"Il Capitale Umano" (2014) di Paolo VirzìTribuno del Popolo
mercoledì , 26 luglio 2017
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“Il Capitale Umano” (2014) di Paolo Virzì

«Vecchia piccola borghesia / per piccina che tu sia / non so dire se fai più rabbia, pena, schifo o malinconia»      

                                                      (Claudio Lolli, “Borghesia”)

Il capitale umano mette in scena il ritratto nudo e crudo di un’Italia ormai alla deriva storica. Un’Italia che ha scommesso sulla propria rovina in borsa e alla fine, di fatto, vince. Ma il punto è chiedersi, insieme, se essa vince davvero e se possiamo considerarla “tutta lì”, come ci è mostrata: protesa avidamente ai propri interessi, tanto che si potrebbe continuare a cantare insieme a Claudio Lolli la canzone sopracitata (“Borghesia”): «Sei soddisfatta dei danni altrui / ti tieni stretta i denari tuoi / assillata dal gran tormento / che un giorno se li riprenda il vento». La nostra Italia è tutta lì? E soprattutto, perché gli italiani dovrebbero andare al cinema e spendere 7,50€ per vedere questo film? Che insegnamento trarne?

Supponiamo un operaio costretto a lavorare per otto ore in manovia, malpagato, frustrato e angosciato da una crisi che prende sempre più piede nella vita di tutti i giorni (basti pensare all’aumento delle bollette, alle difficoltà di arrivare a fine mese etc.). Supponiamo un operaio qualsiasi e immaginiamo che un amico, dopo una giornata di lavoro massacrante, gli telefoni e gli proponga di trascorrere insieme una serata al cinema, «che c’è l’ultimo film di Paolo Virzì». Egli, dopo aver guardato il trailer su internet, sarebbe quasi giustificato a declinare l’invito al cinema con uno sbuffo canzonatorio; nello specifico, avrebbe il diritto di replicare: «Ma tutto questo si sapeva già; si sapeva già, ti dico! Non ci voleva mica un film! E a me, poi, che me ne viene?». Il concetto è chiaro: «tanto le cose non cambiano». A questo punto, tanto vale farsi una birra in compagnia e scambiare quattro risate, o, meglio ancora, risparmiare i 7,50€ per una spesa più urgente e non procrastinabile. Non avrebbe tutti i torti ad agire in tal modo… Perché l’Italia mostrata da Virzì è un’Italia che non cambia, che reitera il lato deformante e deformato di se stessa ,e chi meglio di un operaio (un esempio tra i tanti) vive sulla propria pelle le conseguenze di un paese sempre più diviso tra “poveri impoveriti” e “ricchi arricchiti”? E non è un caso che la middle class stia scomparendo…

Se l’Italia di Virzì è un’Italia che non cambia – e vi invito caldamente a verificare con i vostri stessi occhi quello che scriviamo– non c’è un insegnamento esplicito a cui appoggiarsi, non c’è una verità declamata con ardore, capace di consolarci e di schiudere un barlume di speranza. No, sta a noi trarre un insegnamento; sta a noi “dare senso” a un “non senso” generalizzato. Come? Ribellandoci allo stato di cose vigenti, e ciò è possibile soltanto se si è disposti ad assumere una posizione critica e decisa a riguardo, volta a scardinare quello che finora è stato (ed è ancora) un ordine precostituito ma, non dimentichiamolo, suscettibile di modifica in quanto è pur sempre un ordine formato da esseri umani

Perché, allora, è importante guardare Il capitale umano? Possiamo avanzare delle motivazioni, che noi scandiamo in cinque punti.

1) Da un punto di vista artistico, Il capitale umano è un film ben riuscito: corposo, dinamico, in grado di catturare l’attenzione dello spettatore fino alla fine. Dopo anni di film italiani più o meno trascurabili – fatta eccezione per La grande bellezza di Paolo Sorrentino, nominato, tra l’altro, di recente all’Oscar – eccone uno che si stacca dal panorama indistinto e sfocato dell’anonimato. Almeno cinematograficamente, verrebbe da scrivere, e noi lo scriviamo, che «L’Italia s’è desta». Scusate se è poco.

2) Una menzione particolare va alla bravura del regista Paolo Virzì, che consiste, a nostro avviso, da un lato, nel porre in evidenza l’egemonia del modello capitalistico-borghese, e, dall’altro lato, nello smascherare con abilità le molte contraddizioni insite a tale modello. Per certi versi, proprio la chiara volontà di smascheramento sembra fare l’eco a un’opera scritta da Alberto Moravia: Gli indifferenti (1929). Dov’è la connessione? La connessione sta nel fatto che, come afferma giustamente Edoardo Sanguineti nell’introduzione al libro, «il romanzo italiano cessa, con Gli indifferenti, di essere proposta di una certa immagine di destino, per diventare, in qualche modo, proposta di una critica al destino: operazione di smascheramento»[1].

3) Molto bravi risultano, nel complesso, gli attori nelle interpretazioni che hanno dato ai personaggi. In particolare:

  • Notevole Valeria Bruni Tedeschi nel ruolo di moglie, donna-oggetto, citando un’espressione di Henric Ibsen, «bambina-bambola»[2] stupida, che non può capire le dinamiche di cui si occupa il marito. Donna accondiscendente e assuefatta dai vantaggi derivanti dalla vita agiata, della quale non si lamenta apertamente ma che, per certi versi, sembra comunque farle nutrire un’ insoddisfazione di sé più o meno velata. Tale insoddisfazione emerge nel momento in cui incontra un professore amante di teatro come lei, Luigi Lo Cascio, e con il quale intraprende una breve relazione segreta, stroncata e soffocata quasi sul nascere per tornare alla “casa di bambola” in cui vivere (o, piuttosto, pirandellianamente “lasciandosi vivere”) quella vita “da sogno” confezionata a misura di stereotipi. Come se non fosse accaduto nulla tra lei e l’altro, e, fortunatamente, il marito non verrà mai a sapere del suo tradimento. Fa sorridere l’apprezzamento della protagonista per il teatro di Luigi Pirandello, perché, semplicemente, non c’ha capito nulla… o, forse, pur essendo in sintonia con il pensiero del letterato, sceglie consapevolmente la via opposta, ossia quella della maschera e della finzione. Sarebbe un’enorme contraddizione… E vi chiediamo di rispondere con sincerità a questa domanda: secondo voi, qual è il peggio tra “lasciarsi vivere inconsapevolmente” e “lasciarsi vivere consapevolmente”?
  • Elettrizzante la performance di Matilde Gioli, che veste i panni di Serena. Bella e brava. A questo proposito, vedrete che gli unici a fuoriuscire dal circolo vizioso della finzione e del tornaconto economico sono proprio i giovani. Serena rifiuta di essere ancora la ragazza Massimiliano e si innamora, sul serio, di un ragazzo problematico, Luca (Giovanni Anzaldo), con il quale avrà il coraggio di mettersi in gioco. E solo insieme, nella reciprocità di un amore corrisposto e coltivato con cura nel suo sbocciare, i due giovani scopriranno “che cosa significa”, nella pratica, amare una persona. Da un lato, diventare un tutt’uno con essa - accogliendo e accettando la sua realtà così com’è non potendo essere altrimenti; dall’altro lato, e simultaneamente, la consapevolezza che non si può “diventare un tutt’uno” senza restare comunque due esseri distinti nelle rispettive differenze e singolarità (con le quali, ogni volta, è necessario e indispensabile confrontarsi).
  • Una nota dolente, che, a nostro avviso, fa perdere spessore al film, sta nel frettoloso quadro tratteggiato sulla relazione tra Serena e Massimiliano (il suo primo ragazzo). Come si sono conosciuti? Quando si sono messi insieme? Perché lei, di punto in bianco, decide di lasciarlo? Mancano alcuni passaggi.
  • Bravo Fabrizio Bentivoglio nel ruolo del padre di Serena, che si fa odiare per la sua tendenza a fare l’amicone, il classico prototipo di lecchino a disposto scendere a compromessi pur di ricavare qualche vantaggio.

4) Il modello capitalistico, che tende a privilegiare la produzione e la produttività ai fini dell’incremento del denaro (capitale) a scapito della persona, sottintende una specifica considerazione della persona in quanto tale, non priva di implicazioni rilevanti. Nello specifico, essa diventa a) un mero numero tra i tanti, b) una risorsa da “spolpare” fino all’osso pur di ricavarne l’agognato guadagno, e a volte perfino c) “un capitale umano” da quantificare qualora, per cause fortuite, venisse meno (per esempio in un incidente), quindi da risarcire monetariamente calcolando accuratamente tutte le variabili che si raggruppano nella sterile e astratta categoria di “persona”… Quest’ultima opzione (la “c”) ci rimanda chiaramente all’inizio del film, cioè all’incidente che coglie impreparato il ciclista e lo porta, di lì a poco, a morire lasciando soli moglie e figli.

5) Risveglio e sensibilizzazione delle coscienze per cominciare a collaborare insieme per un presente migliore. Collaborare insieme, come prima cosa, implica il rifiuto di assecondare l’ottica degli interessi particolari per abbracciare quella più ampia del bene comune, di tutti. Per iniziare a dare senso, basterebbe comprendere l’importanza di dare spazio a un paradigma ‘altro’ rispetto a quello proposto dal capitalismo, che sia finalmente capace di guardare in faccia alle realtà delle persone nelle loro complessità e di fornire domande e risposte più adeguate alle loro esigenze.

Resta un dilemma. Creare lo spazio per nuove pratiche possibili o lasciare le cose come stanno? E… Se non ora, quando?

Giuseppe Ungaretti scriveva che «la morte si sconta vivendo» e, forse, radicalizzando il discorso, si potrebbe asserire che il capitalismo stesso si sconta vivendo, cioè sulla nostra pelle.

VOTO: 9 su 10

[1] Per facilitare la comprensione, riportiamo in nota la parte dell’introduzione che ci interessa, per mostrare analogie e differenze, sulle quali non ci è possibile divagare: «Questa indifferenza, ancora prima di essere un dato psicologico particolare, è il carattere fondamentale, obiettivo, della realtà stessa, esattamente come tornerà ad esserlo la noia trent’anni più tardi. Se mai, l’indifferenza, paradossalmente, è ora, sul versante della riduzione psicologica, la misura del suo valore residuo, della coscienza, e sia pure manchevole e contraddittoria, del reale stesso nella sua indifferenza, ma lo è a un prezzo enormemente alto, un prezzo che ne rivela subito la radicale precarietà e negatività: la perdita del contatto con la vita. Dal momento che il mondo non sembra poter mutare, dal momento che l’esistenza, prima ancora del personaggio, replica sempre i modi uniformi della sua miseria, secondo un ritmo incorreggibile, dal momento in cui la società in cui si vive appare tanto salda da potersi considerare immodificabile ancora nella propria struttura come nella propria sostanza morale, non rimane altra alternativa che questa: o perseverare, da puri spettatori, sdegnosamente ma inattivamente, la propria fittizia innocenza, e salvare la coscienza etica sopra la povera scialuppa di una vera impotenza di fatto, oppure approdare, oltre ogni vano sforzo di resistenza, a un normale adattamento, senza inutili clamori e senza inutile disperazione, stipulando il proprio solido contratto sociale, rivestendo la propria naturale maschera, al fine di essere una persona viva, come tutti gli altri, né meglio né peggio, in ultima analisi. Per dire tutto in una formula, il romanzo italiano cessa, con ‘Gli indifferenti’, di essere proposta di una certa immagine di destino, per diventare, in qualche modo, proposta di una critica al destino: operazione di smascheramento [...] L’indifferenza è allora, in primo luogo, una nuova forma di narrativa, una specifica tecnica romanzesca in vista di un determinato effetto di ‘straniamento’». (Cfr. A. Moravia, Gli indifferenti, Bompiani, Milano 2012, p. XV).

[2] Cfr. Una casa di bambola di Henrik Ibsen. Da tenere sempre a mente la differenza tra questo romanzo e il film. In breve, mentre la protagonista del romanzo si ribella e sceglie una nuova vita da dedicare alla scoperta di se stessa, l’altra preferisce reprimere la sua tensione a una vita diversa e continuare ad adagiarsi sugli allori, recitando la sua parte di «bambina-bambola» (noncurante delle conseguenze).

Eleonora Sacchini

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