagine da Vanity Fair.

D’altro canto, chi di spada ferisce di spada perisce La storia si prende spesso le sue rivincite: i ‘rottamatori’ di ieri sono i rottamati di oggi. All’epoca dei fatti del 1989 Occhetto aveva 53 anni, Petruccioli 48, D’Alema 40 e Veltroni 34, quindi in media poco più grandi dell’attuale giovane sindaco di Firenze. Anche essi non usarono le buone maniere per far fuori la vecchia guardia del Partito, i Natta e i Pajetta, per citare solo qualcuno dei vecchi leader.

Il processo iniziato “nell’indimenticabile ‘89” arriva a compimento oggi, trova oggi il suo inveramento. Di rimozione in rimozione, di abiura in abiura, siamo ora alla vigilia del momento della verità. Come è stato possibile tutto ciò?

Tutto ciò è avvenuto perché “l’identità post-comunista è stata costruita per sottrazione. La pars destruens ha superato di gran lunga la pars construens. Il taglio ha lasciato molti spazi vuoti che sono stati riempiti facilmente dalle ideologie dominanti. Per farci perdonare di essere stati comunisti abbiamo seguito un’agenda (ancor) più liberale rispetto alla socialdemocrazia europea” (Walter Tocci, Sulle orme del gambero, Donzelli ed., 2013, p. 29).

La creatura, che ancora aveva nel nome velleità di sinistra, il PdS, oggi Pd, sta per essere consegnata, con tanto di interessi, ad un uomo che è senza alcun dubbio “il nuovo che avanza”. Anzi la nuova destra che avanza.

Il recente incontro a tre dei candidati alla segreteria del Pd, nelle primarie dell’8 dicembre, non ha offerto novità di rilievo e non credo che cambierà di molto l’esito della consultazione. Ci consola il riconoscimento che c’è stato, da parte di Cuperlo, di una certa tradizione politica, con l’inserimento del nome di Enrico Belinguer nel Pantheon del Partito.

di Giorgio Salerno per Marx21.it

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