Il caos nel Medio Oriente, le Primavere Arabe e la Turchia. Intervista ad Angelo D'OrsiTribuno del Popolo
sabato , 27 maggio 2017
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Il caos nel Medio Oriente, le Primavere Arabe, la Turchia e il ruolo della Russia. Intervista ad Angelo D’Orsi

Il caos nel Medio Oriente, le Primavere Arabe, la Turchia e il ruolo della Russia. Intervista ad Angelo D’Orsi

In merito alla caotica situazione in Medio Oriente e all’ulteriore aggravamento dello scenario in Siria abbiamo fatto qualche domanda ad Angelo D’Orsi, Professore di Storia del Pensiero Politico presso l’Università di Torino. Storico e studioso del pensiero politico del Novecento e di Antonio Gramsci, D’Orsi è anche il direttore di Historia Magistra.  Nell’intervista sono stati toccati diversi punti importanti: dal ruolo della Russia come fattore stabilizzatore in Medio Oriente a quello dell’Europa, degli Usa e della Turchia.  

A seguito dell’abbattimento del Su-24 russo da parte della Turchia la situazione in Medio Oriente si è surriscaldata. Può dirci la sua su questo incidente?

Non credo si sia trattato di un “incidente”.  Ritengo sia stato un atto deliberato, addirittura concordato con la dirigenza NATO e/o con l’Amministrazione USA. Il governo turco non avrebbe preso una simile iniziativa, se non fosse stato coperto in partenza. V’è poi una ipotesi subordinata: Erdogan ha deciso il gesto, per costringere USA, NATO e UE a schierarsi al suo fianco: ipotesi plausibile considerando la megalomania del personaggio, ma anche tale ipotesi è accettabile solo se si pensa che ci siano stati in precedenza discreti sondaggi con Washington. E una sorta di via libera condizionato.

In Turchia, come in Arabia Saudita, in Qatar e altrove si assiste a continue violazioni dei diritti umani. Nonostante questo l’alleanza con questi paesi non è nemmeno in discussione. Come è possibile che dall’Occidente non si levi nessuna voce di protesta organizzata?

La democrazia in Occidente ha ormai un valore puramente simbolico-formale: si tratta di un sistema considerato obsoleto, e da superare. Ma è intatta, anzi accresciuta la carica ideologico-propagandistica celata dietro la parola “democrazia”. Nel contempo, essendo la sua sostanza in via di abolizione, non si può condannare  chi offende, conculca o cancella i diritti di libertà, i diritti politici e sociali, all’interno dei singoli Paesi, o nelle relazioni tra Paesi forti e Paesi deboli. Dunque non v’è da stupirsi.

Cosa ne pensa dell’intervento della Russia in Siria? Pensa che potrebbe essere utile ai fini di trovare una soluzione al conflitto?

L’intervento russo ha cambiato le carte sul tappeto. Ha costretto gli altri Paesi a prender sul serio l’azione militare, economica e politica contro Daesh (Is). Nel contempo la Russia in gioco ha rafforzato Assad,  legittimando pienamente il suo potere. E dunque nelle trattative del dopo conflitto, se mai ci si arriverà, il ruolo della Federazione Russa sarà quello determinante. Occorre che Obama e la NATO ne prendano atto. Nessuna soluzione è possibile senza la Russia, nessuna soluzione è possibile contro la Russia.

Ci può dire, da attento conoscitore del Medio Oriente quale è, un suo giudizio su tutto il fenomeno delle Primavere Arabe?

Si è trattato di un fenomeno contraddittorio, che è stato presentato in modo distorto e capzioso dai media occidentali, nel tentativo di preparare il terreno a una ennesima “esportazione di democrazia” in loco. Accanto a genuini fermenti di rivolta contro classi dirigenti corrotte, governi autoritari o addirittura dittatoriali, che era insiti nel movimento specie alle sue origini, si sono manifestate, da subito, e in crescendo nel corso dei mesi e degli anni, infiltrazioni di agenti di servizi occidentali, ed è stata vincente l’azione di gruppi islamisti radicali che hanno finito per egemonizzare il movimento, riportando nel suo seno i durissimi contrasti fra le correnti dell’Islam. 

Lei crede che le azioni della Russia in politica internazionale possano in qualche modo svegliare una opinione pubblica europea intorpidita ?

Credo sia già accaduto. Una larga parte, anzi, della pubblica opinione europea (ma anche oltre i confini dell’UE e dello stesso Vecchio Continente) si sta rendendo conto che la Russia esiste, quella Russia che nell’immaginario dopo il crollo del 1989/91, era data per scomparsa dalla scena mondiale, e che invece mostra oggi di essere un attore fondamentale del sistema internazionale. Un numero crescente di individui, gruppi organizzati, movimenti d’opinione comprende oggi che le azioni della Federazione Russa stanno cambiando in modo per ora irreversibile il quadro internazionale, che dunque ha superato oggi l’unipolarismo succeduto al “crollo del Muro”. E che, grazie anche alla presenza ormai “ingombrante” della Cina, e alla potenza dei BRICS, più ingenerale, gli USA non sono i padroni assoluti del mondo, e che di queste nazioni occorre tener conto: tra di esse per ora, il primato è sicuramente quello russo. Solo la Russia costituisce, ad oggi, il contraltare degli  USA. La Cina non è ancora in grado, ma in prospettiva probabilmente sarà suo quel ruolo.

Lei che futuro vede dal punto di vista geopolitico per l’Ue in Medio Oriente? È davvero inevitabile che la politica estera dell’Ue rimanga condizionata a lungo termine dagli Usa?

Finora è stato così, e a breve termine non vedo cambiamenti possibili, che invece sul medio e lungo termine sono non solo auspicabili ma inevitabili, se l’UE vuole avere una identità propria. La liberazione dalla sudditanza con gli USA – economica, militare, culturale e , aggiungo, psicologica – costituisce il passo indispensabile per la stessa esistenza dell’“Europa”. Se questa liberazione non si verificasse, sarebbe l’intero progetto dell’unità a fallire miseramente. Ciò vale in particolare sulla questione mediorientale, a cominciare dal nodo palestinese. Per ora Israele, grazie anche all’opera delle Comunità presenti ovunque, che agiscono come longa manus del governo di Tel Aviv, esercita una egemonia a livello istituzionale, ossia della buona parte governi centrali delle nazioni europee, e delle stesse amministrazioni locali; meno forte la sua egemonia sull’istituzione europea, dove gli umori critici verso i soprusi israeliani a danno dei palestinesi sono assai forti. L’UE e i suoi Stati membri devono prima o poi scegliere una vera linea politica, ossia autonoma dagli USA, e sostenere pienamente i diritti palestinesi, quelli che del resto l’ONU in innumerevoli risoluzioni ha affermato, finora invano, per l’opposizione statunitense, nella sostanziale inerzia europea.  

E’ davvero così impossibile ricostruire in Europa, e in Italia, un movimento di massa per la pace?

Mi pare che la fase storica dei “movimenti per la pace” sia ormai finita, a partire dal 15 febbraio 2003, quando la più grande manifestazione di massa della storia umana, contro la guerra annunciata da GW Bush all’Iraq di Saddam Husssein (oltre cento milioni di persone in innumerevoli città del mondo), non sortì alcun effetto, al di là dell’encomio del New York Times, che ne parlò come della “seconda potenza mondiale”. Oggi non ha senso un movimento per la pace: ha senso un movimento che denunci e si batta contro lo strapotere delle banche, contro la distruzione dell’ecosistema, contro il commercio delle armi, contro la devastazione del diritto internazionale, che si batta in una parola contro l’ultraliberismo e il finanzcapitalismo, che sono i responsabili di tutto ciò. La lotta per la pace ha senso solo si collochi all’interno di una più generale, sistematica battaglia contro questo sistema, che sta trascinando il mondo in una barbarie senza fine e senza fondo. 

@Dc

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