Il falso femminismo degli "apparati di potere"Tribuno del Popolo
giovedì , 21 settembre 2017
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Il falso femminismo degli “apparati di potere”

Per adeguarsi alle quote rosa nei Consigli di Amministrazione restano soltanto tre mesi, secondo la legge entrata in vigore nel luglio 2011; la pena riguarderà multe dai cento mila al milione di euro.

La legge promossa da Lella Golfo e Alessia Mosca, entrambe PD, introduce le quote di genere nella composizione degli organi sociali sia delle aziende private che pubbliche. Il numero delle donne impiegate negli organi di amministrazione delle società è cresciuto da allora dal 7,4% al 17,2%.

Il che sembra un risultato positivo e incoraggiante.

Secondo i termini della legge, entro la fine del 2013 tutti i CDA e le spa quotate dovranno avere almeno un quinto di rappresentanti donna, ed entro il 2015 almeno un terzo.

Mosca considera questa legge un grande successo: “anche perché l’osservatorio istituito presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri sta monitorando tutte le circa sei mila società a partecipazione pubblica del Paese”.

Questo successo è però opinabile.

Il dover obbligatoriamente assumere donne presuppone che queste abbiano una spinta in più rispetto ad altri aspiranti uomini, solamente per il fatto di essere di sesso femminile. Il che è offensivo. Essere donna non è un merito in più, e nel momento stesso in cui la legge si pone in questi termini sta comunque dicendo che le donne, altrimenti, non ce la farebbero ad arrivare ai ruoli di potere e bisogna quindi darle una spinta in più.

Una legge giusta e che rispetta il principio di uguaglianza di genere è quella che concede a entrambi i sessi di poter perseguire una carriera, evitando che si creino motivi di emarginazione e di preferenza, abbattendo ogni possibile pregiudizio.

Magari queste aziende non hanno neanche bisogno di nuovo personale e saranno costrette a licenziare uomini per assumere donne, o a preferire una donna rispetto a un uomo più competente per costrizione della legge.

E questa è emancipazione femminile? Una donna che entra nei CDA lo deve meritare per le sue capacità non per il solo fatto di essere una donna.

Intanto molte aziende stanno cercando escamotage per aggirare le regole, come la riduzione dei componenti del Consiglio di Amministrazione oppure vengono assegnati alle donne ruoli meno incisivi, giusto per far vedere che si stanno assumendo donne. Questo non si può chiamare successo.

I mass media fanno propaganda dicendo che nei board d’amministrazione di tutto il mondo, la presenza femminile nei posti di comando delle agenzie, migliori la loro prestazione. L’enunciato è sopportato da studi scientificamente approvati.

Ad esempio c’è la ricerca “Gender Interactionis whitin the family firm” condotta da economisti della Bocconi in collaborazione all’università Autonoma di Barcellona, che si basa su risultati delle analisi effettuate dal 2000 al 2010 su 2.400 imprese italiane a controllo familiare, con un fatturato di oltre 50 milioni di euro all’anno. Queste aziende, il cui corpo è formato almeno per metà da donne, hanno avuto un profitto in più del 18%. Risultato possibile, secondo la ricerca, solo quando al timone c’è più di una donna, forse per la possibilità che hanno i componenti femminili di fare squadra (si è sempre visto il contrario, ma la ricerca fa scoprire sempre molte cose). Al contrario, se la manager si trova da sola, in mezzo a tanti uomini, i risultati non sono incoraggianti. Il fenomeno è più marcato nel nord Italia.

Secondo un’altra analisi, realizzata tra il 2008 e il 2009 da Cerved, su un campione di duemila imprese con un fatturato di 100 milioni all’anno, le aziende con il 30% delle donne nei CDA hanno meno possibilità di incorrere in default. E se l’amministratore delegato è una donna, addirittura i rischi di default si dimezzano.

Che dire, abbiamo trovato la soluzione per la crisi.

Glenda Silvestri

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