Il capitalismo, il merito, e gli speculatori. Ecco perchè Marx aveva ragione...Tribuno del Popolo
venerdì , 21 luglio 2017
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Il capitalismo, il merito, e gli speculatori. Ecco perchè Marx aveva ragione…

In molti difendono il capitalismo parlando di un sistema che favorisce un non meglio specificato “merito” a differenza di altri sistemi che tenderebbero invece a castrarlo. Karl Marx però ci aveva visto lungo e aveva visto che il capitalismo in realtà con il merito ha ben poco a che fare…

Coloro che lavorano, non guadagnano, e quelli che guadagnano, non lavorano.
(Karl Marx)

Quanto più la classe imprenditoriale non ha altra risorsa che l’esportazione di capitale, tanto più la borghesia si allontana dall’attività produttiva, diventa sempre più, come ai suoi tempi la nobiltà, una classe che semplicemente intasca rendite.
(Friedrich Engels)

Queste due citazioni di due grandi del comunismo basterebbero da sole a indurre una profonda riflessione alla luce di quanto sta succedendo nel mondo contemporaneo dove, il capitalismo, è decisamente l’unico sistema vigente. Il capitalismo moderno, peraltro, ha assunto delle caratteristiche ben precise ovvero basate sul processo di concentrazione che hanno portato alla formazione di cartelli e trusts, e anche su legami sempre più stretti tra capitale bancario e industriale. Da qui, come ha suggerito Rudolph Hilferding nella sua opera “Il capitale finanziario”, si innesta l’avvento della forma del capitale finanziario, che ovviamente rappresenta “la sua più alta e più astratta forma fenomenica“. Citando sempre Hilferding a riguardo, il capitale finanziario “ è la più compiuta realizzazione della dittatura dei magnati del capitale. Ma appunto perciò la dittatura dei capitalisti che dominano uno Stato entra in contrasto sempre più aspro con gli interessi capitalistici degli altri Stati“. Hilferding vedeva poi nell’inevitabile conflitto tra capitalismi locali e globali il rovesciamento della dittatura dei magnati del capitale e l’avvento della “dittatura del proletariato“. Ma seguiamo adesso un altro grande del pensiero comunista, quel Vladimir Lenin che da pensatore si fece anche uomo d’azione, riuscendo a realizzare quella che è stata comunemente ricordata come la Rivoluzione d’Ottobre. Secondo Lenin, che dal pensiero di Hilferding venne inevitabilmente influenzato, quello della finanziarizzazione dell’economia capitalistica era per certi versi un passaggio inevitabile, come lumeggiò all’interno della sua mirabile opera “L’imperialismo, fase suprema del capitalismo”. Leggiamo cosa scrisse a riguardo:

Per il vecchio capitalismo, sotto il pieno dominio della libera concorrenza, era caratteristica l’esportazione di merci. Per il più recente capitalismo, sotto il dominio dei monopoli, è diventata caratteristica l’esportazione di capitale. [...] In generale, il capitalismo ha la proprietà di staccare il possesso del capitale dal suo impiego nella produzione, di staccare il capitale liquido dal capitale industriale e produttivo, di separare il rentier, che vive soltanto del profitto tratto dal capitale liquido, dall’imprenditore e da tutti coloro che partecipano direttamente all’impiego del capitale. L’imperialismo, vale a dire l’egemonia del capitale finanziario, è quello stadio supremo del capitalismo, in cui tale separazione raggiunge dimensioni enormi.

Tutto giusto direte voi, ma i tempi sono cambiati e non avrebbe più senso raffrontarsi alla realtà con il pensiero rivolto al XX secolo. Ne siete certi? Evidentemente Lenin, Marx e soci ci avevano visto giusto, talmente giusto da riuscire a prevedere cosa avrebbe ingenerato la degenerazione del capitalismo. Se volete averne una prova tangibile basta guardare al 2013, anno terminato con i listini azionari di mezzo mondo in pieno rialzo per la gioia dei mega miliardari sparpagliati per il mondo, che avranno brindato con Champagne e caviale dal momento che il 2013 per loro ha chiuso con un attivo di 524 miliardi di dollari, tutto questo mentre il restante 90% dell’umanità ha visto erodere la propria ricchezza, spesso in modo drammatico. Sono soldi virtuali dal momento che si tratta di soldi investiti in Borsa e che vengono tenuti sotto controllo dal Bloomberg Billionaire Index. Secondo tale indice la ricchezza dei 300 paperoni censiti al 31 dicembre 2013 raggiungeva i 3.700 miliardi di dollari. Insomma c’è chi guadagna eccome dalla crisi mondiale, e si tratta di persone che spesso e volentieri hanno ben poco a che fare con l’economia reale. Di conseguenza ben si spiega in questo modo l’incapacità dei governi di far fronte alle crisi economiche, dal momento che i governi stessi sono ormai incapaci di gestire un’economia finita in mano a gruppi di persone eterei, che spostando i soldi da un asset all’altro rischiano di modificare la vita di migliaia di persone. La soluzione a tutto questo? Riprendere il pensiero di Karl e cercare di attualizzarlo a oggi, ci sembra l’unica soluzione sul tavolo per invertire, davvero, la rotta.

Gracchus Babeuf

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