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martedì , 17 ottobre 2017
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Il governo dei tecnici dal volto poco umano

Cosa penserebbe l’economista Federico Caffè se fosse ancora vivo? Teoricamente potrebbe ancora esserlo, da qualche parte. Forse gli verrebbe voglia di scomparire di nuovo nel nulla, come ha fatto venticinque anni fa, e di non farsi più ritrovare. Chissà cosa scriverebbe della crisi finanziaria, dello stato sociale, della disoccupazione, del governo dei tecnici, della riforma del mercato del lavoro.

Chissà che giudizio darebbe del vertice europeo che in questi giorni ha tentato, senza una comune convinzione, di salvare la moneta unica dagli umori dei mercati. I risultati raggiunti da Monti nei confronti della Merkel sono confortanti, ma l’ardua sentenza spetterà alle Borse che vanno valutate sul medio e lungo periodo, non sul “rimbalzo” positivo di venerdì. I mercati ormai sono i giudici supremi del nostro futuro. Caffè, già all’inizio degli anni Settanta, li considerava scarsamente trasparenti in quanto gestiti dagli “incappucciati”, da anonimi speculatori finanziari che operavano in Borsa attraverso operazioni ai danni di indifesi e ignari risparmiatori. Oggi ricorderebbe che “il mercato è tanto onesto nel riflettere le decisioni dei singoli quanto può esserlo una votazione in cui alcuni elettori abbiano una sola scheda ed altri ne abbiano più d’una”. Sicuramente tirerebbe le orecchie al suo laureato Mario Draghi che recentemente ha considerato superato lo stato sociale europeo. Gli aveva insegnato altre cose, ma capita spesso che un allievo voglia emanciparsi dal maestro e liberarsi persino del suo fantasma. Gli ripeterebbe che “sciaguratamente al posto degli uomini abbiamo sostituito i numeri e alla compassione nei confronti delle sofferenze umane abbiamo sostituito l’assillo dei riequilibri contabili”. Questo era Caffè, “scomparso e mai più ritrovato”, un gigante della dottrina economica keynesiana, uno dei pochi riformisti degni di questo nome. Perché se anche il riformismo è un’ideologia − una delle peggiori − lui ne era un sacerdote laico. Un uomo di un altro tempo che la catastrofe finanziaria e i rischi di una politica subalterna all’economia li aveva previsti con quarant’anni di anticipo. Ai ministri del governo tecnico − ministri dal volto poco umano − sarebbero da suggerire i suoi articoli e libri o almeno la sua biografia, scritta magistralmente da Ermanno Rea.

A proposito dei tecnici. Chi giura sulla Costituzione, anche se non è stato eletto, dovrebbe conoscerla, o se non altro fare finta di averla letta. Nessuno chiede il posto fisso per grazia ricevuta, né un diritto al lavoro che neanche un ministro marziano potrebbe ora garantire. Tuttavia, siccome rappresenta la Repubblica, la Fornero dovrebbe attuare il dettato costituzionale. Cioè promuovere “le condizioni che rendano effettivo questo diritto”, senza giri di parole e senza controriforme che non solo non piacciono né ai sindacati né alla Confindustria, ma che vanno nella direzione opposta. Gli stessi costituenti non si illudevano di poter assicurare la piena occupazione, alcuni la consideravano una promessa pericolosissima, in quanto con l’art. 4 la Repubblica si assumeva, alla lettera, l’impegno a dare un lavoro a tutti i cittadini che lo reclamavano sulla base di una norma costituzionale. Altri costituenti si batterono addirittura per subordinare l’esercizio dei diritti politici all’adempimento del “dovere al lavoro”: un’aberrazione giuridica, ma questa era la versione uscita dalla Commissione dei 75. Per fortuna prevalse un concetto meno idealistico e più prosaico: lo Stato deve impegnarsi concretamente per promuovere politiche economiche e sociali specifiche − cioè le condizioni − per rendere effettivo un diritto che diversamente rimarrebbe sulla carta. È andata così: questo impegno non solo è stato sporadico, ma a tratti è venuto meno. Anzi, nei momenti di crisi, invece di avviare delle politiche anticicliche per uscire dalla recessione, ci si è nascosti dietro il paravento degli ammortizzatori sociali, che non possono rappresentare una seria e duratura modalità per soccorrere chi perde il lavoro. Le parole sconsiderate dei ministri sono gli effetti collaterali dei governi tecnici. Se li prendiamo a scatola chiusa, ci possono capitare in sorte anche le Fornero, i Polillo, i Martone e le loro battute di dubbio gusto che, purtroppo, tradiscono un reale pensiero e una forma mentis poco disposta all’equità sociale. Monti è quasi al giro di boa. Il vertice europeo lo ha rafforzato e solo le bizze della sua improvvisata maggioranza potrebbero defenestrarlo prima del 2013. Poi tornerà la politica. Speriamo quella buona. O almeno meno arrogante e con più cuore.

Daniele Ceschin, “la Tribuna”, 1° luglio 2012

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