Il 21 gennaio 1924 se ne andava il "Maestro" Vladimir LeninTribuno del Popolo
sabato , 23 settembre 2017
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Il 21 gennaio 1924 se ne andava il “Maestro” Vladimir Lenin

Il 21 gennaio 1924 si spegneva Vladimir Il’ič Ul’janov Lenin. probabilmente il più grande rivoluzionario di sempre nella storia dell’uomo. La sua figura ancora oggi si staglia ad esempio, anche se in troppi vorrebbero per lui una “Damnatio Memoriae” in grado di disinnescare con il suo ricordo, anche le sue idee.

No, questa volta niente sviolinate retoriche nè ricostruzioni più o meno accurate di quello che fu Vladimir Il’ič Ul’janov Lenin. Questa volta preferiamo celebrare l’anniversario della sua scomparsa, avvenuta per l’appunto il 21 gennaio 1924, segnando la fine della vita di un uomo che è stato per diversi aspetti ineguagliato e i cui insegnamenti riecheggiano ancora nella storia divenendo ancora oggi spunto per analizzare la realtà. Lenin era un personaggio a tutto tondo, un politico, un rivoluzionario che seppe fare del giusto mix tra prassi e teoria la ricetta giusta per realizzare quello che per molti è restato e rimarrà un sogno: fare la rivoluzione, e soprattutto farla davvero. Quante volte abbiamo sentito parlare impropriamente del termine “rivoluzione” rivolgendoci ora a questo ora a quell’avvenimento sullo scacchiere globale? Eppure rivoluzioni con la R maiuscola come quella fatta da Vladimir Lenin nel 1917 sono più uniche che rare, e non a caso L’Unione Sovietica, ovvero lo Stato figlio della sua Rivoluzione, ha segnato in profondità la storia del XX secolo rendendo tralaltro possibile la sconfitta del Terzo Reich Adolf Hitler anche se al Cremlino ormai non sedeva più Lenin da quasi vent’anni bensì quel Josif Stalin che seppe continuare sul solco tracciato dal suo straordinario predecessore. Lenin ha saputo dimostrare al mondo che era possibile realizzare una rivoluzione anche in un Paese del cosiddetto Occidente quasi per nulla evoluto dal punto di vista tecnologico-industriale, ma non solo, con la sua Rivoluzione, i suoi scritti e il suo operato ha incarnato per anni il simbolo stesso del “rivoluzionario” per antonomasia. Lenin era un sognatore, ma era anche un uomo pragmatico, e seppe circondarsi di uomini e personalità che avevano visto in lui quella scintilla ritenuta necessaria a scrivere la storia.

Ma Lenin fu questo e molto di più, fu anche un fine ideologo e intellettuale, e i suoi scritti meriterebbero ancora oggi maggiore attenzione e fortuna mentre l’Occidente del XXI secolo vorrebbe al contrario condannare Lenin e l’esperienza comunista mondiale con una “Damnatio Memoriae” che però non potrà che fallire di fronte all’enormità dei personaggi che a quelle idee si sono ispirati. Parte del suo pensiero ancora oggi suona talmente lucido ed attuale da lasciare sconcertati; ecco cosa Lenin rimproverò al socialdemocratico austriaco Rudolf Hilferding, autore del libro “Il Capitale finanziario” nel 1909: “il capitalismo ha la proprietà di staccare il possesso del capitale dal suo impiego nella produzione, il capitale liquido dal capitale industriale e produttivo, di separare il ‘rentier’, che vive soltanto del profitto tratto dal capitale liquido, dall’imprenditore [...] l’imperialismo, cioè l’egemonia del capitale finanziario, è lo stadio supremo del capitalismo in cui tale separazione assume le maggiori dimensioni“. Quanto suonano ancora attuali le sue parole? Lenin partiva da questa critica per arrivare a toccare anche i vari fenomeni speculativi, finanziari e di Borsa che oggi contraddistinguono in larga parte la nostra economia globalizzata: “per il vecchio capitalismo, sotto il pieno dominio della libera concorrenza, era caratteristica l’esportazione di merci, per il nuovo capitalismo, sotto il dominio dei monopoli, è caratteristica l’esportazione del capitale [...] la necessità dell’esportazione di capitale è determinata dal fatto che in alcuni paesi il capitalismo è diventato più che maturo e al capitale [...] non rimane più un campo di investimento redditizio”. La sua critica del capitalismo era sensata e soprattutto radicale, e soprattutto individuava nella fase del capitalismo dove la forma dominante era quella finanziaria quella più distruttiva e irrazionale creando un conflitto tra la necessità del profitto a tutti i costi e i bisogni sociali reali della popolazione. 

Alla luce della direzione che sembra aver preso il nostro mondo, ben si comprende quindi come mai un personaggio come Lenin venga relegato ai margini della storia sperando che venga progressivamente dimenticato. Ma Lenin e il suo ricordo sono ancora vividi e soprattutto le sue parole e le sue intuizioni sono immortali. E quanto Lenin ancora oggi sia ancora un simbolo reale che incute timore basti vederlo nell’Ucraina del 2014, dove folle di nazionalisti si lanciavano proprio contro le vecchie statue del Padre della rivoluzione sovietica, identificato oggi come simbolo della “odiata” Russia. E forse coloro che si sono lanciati in più o meno acrobatiche rivisitazioni e revisioni della storia ritenendo con il 1989 finito il socialismo reale dovrebbero, alla luce dei fallimenti successivi della sinistra europea, interrogarsi sulla propria identità e soprattutto, con umiltà, riconoscere che Lenin ha ancora tanto da dire al nostro mondo.

Gracchus babeuf

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