Il falso mito del libero mercatoTribuno del Popolo
mercoledì , 18 ottobre 2017
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Il falso mito del libero mercato

Nel suo recentissimo libro “Myths, Politicians and Money. The truth behind the free market”, Bryan Gould, parla del fallimento dell’ultraliberismo. La sua analisi traccia lucidamente i rapporti che esistono tra i mercati e la politica, evidenziando come i primi abbiamo egemonizzato la seconda. Ma a questo punto pare lecito chiedersi se non sia possibile cercare un’alternativa al capitalismo stesso. 

Fonte: Oltremedianews

“Da quel momento in poi i governi non hanno più avuto la forza di dettare al capitale le condizioni da rispettare; ora i governi devono persino contrattare per vie legali i termini”. Il momento a cui si riferisce Gould, e che nella sua analisi si pone come cardine cruciale della svolta liberista, è l’abolizione del controllo dei cambi risalente alla fine degli anni ’70. Da quel momento infatti i capitali internazionali sono stati del tutto liberi di muoversi ovunque si sperava che ci fossero bassi costi di produzione e alti profitti, cosa che ha generato un enorme squilibrio nel rapporto tra governo nazionale e capitale. Ma l’analisi del membro del partito laburista britannico si spinge anche oltre. Quando Fukuyama nel 1989 proclamò la “fine della storia” – dice Gould – egli riteneva banalmente implicito che ci fosse una sostanziale identità tra il libero mercato e la democrazia, tra liberismo e liberalismo direbbero alcuni. Ma “dopo più di venti anni questa tesi non può più essere sostenuta”. Quello che Fukuyama non aveva preso in considerazione, continua l’autore, è che i maggiori attacchi all’egemonia della politica, nonché ai valori e alla cultura occidentale in generale, potessero proprio venire dall’interno, dalle forze sprigionate dalla dottrina dei mercati liberi, che sono addirittura giunte a soverchiare e ignorare i principi basilari della democrazia.

La totale libertà, o meglio la completa deregolamentazione, della circolazione dei capitali sulle borse internazionali ha infatti messo in moto un perverso meccanismo che risulta particolarmente arduo da modificare: i capitali sono sempre meno soggetti alle restrizioni e agli argini legali, mentre i governi si vedono sempre più costretti a soddisfare le domande dei grandi investitori per evitare fughe di capitali, che comporterebbero una subitanea mancanza di credito per il Tesoro, ma soprattutto devono rendere conto agli elettori delle proprie scelte spesso impopolari. “Il problema è”, arguisce Gould, “che molti politici occidentali sono stati talmente accecati dai successi del mondo del business, che hanno persino provato atrattare il governo come se si trattasse di affari commerciali”. L’aver adottato una metodologia aziendalista nella gestione della cosa pubblica e il fatto che i governi si preoccupino quasi esclusivamente di ingraziarsi i mercati, spesso a discapito del benessere dei cittadini, è l’archetipo dell’apatia e della lontananza dalla politica attiva che tutti constatiamo non senza qualche recriminazione.

È certamente fuori discussione che la Politica, quando sovrana, abbia il potere di migliorare considerevolmente i livelli di benessere della società, ma quello che Gould non sottolinea abbastanza è come l’attuale crisi economica sia il frutto esatto di una connivenza più o meno tacita tra la politica e la grande finanza. Se non altro per il fatto che le politiche di liberalizzazione e deregolamentazione vengono prese in ambiti eminentemente politici spesso in gran parte contaminati da interessi lobbistici. Su questo tema non ci stancheremo mai di consigliare vivamente ai lettori il brillante e lucido saggio d’inchiesta “Shock Economy” di Naomi Klein.

Dunque Gould pur meritando un indubbio plauso per la denuncia della totale disumanità e insostenibilità sociale dei mercati deregolamentati, rimane saldamente ancorato nell’alveo della certezza capitalista. Il problema per lui, come per la maggioranza dei commentatori economici, risiede più nella deformazione del capitalismo che nel capitalismo stesso. Tuttavia, consci del fatto che ormai il capitalismo “buono”, quello keynesiano della piena occupazione, ha ceduto il passo alla tecnocrazia e alle velleità ingegneristiche della finanza speculativa, chissà che non valga la pena immaginare un modello di struttura economica alternativo al capitalismo e più a misura d’uomo.

 Fabrizio Leone

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