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martedì , 17 gennaio 2017
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Il fallimento della formula “più stato per il mercato”

“Come è evidente dal progetto Industria 4.0 ritengo sia necessario lavorare sull’offerta e sulla competitività del sistema industriale perché rende possibile una crescita di lungo periodo. Una volta che il sistema è competitivo riesce a vendere ed esportare e assicura una stabilità alla crescita. Per farlo abbiamo pensato a un’operazione sugli investimenti delle imprese private perché sono molto più rapidi rispetto agli investimenti pubblici”. Carlo Calenda, Ministero Sviluppo Economico, in “Industria 4.0 per rilanciare l’Italia, Milano Finanza 6 settembre 2016.

Uno degli obiettivi chiave dell’operazione Mani Pulite e del conseguente crollo della Prima Repubblica era quello di smantellare il sistema dell’economia mista salvato, per iniziativa di Menichella, dagli americani nel 1946. In una famosa lettera, il futuro governatore della Banca d’Italia invitava gli Usa a tenere in vita l’Iri perché sarebbe stato utile alla rapida ricostruzione del Paese e perché si temeva che l’imprenditoria privata avrebbe attuato una sorta di sciopero degli investimenti.

L’operazione condotta nel biennio ’92-93 ebbe successo e con Amato, Ciampi e Prodi si avviò la rapida dismissione della partecipazioni statali e il conseguente processo di privatizzazione, conclusosi a grandi linee con la privatizzazione di Telecom. Da allora c’è stato il crollo degli investimenti privati e ciò supporta storicamente la tesi di Menichella, che, tra l’altro, era liberale e non certo “socialista”.
Fanno dunque sorridere le dichiarazioni di Calenda sopra riportate perché ci fa capire quanto la classe dirigente di oggi ignori la storia d’Italia e sia prona ad una classe imprenditoriale che ormai in molti riconoscono inadatta nel nuovo contesto del mercato mondiale.

Fanno sorridere per un altro motivo, però: lo stesso giorno, lo stesso quotidiano riporta un’analisi dell’economista Guido Salerno Aletta, già grand commis durante la Prima Repubblica oggi firma autorevole del giornale milanese. L’articolo porta il titolo “Italia, i due nodi della crescita zero” che riporta dati della Nota Trimestrale pubblicata il giorno prima dall’Istat.

Vediamo alcuni dati: la crescita zero deriva dalla contrazione nel trimestre della spesa pubblica e dalla riduzione degli investimenti, parzialmente compensati dalla crescita dell’export. La spesa pubblica corrente è in diminuzione dal 2011 ed è passata da 321 miliardi di quell’anno a 310 del 2015. La spesa per investimenti è scesa da 42 miliardi del 2012 ai 37 del 2015.

Ma qui viene il bello: la spesa in conto capitale nel 2015 è in crescita per la particolare condizione che masse enormi di denaro pubblici sono finite a spese per investimenti privati, passando da 19 miliardi del 2013 ai quasi 30 del 2015. Per l’economista la riqualificazione della spesa pubblica si sta dimostrando inefficace e lo spiega con nettezza: “considerato che, a livello economico complessivo, gli investimenti fissi lordi in euro correnti sono calati da 276 miliardi del 2013 ai 270 miliardi del 2015, con una contrazione di 6 miliardi, ne deriva che il contributo aggiuntivo di 10 miliardi recato dalla finanza pubblica in questi due anni è stato più che assorbito dalla tendenza del settore privato a ridurre gli investimenti”. 

Detto in parole povere: il governo ha dato 10 miliardi in più ai privati per fare gli investimenti ma gli investimenti sono calati…Che fine fanno questi quattrini pubblici? Vanno a finire ai soci tramite i dividendi, in operazioni finanziarie e, in ultima istanza, nel risparmio gestito, esploso negli ultimi anni.

Dunque, secondo Calenda i privati sono più veloci del pubblico a fare gli investimenti e l’Istat sembra dargli torto marcio nella Nota Trimestrale, notizia che non si legge nei media, altrimenti il Governo non si potrebbe presentare come efficiente ed efficace. Denaro che potrebbe essere speso per infrastrutture, per l’edilizia scolastica e sanitaria, per l’istruzione ma che viene assorbito dai privati in cambio di investimenti che non fanno.

Viene in mente il “Modello Calabria” dove da vent’anni, con i fondi europei, si danno miliardi ad aziende che non assumono e non fanno investimenti. Evidentemente Calenda ha in mente il Modello Calabria per stare sul mercato mondiale.

Ma c’è un altro dato che fa riflettere: il tasso di profitto delle imprese industriali è passato dal 48% del 1999 al 40,7% del 2015 e gli investimenti sono calati dal 22,5% al 18,5% nello stesso arco di tempo, caduta derivante secondo l’economista dalla “minore profittabilità derivante dal calo degli investimenti”.

Nonostante ciò, un tasso del 40% del profitto industriale è di per sé, in un contesto del genere, altissimo e deriva dalla svalutazione salariale iniziata con gli accordi concertativi del 1993, con il Patto per l’Italia di Prodi del 1996 e con la precarizzazione dei rapporti di lavoro culminata con il Jobs Act.

Solo la guerra ai salariati degli ultimi decenni con l’intensificazione dei ritmi di lavoro e tassi di sfruttamento altissimi, ha permesso alle imprese di reggere il mercato mondiale visto che non sono disposte a mettere denaro per ammodernare gli impianti.

La guerra finirà con la sostituzione della contrattazione nazionale con la contrattazione aziendale e con lo spostamento dal salario fisso al salario variabile. Prova del fuoco sarà il contratto dei metalmeccanici. Gli ultimi decenni li possiamo definire l’era dei profitti facili, ottenuti con la svalutazione del lavoro. I padroni vogliono continuare il percorso, convinti ancora una volta di reggere il contesto mondiale.

Evidentemente si sono dimenticati che hanno perso per la via il 25% dell’apparato industriale e che un altro 50% è a forte rischio. Rimarranno in pochi e così avranno completato la loro opera di macerie.

Pasquale Cicalese per Marx21.it

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