Il capitalismo e la colpevolizzazione dell'individuo | Tribuno del PopoloTribuno del Popolo
giovedì , 23 marzo 2017
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Il capitalismo e la colpevolizzazione dell’individuo

Uno degli aspetti più pericolosi e meno affrontati della crisi è la colpevolizzazione delle scelte individuali dei singoli da parte del sistema economico. Un processo pericoloso che sta atomizzando la società occidentale, che ormai si richiude sempre di più nell’individualismo, e che sta soprattutto dilapidando un enorme patrimonio umano e culturale.

Milioni di persone a causa della crisi si sono ritrovate senza lavoro, e soprattutto senza speranza nel futuro. Sono generazioni perdute, sono le vittime di una crisi che hanno subito e non causato, e che ora sono chiamati a pagare al posto di altri. L’intero sistema capitalistico vacilla e sembra essere raggiunto un punto di non ritorno, ma non per questo coloro che hanno costruito e voluto questo sistema economico intendono mollare la presa, anzi. Per loro forse la crisi potrebbe persino essere un fatto positivo, una nuova occasione di rimettere in discussione i rapporti di forza a proprio vantaggio, per aumentare il proprio potere, il proprio controllo sulla società. Così, politici spesso di dubbia moralità, arrivano persino a colpevolizzare migliaia di giovani in nome del libero mercato, cosa non si è disposti a fare per mantenere i propri posti di potere. Per loro i giovani che hanno deciso di laurearsi in materie considerate “non produttive” ai fini del sistema economico e del mercato, diventano giovani che si meritano la loro disoccupazione e la loro precarietà, persone che valgono meno rispetto ad altre, che per caso, contesto o vocazione hanno fatto scelte differenti. Molti in realtà non hanno potuto fare nessuna scelta, e hanno dovuto fare ciò che potevano, ma questo non interessa all’establishment chiamato a far quadrare i conti devastati da un decennio di dissennato neoliberismo. Colpevolizzare  le vittime del resto è un ottimo modo per distogliere l’attenzione dai carnefici, che possono così spostare l’asticella sempre più in alto, non trovando più nessuno a opporsi, anche solo dal punto di vista culturale. In questo sistema economico le persone vengono giudicate quasi principalmente in base all’impiego che svolgono, e chiaramente il minimo comune denominatore per giudicare il valore di una persona sono i soldi. Questo fortunatamente non vale ancora per tutti, ma purtroppo ci basta guardarci intorno per vedere quanto questo stato dell’animo si sia radicato. Fino a pochi anni fa lavori come il professore, il giardiniere, l’educatore, erano tutti lavori considerati dignitosi e meritevoli di rispetto; oggi invece vuoi per la scarsità dei fondi e dei tagli indiscriminati, vuoi per un degrado culturale inarrestabile, costoro vengono quasi visti come i “falliti” di turno. Il problema è che con l’avvento della crisi qualsiasi lavoro inizia a diventare prezioso per i milioni di precari europei, fantasmi che si aggirano per le strade dell’Europa, dimenticati da Bruxelles. La cultura, la sanità, l’educazione, la ricerca, sono tutti servizi che spesso e volentieri non ingenerano profitto produttivo ma che nutrono la società irradiando una sorta di “stipendio immateriale” quantificabile in benessere e servizi offerti alla cittadinanza. Tutto ciò però è superfluo per la produzione di capitali, cui tutto deve essere propedeutico. Produzione e consumo saranno quindi le priorità in questo periodo di crisi, per questo coloro che si ostinano a voler seguir altre strade sono avvisati. E in questo scenario apocalittico il premier Monti si accinge a tagliare tra i 18.000 e i 20.000 posti letto negli ospedali, ad aumentare le tasse universitarie, e a non fare assolutamente nulla per le migliaia di precari ed esodati che affollano le strade. Per quanto non mi piaccia guardare al passato, visto il fosco quadro del presente non posso fare a meno di attualizzare una frase che segnò un’epoca: “Oppressi d’Europa unitevi, non avete da perdere che le vostre catene”

D.C.

 

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