Il deserto morale delle accuse a Quo VadoTribuno del Popolo
domenica , 17 dicembre 2017
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Il deserto morale delle accuse a Quo Vado

In questi giorni tutti si sono sentiti chiamati in causa a commentare in qualche modo il film di Checco Zalone “Quo Vado” che sta riscuotendo un successo incredibile nei botteghini. Un successo che evidentemente irrita qualcuno e che risveglia l’animo più bigotto di quei “radical chic” che odiano qualsiasi personaggio si dimostri in qualche modo “popolare”. 

Noi “Quo Vado” lo abbiamo visto e dobbiamo dire che ci è piaciuto, molto. Chi scrive poi reputa personalmente Checco Zalone molto simpatico e arguto e crede che per realizzare i suoi film ci vada una certa bravura e non si tratti di un cinepanettone volgare come in molti vorrebbero farci credere. Spesso magari si tratta di personaggi che il film nemmeno lo hanno visto, o peggio che lo hanno visto con le lenti distorcenti del pregiudizio, non intuendo nemmeno che il comico pugliese utilizza una maschera scenica e che dopotutto realizza semplicemente dei film comici e non ha alcuna ambizione di rappresentare un modello comportamentale. Ci è capitato di imbatterci nel delirante articolo a firma di Davide Turrini su “Il Fatto Quotidiano” dal titolo “Quo Vado? Checco Zalone e le minoranze sputtanate nel film. Ribellatevi e uscite dalla sala“. Inizialmente abbiamo pensato allo scherzo di pessimo gusto, poi però ci siamo resi conto che il tono scelto dall’articolista era dannatamente serio. Anche il sottotitolo ci è sembrato altrettanto delirante: “Concedere un’ora e ventisei del proprio tempo alla ditta Zalone/Nunziante/Valsecchi è come dare le chiavi di casa in mano al ladro, prestare un coltello a Jihadi John e chiedergli di tagliare una cipolla, dare la possibilità a Berlusconi di dire ancora un’altra barzelletta“.

Turrini, ma sei serio? Sembra quasi che l’articolista del Fatto sia andato a vedere Quo Vado pensando di andare a vedere Schindler’s List e che sia rimasto scioccato da quello che ha visto, altrimenti non si spiegherebbe il senso delle sue parole. Cosa si aspettava di trovare al cinema andando a vedere un film leggero e di comicità come quello di Checco Zalone? E soprattutto come mai questi figuri non scrivevano pamphlet indignati quando si trattava di commentare i vari cinepanettoni di Boldi e De Sica? Checco Zalone è uno che fa ridere, è uno che piace istintivamente al popolo perchè è capace di empatia, riesce a suscitare simpatia in tutti e ne è consapevole. Evidentemente si tratta di invidia, l’invidia che questi personaggi un pò radical chic, un pò hipster, frutto della tumultuosa e deregolata globalizzazione di questi tempi, provano nei confronti dei personaggi popolari, perchè popolare è male nella loro visione creata per giustificare a se stessi l’essere minoritari. E il bello è che il film di Checco Zalone non è nemmeno politcally scorrect, è una semplice pellicola che parla in modo leggero di un tema come quello del “posto fisso” e che gioca sull’italianità, prendendola anche un poco in giro. Non ci è sembrato un film diseducativo nè un film che offende le minoranze, anzi riteniamo che ci vada una buona dose di faziosità anche solo per accusare il comico pugliese di grettezza. Eh no, Checco proprio non piace agli intellettuali che, non capendo il popolo, come da prammatica prendono le distanze anche dai suoi svaghi che diventano beceri e volgari. Peccato che proprio Checco Zalone tutto sia tranne che un gretto guitto da teatro che con rutti e scoregge esalta la folla, si tratta in realtà di un comico capace di far ridere perchè conosce gli italiani. E se gli italiani sono dei miserabili, in fondo, non è forse più colpa degli intellettuali italiani che dei comici?

Inoltre sembra quasi che in molti accusino Checco Zalone senza nemmeno aver capito il suo film, senza aver compreso che probabilmente il comico pugliese voleva proprio prendere in giro quel modello machista e ignorante di “italiano medio” che tanto fa irritare i radical chic e gli intellettuali benpensanti.

Gracchus Babeuf

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