Il "filo rosso": Cina e Russia sempre più vicineTribuno del Popolo
venerdì , 18 agosto 2017
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Il “filo rosso”: Cina e Russia sempre più vicine

Quando al Consiglio di Sicurezza dell’Onu la Cina si astenne sul voto alla mozione di condanna del referendum in Crimea, in molti, con interessata superficialità, decretarono l’isolamento della Russia a livello internazionale: il temibile asse totalitario Mosca-Pechino si era finalmente spezzato e tra le due potenze emergevano gli storici insanabili contrasti.

A dare una chiara risposta – oltre a quella peraltro già convincente delle critiche di Pechino alla messa in atto di sanzioni unilaterale – a tale racconto “agiografico” è stata una rivista cinicamente realista come The National Interest che certo non nutre particolare simpatia per le due potenze: “Al di fuori dell’Europa, in pochi sembrano avere l’intenzione di mettere in discussione i propri legami con la Russia per la Crimea. Il Brasile e l’India adotterebbero questo approccio? E che dite della Corea del Sud e del Giappone? Speriamo che il presidente Obama non creda davvero alla sua retorica su un’inesistente comunità internazionale.

E infatti, diradata un poco la nebbia della propaganda, non furono pochi gli studiosi che misero in evidenza come la crisi in Ucraina avrebbe certo influito sui rapporti tra Russia e Cina popolare, ma in senso inverso: li avrebbe portate ad un ulteriore avvicinamento, e non solo a livello commerciale (forniture energetiche russe alla “famelica” potenza asiatica1), per porre argine alla persistente vocazione interventista di Stati Uniti e alleati. Mosca avrebbe guardato ancora più a Est, e Pechino avrebbe colto al volo questa opportunità.

Ad essere sotto accusa, proprio perché alimenta una possibilità strategica così temibile, è ora la politica estera dell’amministrazione Obama che, con la gestione della crisi ucraina, mette in discussione un caposaldo strategico statunitense: evitare di inimicarsi contemporaneamente due potenze rivali. Caposaldo al quale teneva particolarmente l’ex segretario di Stato Henry Kissinger: I nostri rapporti con i possibili rivali devono essere tali che le nostre scelte verso entrambi siano più appetibili rispetto alle opzioni che li spingono uno verso l’altro”. Così scrive sempre il The National Interest: “La condotta di Washington potrebbe persino spingere la Russia e la Cina a rafforzare i loro rapporti, mettendo in secondo piano una serie di divergenze, tra cui le controversie di confine risalenti al XIX secolo e la concorrenza politica ed economica in Asia centrale, per privilegiate le preoccupazioni più pressanti che arrivano dagli Stati Uniti. Anche il tono della diplomazia statunitense verso i due paesi è a volte inutilmente stridulo e conflittuale. Funzionari dell’amministrazione Obama hanno prodotto risentimenti diplomatici perché Pechino e Mosca hanno avuto il coraggio di resistere agli sforzi a guida Usa per spodestare il leader siriano Bashar al-Assad e per imporre sanzioni economiche sempre più dure contro l’Iran. Il consigliere per la Sicurezza Nazionale Susan Rice, all’epoca ambasciatore americano alle Nazioni Unite, ha denunciato veti cinesi e russi su una risoluzione del Consiglio di Sicurezza sulla Siria, proclamando che il suo paese era “disgustato” e aggiungendo che tali azioni erano “vergognose” e “imperdonabili””2.

E certo le ultime notizie non possono che rafforzare l’ipotesi di un “asse euroasiatico”. Proprio mentre viene deciso il nuovo round di sanzioni contro Mosca, il Wall Street Journal pubblica un rapporto in base al quale i vertici militari statunitensi avrebbero messo a punto una serie di piani di emergenza, per rispondere a nuove provocazioni di Pechino nel Mar cinese orientale, che prevedono il dispiegamento nell’area di bombardieri B-52 e esercitazioni navali con l’impiego di portaerei nei pressi delle acque territoriali cinesi e l’immediato invio di una portaerei nello stretto di Taiwan. Inoltre – e questo lo ha riportato in contemporanea il Financial Time, il Pentagono sta pensando all’utilizzo di basi alternative nel Pacifico occidentale (tra queste quella di Tinian, da cui partì l’Enola Gay) per navi, aerei e stanziamento di truppe3. Il tutto per dare una risposta credibile ad alleati come il Giappone che chiedevano garanzie precise dopo la sostanziale inazione statunitense di fronte all’annessione russa della Crimea. Lo aveva precisato a chiare lettere Kunihiko Miyake, ex consigliere del premier Abe, e ora direttore di ricerca presso il Canon Institute for Global Studies di Tokyo, con chiari riferimenti alla Cina: “La Crimea è un game-changer. Non si tratta di un fuoco acceso su una spiaggia lontana da noi. Quello che sta accadendo è un altro tentativo da parte di una potenza in ascesa di cambiare lo status quo”4. Il recente viaggio di Obama in Asia orientale ha portato per la prima volta un Presidente statunitense a dichiarare la piena operatività del Trattato di sicurezza Usa-Giappone anche in relazione alle isole Senkaku/Diaoyu (l’articolo 5 prevede il supporto militare all’alleato), oggetto di controversia tra Tokyo e Pechino, (si tratta dell’ennesima “red line”?) e alla definizione di un nuovo patto decennale di difesa con le Filippine, subito interpretato dalla stampa locale come prova tangibile della volontà di Washington di dare concretezza al “Pivot to Asia”. Oltre a plaudire ad un accordo – ancora in parte segreto – che permette alle forze armate Usa di utilizzare le basi del Paese e rafforzare il proprio dispiegamento militare, a Manila si pensa pure una futura coalizione asiatica che si opponga ad una Cina naturalmente portata al dominio politico-militare della regione: “Cosa faranno i Paesi vicini di fronte ad una Cina crescente superpotenza? La maggior parte di questi cercheranno un equilibrio di potere. Possiamo aspettarci una coalizione di questi paesi: Giappone, Corea del Sud, Taiwan, Filippine, Malesia, Vietnam e, eventualmente, l’Indonesia e l’Australia”. Il tutto sotto la benedizione e la guida degli Stati Uniti5.

Ed in questo quadro di “contenimento” della crescita politico-militare cinese, che a Pechino si ragiona della necessità di approfondire l’intesa strategica con la Russia, sfruttando anche la molteplicità di impegni in cui si trova invischiata Washington, ultimo tra questi il “fronte” ucraino.

Di un “decennio di opportunità strategiche” ha parlato il maggiore generale cinese Wang Hayun (consulente presso il China International Institute for Strategic Society). A suo avviso la crisi ucraina rappresenta una vera e propria svolta nelle relazioni Est-Ovest post-guerra fredda, tanto che Russia a Stati Uniti stanno scivolando verso un “confronto strategico” dal quale la Cina potrà trarre importanti benefici, primo fra tutti un possibile alleggerimento della capacità di accerchiamento strategico statunitense in Asia Orientale. Ma l’aspetto più interessante è quello della relazione con Mosca. Ecco quel che scrive lo studioso cinese: “In conseguenza della diffamazione, dell’isolamento, della coercizione e della repressione che vengono messe in atto dalle potenze occidentali, e soprattutto a causa del deterioramento del contesto internazionale e della sicurezza delle sue frontiere occidentali, la Russia dovrà fare affidamento sulla Cina, una potenza in piena espansione con interessi e ideali strategici simili, per controbilanciare la pressione occidentale6. Il giudizio su quanto accaduto a Kiev, dalle proteste di piazza al rovesciamento del governo, passando per le interferenze occidentali, non può essere liquidato come un avvenimento secondario. Su questo aspetto Wang Hayun è molto chiaro, soprattutto in merito alle ricadute globali: “la crisi in Ucraina ha coinvolto le potenze mondiali come la Cina, ha toccato le norme fondamentali del diritto internazionale e posto una serie di problemi fondamentali all’ordine internazionale, quindi è destinata ad avere un impatto molto profondo sulle relazioni tra le grandi potenze”.

Non va inoltre passato sotto silenzio il fatto che proprio gli ambienti militari russi hanno evidenziato che il rovesciamento di Yanukovich debba essere letta anche come una mossa anti-cinese, dettata dall’irritazione statunitense per la sempre più stretta collaborazione tecnologico-militare tra Pechino e Kiev: nella fase di ammodernamento della ex portaerei sovietica Vyriag – ora tornata a solcare i mari con il nome Liaoning – il personale militare cinese avrebbe ottenuto, soprattutto negli ultimi anni, il pieno accesso all’esperienza tecnologica ucraina (si parla di frequenti visite in Crimea)7.

Sulla necessità di più stretti rapporti con la Cina popolare si discute anche a Mosca in termini che in molti punti ricordano quelli dell’esperto cinese sopra riportate. Di una comunanza di vedute sulle questioni strategiche globali e di una “cooperazione in questioni internazionali a livelli senza precedenti con Pechino ha parlato proprio il presidente russo Vladimir Putin, all’indomani delle prime sanzioni decretate dopo il referendum in Crimea. Un asse Russia-Cina, benché non configurato come alleanza militare, non potrà che influenzare in maniera significativa l’architettura contemporanea delle relazioni internazionali. Il futuro prossimo sembra essere quindi essere tracciato: èassolutamente chiaro che espanderemo la collaborazione con la Cina. Il nostro commercio con gli Stati Uniti è 27,5 miliardi, ma il commercio con la Cina è di 87 miliardi di dollari, ed è in crescita. E gli esperti concordano sul fatto che la Cina sta gradualmente diventando la prima potenza economica economico.La domanda è: quando accadrà? In 15, 20 o 25 anni. Ma tutti capiscono che è inevitabile”8.

Ma a ricordare ancora di più lo scenario presentato da Wang Hayun, vale a dire quello che vede Pechino nel ruolo di giocatore vincente del “pasticcio ucraino”, è lo studioso russo Artyom Lukin della Far Eastern Federal University (Vladivostok). E questa vittoria in cosa potrebbe tradursi? Nella trasformazione del “partenariato strategico” in un “entente geopolitico in piena regola”, con Mosca assai più disposta a sbilanciarsi anche in Asia orientale a sostegno degli interessi cinesi nelle varie dispute territoriali in atto da anni. Proprio in questo teatro sono destinati a mutare i rapporti di forza: “Le sanzioni politiche ed economiche occidentali spingono inevitabilmente Mosca verso Pechino, aumentando la probabilità che la Cina e la Russia allineino la loro politica estera nei confronti dell’Occidente. Questo, a sua volta, rafforzerà le posizioni strategiche del Regno di Mezzo in Asia. Avendo acquisito la Russia come una zona posteriore strategica sicura, così come l’accesso privilegiato alle sue vaste risorse di energia e minerali di base e tecnologie militari avanzate, la Cina si sentirebbe molto più sicura nella sua rivalità con gli Stati Uniti per il primato nella regione Asia Pacifico. Gli eventi in Ucraina sono suscettibili di portare finalmente all’accordo Russia-Cina su un contratto di gasdotto a lungo ritardato per divergenze sui prezzi del carburante. Le sanzioni occidentali renderanno certamente Mosca più compatibile con Pechino”9.

La visita di Putin in Cina, in programma a maggio, diventa quindi un appuntamento cruciale, sia per comprendere i prossimi sviluppi del rapporto tra le due potenze (in termini commerciali, militari e strategici) che per veder messi seriamente in discussione gli attuali equilibri di potere. Un asse russo-cinese, con ovvie ricadute anche nei rapporti all’interno dei Brics, costituirebbe una sfida decisiva al predominio politico-militare del blocco a guida statunitense. Non ci resta che attendere. Fiduciosi, se abbiamo come obiettivo la pace e il dialogo fra civiltà e culture.

NOTE

1“La Russia si prepara all’annuncio del Santo Graal energetico con la Cina”, L’Antidiplomatico, 21 marzo 2013.
2“Washington’s Biggest Strategic Mistake”, The National Interest, 18 aprile 2014
3“US spreads military presence across Asia”, Financial Times, 28 aprile 2014
4“U.S. Response to Crimea Worries Japan’s Leaders”, New York Times, 5 aprile 2014
5 Si veda, a titolo di esempio, “Waiting Obama”, The Philippine Star, 27 aprile 2014
6 Dichiarazioni riportate sull’edizione del Quotidiano del Popolo del 23 aprile 2014, http://military.people.com.cn/n/2014/0423/c1011-24932194.html
7 “Report links China’s Liaoning carrier to Yanukovych ouster”, China Want, 6 aprile 2014
8 “Russia-China ties to alter global equations: Putin”, The Bric’s Post, 18 aprile 2014
9 “How the Ukraine crisis is pushing two superpowers together”, Artyom Lukin, East Asia Forum, 31 marzo 2014

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