Il comunismo da "tartina" di BergoglioTribuno del Popolo
mercoledì , 24 maggio 2017
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Il comunismo da “tartina” di Bergoglio

” I principi sociali del cristianesimo hanno avuto milleottocento anni di tempo per svilupparsi, e non hanno bisogno di essere ulteriormente sviluppati da consiglieri concistoriali prussiani. I principi sociali del cristianesimo hanno giustificato la schiavitù antica, esaltato la servitù della gleba medievale, e sei necessario si prestano anche difendere l’oppressione del proletariato, sia pure assumendo un’aria un po’ lamentosa.I principi sociali del cristianesimo predicano la necessità di una classe dominante e di una classe oppressa, e a favore di quest’ultima esprimono soltanto il pio desiderio che la prima voglia essere caritatevole. I principi sociali del cristianesimo trasferiscono in cielo la compensazione di tutte le infamie, come la intendono i consiglieri concistoriali, e giustificano così la continuazione di queste infamie sulla terra. I principi sociali del cristianesimo dichiarano che tutte le bassezze commesse dagli oppressori contro gli oppressi sono o giuste punizioni del peccato originale e di altri peccati, oppure prove che il Signore impone ai redenti nella sua infinita saggezza. I principi sociali del cristianesimo predicano la viltà, il disprezzo di se stessi, la mortificazione, il servilismo, l’umiltà, insomma tutte le qualità della canaglia, e il proletariato, che non si vuol far trattare da canaglia, ha molto più bisogno del suo coraggio, del suo senso di sicurezza, del suo orgoglio e del suo spirito di indipendenza, che del suo pane. I principi sociali del cristianesimo sono ipocriti, e il proletariato è rivoluzionario”

K. Marx, «Il comunismo del Rheinischer Beobachter» 

Esiste un sentimento postcomunista, totalmente slegato al materialismo storico e all’epistemologia marxiana e radicato su una coscienza cristiana umanista, che è egemone sul fronte “sinistra”. Nell’immaginario collettivo il marxismo è un cristianesimo laico che pone i poveri al suo centro. Questo sentimento presume una superiorità morale insita nella credenza che questo comunismo – non la sua “aberrazione” stalinista – sia fratellanza, amore, pace, esaltazione della miseria e carità verso il povero. Club di filantropi si riuniscono nei loro salotti, con una tartina in mano e uno spritz nell’altra a decretare su cosa sia eticamente corretto e come la società dovrebbe essere. Secondo loro il comunismo non è il superamento della povertà ma è l’estetica della povertà. Quindi un comunista vero dovrebbe essere una sorta di monaco tibetano che rinuncia alle ricchezze per farsi simile ai “poveri”. Ogni essere umano dovrebbe rifiutare la violenza, l’autorità, l’ordine, la disciplina, essere pacifista e “democratico”.
Non si tratta semplicemente di uno stadio infantile del comunismo ma di qualcosa che storicamente non ha nulla a vedere coi movimenti operai, che non chiedevano la miseria per tutti ma l’equa redistribuzione della ricchezza, che non predicavamo l’amore e l’umanesimo universale ma l’odio verso il padrone, che non vedevano la società come un unico costituito da individui uguali e fratelli, ma divisa in classi in conflitto. Che non rifiutavano la guerra, l’eliminazione fisica del nemico di classe, la giustizia proletaria in nome della fratellanza cristiana, ed erano pronti ad armarsi e combattere sino all’ultima goccia di sangue per la liberazione dai padroni.
Bergoglio ha ragione a dire che i comunisti non hanno inventato nulla se si rivolge ai radical scic del cristianesimo laico e della pace sociale di cui parlavo sopra, per cui il comunismo è compassione, non riscossa. Del resto è vero che molti “compagni” elogiavano Bergoglio come Papa di sinistra per il suo pauperismo e i suoi proclami anti capitalisti, al punto tale che tempo fa, su liberazione, uscì un editoriale ( http://www.liberazione.it/rubrica-file/Communist-Papa.htm) dal titolo “Papa Francesco ha letto Carl Marx”, dove si tentava un ridicolo parallelo tra un discorso del papa e un estratto del capitale. Il loro patetico tentativo di egemonizzare il vaticano è finito male.
Al contrario vale la pena ricordare la differenza essenziale tra cristianesimo e comunismo, che rende le due “teorie” l’una l’opposta dell’altra e che consiste nella differenza del momento del superamento della povertà, che nel comunismo è hic et nunc, nel cristianesimo è in un altra dimensione spazio-temporale, cioè MAI. La povertà diventa quindi, nel cristianesimo, strutturale come nel capitalismo.

Nel cristianesimo bisogna essere poveri, nel comunismo si deve lottare per non esserlo. Nel primo si può accettare la servitù, nel secondo i servi che accettano la servitù sono dei nemici. Nella differenza tra il mantenimento della povertà e l’emancipazione dalla miseria cristianesimo e marxismo leninismo si risolvono come due opposti. Da cui deriva anche un’etica differente. Nel cristianesimo il povero deve sopportare l’ingiustizia in vista di una ricompensa dopo la vita, nel cristianesimo i gulag e le fucilazioni per i “ricchi” sono peccato, nel comunismo sono giustizia.

In fondo tutte le critiche alla “dittatura”, al socialismo reale sono permeate da una cultura cristiana di base che funziona da parametro di giudizio. Il codice etico che il socialismo reale ha violato è scaturito dai dieci comandamenti e dai vangeli. Questa è la ragione di fondo del mio sprezzo verso chi utilizza queste categorie: perché mi ritrovo, ancora una volta, davanti a preti e bravi cristiani.

Clara Esse

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