Il crepuscolo della socialdemocraziaTribuno del Popolo
lunedì , 24 luglio 2017
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Il crepuscolo della socialdemocrazia

E’ finita. Stiamo parlando della grande illusione ingenerata dalla caduta del Muro di Berlino. A migliaia hanno plauso a quell’evento sentendo il bisogno di cestinare l’esperienza comunista e di abbracciare una vaga e indefinita socialdemocrazia che doveva essere il trionfo del progressismo in un mondo ormai senza più scontri ideologici. Si è trattato però di un fallimento clamoroso e anche di un “harakiri” storico della sinistra europea che, abiurando dal marxismo, ha sancito la propria inutilità e marginalità politica, nonchè l’eterna subordinazione al pensiero dominante.

Sono passati diversi anni dal 1989, per la precisione ventisei, eppure il mondo non è diventato quel luogo fantastico di cui i contemporanei con gli occhi lucidi avevano favoleggiato vedendo le macerie del Muro. Con indosso blue jeans e capelli lunghi i giovani europei avevano pensato finalmente che il nemico fosse vinto, e il “nemico” si sa, erano i comunisti sovietici che minacciavano la pace globale. Senza il comunismo, senza le dittature, si diceva, finalmente la democrazia avrebbe trionfato su scala planetaria. Anche una certa sinistra esultò quel giorno osservando i ragazzotti tedeschi distruggere il Muro, dimenticandosi nell’ordalia del momento anche il motivo per cui quel Muro era stato edificato qualche decennio prima. Riunificandosi la Germania ha sostanzialmente anche dimenticato il proprio passato, dimenticato il motivo per cui era stata divisa, e questo rappresenta a oggi il problema più grande perchè a distanza di qualche decennio ci risiamo, siamo di nuovo di fronte alle mire egemoniche continentali teutoniche, anche se de-ideologizzate. La Germania era stata divisa per impedire che il Paese tornasse a esercitare quel ruolo egemonico che aveva portato ai drammi terribili delle due guerre mondiali, solo che al termine della Seconda Guerra Mondiale l’Occidente decise che il nuovo nemico era il comunismo, e in questo senso la Germania doveva servire ad arginarlo.

Tutti esultarono dunque, tutti, anche quelli che si dicevano davvero di sinistra ma che in fondo borbottavano che tra Stalin e i Gulag l’Urss era proprio indifendibile. Si tratta di personaggi che hanno finito per dimenticare la storia del Novecento che poi è anche storia di uomini, di guerre, di scontro tra idee ed ideologie. Caduto il Muro, caduta l’Urss, si è operato un clamoroso errore storico e politico, ovvero decidere in modo del tutto arbitrario che visto che l’Unione Sovietica non esisteva più bisognava dedurne che tutte le idee di cui si era fatta portatrice fossero fallimentari e quindi da relegare al cimitero della storia. Lo stesso Karl Marx, il cui genio ci ombreggia a tutt’oggi, divenne scomodo all’indomani della caduta dell’Urss, perchè il “nuovo mondo” teorizzato dai fanatici del neoliberismo e della “Fine della Storia” avevano appena stabilito che il capitalismo sarebbe stata la realtà dell’uomo da qui fino al crepuscolo, a qualsiasi prezzo. La “nuova” sinistra così, senza accorgersene, rinunciando alla propria impostazione marxista in cambio di una generica rivendicazione di diritti di minoranze o di vaghi richiami alla bontà, alla pace e all’amore libero (le incrostazioni del ’68 più innocenti per il potere in quanto non mettevano in rischio il sistema tout court chiedendone dopotutto solo un’inclusione o un miglioramento), è diventata completamente organica al sistema dominante, rinunciando quindi anche nella prassi a provare a elaborare una critica radicale a tale sistema.

Tali personaggi storcevano la bocca e il naso quando sentivano parlare dei “comunisti”, magari si mettevano anche le mani sulla fronte sbuffando. Sono coloro che hanno vinto, che hanno realizzato la Bolognina, che hanno abiurato il marxismo in tutto il mondo trasformando in Occidente i vari partiti comunisti in generici partiti socialdemocratici. Insomma un ritorno a un secolo fa, quando la socialdemocrazia perse ogni credibilità sulle trincee della Prima Guerra Mondiale, mostrando il proprio volto organico al potere costituito e all’imperialismo. Oggi è lo stesso, senza comunismo e con il trionfo della socialdemocrazia guardacaso assistiamo al dispiegarsi delle politiche neoliberiste più fanatiche, e nessuno osa affrontare il tutto con una critica radicale. Semmai la socialdemocrazia odierna chiede delicatamente ed educatamente più soldi per la crescita, e quando si sente dire di “no” ne prende atto, accettando quindi de facto di essere minoritari.

Ma oggi che la Germania torna con le sue mire egemoniche, appoggiata in questo anche dal Partito Socialdemocratico tedesco (ma guarda un pò), ci si accorge che nel resto dell’Europa che conta ci sono socialdemocrazie come Francia e Italia (Hollande e Renzi al potere) che al posto che fronteggiare la Merkel per fare i propri interessi nazionali utilizzano la tattica dell’ appeasement, e anche questo scenario ci sembra di averlo già visto. Solo avendo il coraggio di criticare questo sistema a priori si potrà mai tentare di convincere i cittadini ad abbatterlo per costruirne uno nuovo. E solo applicando criteri scientifici e il rigore marxista inteso come criterio di analisi sarà possibile costruire una alternativa coerente in grado da togliere linfa allo sfruttamento umano e alla prepotenza di una classe sull’altra. Al contrario queste nuove sinistre rigettano persino la teoria della lotta di classe parlando di una difesa di diritti che se è scollegata da una visione sociale comune diviene inutile, oltre che dannosa. E questi personaggi di “sinistra” continuano poi a usare toni infiammati quando c’è da prendersela con la prepotenza della Germania salvo poi tirare un sospiro di sollievo quando Tsipras ha firmato l’accordo perchè va bene tutto ma se poi si esagera poi magari rischiano di perdere anche dei soldi in borsa.

Eppure simili ai giapponesi che continuarono a combattere nella giungla anche dopo la capitolazione di Tokyo, eccoli continuarsi a scagliare contro il comunismo, il marxismo, le incrostazioni della “vecchia sinistra”, quella che vinceva così per inciso. Perchè per costoro sembra quasi che essere di “sinistra” sia una vocazione di vita più che un agire politico, l’importante però è non vincere se no tocca poi comportarsi come quelli che si è passato una vita a criticare. Perchè senza mettere in discussione il sistema si finisce inglobati dal sistema, e questa non è una frase massimalista ma una semplice constatazione di quel che accade ormai da un secolo. E dato che la storia insegna ma non ha scolari, come diceva Gramsci, il dubbio è quasi che i “sinistri” scelgano volutamente di ignorarla, la storia. Altrimenti capirebbero da soli che il loro tentativo di “riformare” il capitalismo è fallito, e in fondo anche sbagliato.

Gracchus Babeuf

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