Il 5 per mille è diventato 4Tribuno del Popolo
sabato , 16 dicembre 2017
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Il 5 per mille è diventato 4

Sottratti 92 milioni al totale dei fondi raccolti con il 5 per mille. Dopo anni di silenziose decurtazioni, il governo prova a dare spiegazioni ma la trasparenza è ancora lontana. E intanto anche per il prossimo anno si andrà avanti così.

Fonte: Oltremedianews

Nel 2011 ben 16,7 milioni di italiani hanno espresso la volontà di donare il 5 per mille dell’IRPEF ad associazioni di utilità sociale. In totale sarebbero dovuti essere ben 487 milioni di euro ma ne saranno distribuiti solamente 395. Dove andranno a finire i restanti 92 milioni che spettano di diritto al terzo settore?

L’onorevole Luigi Bobba aveva presentato un’interrogazione parlamentare a riguardo e uno scherzo del destino o delle larghe intese ha voluto che a rispondergli fosse proprio un suo collega del PD: Stefano Fassina. Il vice ministro dell’economia ha evidenziato come ci sia un decreto del 2010 convertito in legge l’anno seguente che pone un tetto massimo di 400 milionial 5 per mille distribuibile. Per la prima volta rispetto all’omertà degli anni passati è stato ufficialmente ammesso il taglio operato, ma ciò non rincuora più di tanto gli animi indignati di chi vede decurtati inspiegabilmente i fondi che gli appartengono. Provando a mettere ordine tra i fatti, anche alla luce di quanto espresso dall’esponente dell’attuale governo, sorgono diversi dubbi.

Innanzitutto lo Stato trattiene soldi che non gli spettano ma non fa chiarezza né sulla motivazione né sulla destinazione dei milioni sottratti. In secondo luogo: se esiste un tetto massimo, perché non lo si sfrutta per intero ma ci si ferma 5 milioni prima?

Il meccanismo del 5 per mille permette di finanziare associazioni che in ambito sociale, scientifico e culturale colmano le immense lacune di uno stato sociale praticamente inesistente. Se non ci fosse questa schiera infinita di volontari e professionisti armati di passione e buona volontà, lo Stato dovrebbe stanziare somme di denaro decisamente più cospicue nei rispettivi settori. Basta dare un’occhiata rapida agli elenchi per accorgersene. Onlus ed enti di volontariato si aggiudicano la fetta più grande della torta con ben 260 milioni, capitanate da Emergency e Medici Senza Frontiere. L’Airc, l’associazione nazionale per la ricerca sul cancro, fa suoi 34 milioni dei 57 complessivamente destinati agli enti di ricerca scientifica e alle università. Al netto delle folkloristiche bande, dei circoli di bocce e della guardia padana, il 5 per mille svolge un ruolo salvifico per la comunità italiana. Perché non ci si limita ad onorarne la totale ripartizione invece di operare tagli trasversali?

Secondo quanto trapela sembra che la somma sottratta dovrebbe essere girata alle Regioni per coprire servizi socio-sanitari dei malati di SLA, ma non c’è un elenco chiaro dei beneficiari tantomeno un limpido criterio che ne spieghi l’attribuzione. Il fine, seppur nobile, non giustifica i fatti. La sanità pseudo-pubblica italiana è già finanziata con le tasse dei contribuenti, dunque questa scelta pare ridondante vista la diversa finalità del 5 per mille. Inoltre, qualora fosse così, si dovrebbe specificare il tutto in anticipo, non a posteriori. Totale trasparenza sul tema ancora non è stata fatta: fino all’anno scorso c’era addirittura un velo di inquietante silenzio sugli 80 milioni decurtati alla quota del 2010. Ora quantomeno se ne discute in parlamento.

Per stessa ammissione di Fassina il 5 per mille è una “misura sperimentale non pervenuta ad una stabilizzazione legislativa”. A differenza del ben più calibrato 8 per mille, destinato alle confessioni religiose, di cui 1 miliardo e 32 milioni finisce alla Chiesa Cattolica che destina solo il 23% – ovvero 240 milioni di euro – ad operazioni di carità e la restante parte a diocesi ed edilizia di culto (fonte: Conferenza Episcopale Italiana). I religiosi sono avvantaggiati da un meccanismo che assomiglia ad un sondaggio, al termine del quale vengono ripartite in percentuale anche le quote di chi non ha espresso preferenze. Alcune confessioni lasciano allo Stato queste quote; non la Chiesa Cattolica, che ottiene in questo modo un finanziamento triplo rispetto alle preferenze ricevute. Insomma su questo tema la religione batte i servizi sociali 2 a 0: norme specifiche e obbligatorietà del versamento della quota IRPEF.

Le strade percorribili a questo punto sono tre.

Si potrebbero prelevare i fondi destinati ai malati di SLA dalle quote di 8 per mille non espressamente indirizzate a nessun ente ecclesiastico. Sarebbero molti più soldi ma pare difficile pensare ad una tale soluzione nel Paese in cui la Democrazia Cristiana ha imperato e sta tornando ad imperare.

Si potrebbe intraprendere il sentiero che porta alla costituzione di un welfare state in cui l’assistenza socio-sanitaria a malati, deboli e poveri sia una colonna portante della Repubblica. In questo caso non ci sarebbe più bisogno del caritatevole 5 per mille, ma sembra al quanto improbabile che ciò avvenga nel Paese dei tagli al pubblico e delle aperture ai privati.

Oppure si può continuare sulla scia di quanto fatto negli ultimi anni: ognuno resta libero di destinare parte dei propri contributi ad associazioni di cui condivide gli intenti. A patto che si facciano leggi chiare e che i fondi vengano consegnati con trasparenza. Insomma a patto che il 5 per mille non diventi 4 per mille, come purtroppo accade oggi.

Gianmarco Dellacasa

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