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venerdì , 24 marzo 2017
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Il governo prende e non dà nulla

La «legge di stabilità», nella versione proposta al Parlamento, con una mano riduce le tasse, con l’altra aumenta il prelievo fiscale su tutto. Dall’Iva alle agevolazioni, dalle pensioni di guerra alla deducibilità degli interessi sui mutui.

Tratto da Marx21.it

Partiamo dalle certezze. Se in una manovra finanziaria governativa – ora si chiama «legge di stabilità», ma non c’è molta differenza – i saldi sono positivi per lo Stato, vuol dire che sono usciti più soldi dalle tasche dei cittadini. Quindi, le trombe della propaganda hanno suonato una canzone stonata quando si sono sperticate in elogi per il mini-taglio alle aliquote Irpef come segno di una «fase 2», in cui «finalmente» si cominciava a (ri)mettere in tasca qualche soldo ai contribuenti. Tutto falso. Il taglio dell’Irpef – le aliquote passano dal 23 al 22% fino a 15.000 euro lordi annui, e dal 27 al 26% per lo scaglione fino a 28.000 – si traduce in un’entrata, per il singolo lavoratore dipendente, oscillante tra un minimo di 11,5 euro al mese e un massimo di 21,5. Già così, si perderebbero oltre 2,5 punti l’anno soltanto grazie all’inflazione «ordinaria».

Ma il governo con una mano finge di dare, con l’altra, decisamente, arraffa. Ha confermato infatti l’aumento dell’Iva – dal 10 all’11% quella agevolata, dal 21 al 22% quella «tipica» – che si traduce automaticamente in un aumento generale dei prezzi di tutte le merci, a partire da quello dei carburanti. E tanto basterebbe ad eliminare, con gli interessi, quel poco di «respiro» derivante dalla riduzione dell’Irpef.

Nelle pieghe di questa finanziaria, però, c’è ben altro. Dopo lunghi tentennamenti, infatti, è stata confermata la riduzione delle spese detraibili e deducibili, quelle che «si portano nel 730», tra giugno e luglio di ogni anno. La riduzione con effetti universali riguarda le spese mediche; che rimangono scontabili al 19%, ma la «franchigia» viene elevata dagli attuali 129,11 euro (le 250.000 lire di un tempo) a 250 euro tondi. Piccole cifre, direte; ma moltiplicate per la totalità della popolazione.

Viene drasticamente abbassato il «tetto» per la detraibilità degli interessi passivi dei mutui per la casa: da 4.000 a 3.000 euro. In pratica, chi poteva scalare 760 euro adesso dovrà accontentarsi di 570. Come sanno praticamente tutti, il «monte interessi» è particolarmente alto soprattutto nei primi anni di pagamento del mutuo («alla francese»); e, specie nel primo anno, è possibile detrarre anche una serie di spese accessorie (notarili, polizza incendio, perizia, costi di accensione, ecc). Ora finisce tutto in un calderone più piccolo. Di un quarto.

Non solo. Nel «tetto» dei 3.000 euro va compreso anche l’eventuale spesa per l’assicurazione sulla vita – di frequente associata con il mutuo casa – , il che comporta il mancato recupero di almeno un altro centinaio di euro.

Questa raffica di mancati sconti è di fatto un aumento della tassazione. Ma il governo ha voluto esagerare, imponendo anche una retroattività di queste nuove norme, a dispetto dello Statuto del contribuente, che vieta un simile modo di fare. Se il Parlamento approverà il testo presentato dall’esecutivo, infatti, gli effetti reali si avranno sulla dichiarazione dei redditi relativi al 2012, da presentare all’inizio della prossima estate. Vero è che non si tratta della prima volta, ma questa «arroganza fiscale» dello Stato non appare il miglior biglietto di presentazione «etico» per chi pretende di combattere l’evasione.

Altre categorie fin qui fiscalmente protette passeranno sotto una tosatura consistente. Per esempio le pensioni di guerra – fin qui esenti – mentre si sono salvate in extremis quelle di invalidità. Bloccata all’ultimo minuto anche la riduzione del 50% della retribuzione per i dipendenti pubblici che si prendono tre giorni al mese per assistere i familiari disabili. Roba oltre le colonne d’Ercole dell’indecenza…

Ma non è finita qui. Un governo davvero innovativo non considera nulla «intoccabile». Così ha deciso di eliminare la «clausola di salvaguardia» sul tfr. In pratica, viene cancellata la norma che consentiva di evitare che la «liquidazione» fosse tassata con le aliquote introdotte nel 2006, se svantaggiose per il lavoratore. Per le «cessazioni dal lavoro» dal 31 dicembre in poi si applicheranno dunque le normali aliquote Irpef, con una perdita secca intorno al 2,5% della cifra maturata in anni di lavoro. Come hanno subito notato gli specialisti, a rimetterci sono soprattutto i redditi più bassi (che erano tassati al 23% fino ai 26.000 euro, invece degli attuali 15.000). Per «equità»?

Potrebbe bastare. Ma non accade. Sotto la stessa tagliola passano anche le cifre percepite come «indennità sostitutiva del preavviso di licenziamento», gli «incentivi all’esodo», i «risarcimenti decisi dall’autorità giudiziaria», ecc.

Per capirne le conseguenze pratiche, nella vita di ognuno di noi, bisogna uscire per un attimo dalle righe di testo e guardarci attorno. Da ogni lato vediamo licenziamenti collettivi e individuali in atto, per crisi aziendale o per scomparsa dell’articolo 18. Ovunque, insomma, ci sono persone che perdono il lavoro e vanno perciò «liquidate» dando loro il tfr, e magari altre somme per «convincerle» ad andar via. Qualcuno si oppone, ricorre al giudice, che dispone un «equo indennizzo», non più «la reintegra» sul posto di lavoro.

In questa situazione, dove le imprese si «alleggeriscono» di forza lavoro per i motivi più diversi – esemplare il caso della Thyssen di Terni, dove la Otoukumpu vende sotto imposizione Ue, per «eccesso di concentrazione» -sulla massa dei lavoratori in uscita si abbatte una doppia tosatura di reddito. Da un lato l’imprenditore, che gli toglie la certezza di un futuro dignitoso; dall’altra lo Stato, che esige una gabella anche sull’indennizzo che un’altra parte dello stesso Stato ha riconosciuto «equo». C’è molto di marcio, nel governo Monti…

di Francesco Piccioni | da il Manifesto del 17 ottobre 2012

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