Il grande inganno. Berlusconi non libera tuttiTribuno del Popolo
martedì , 17 ottobre 2017
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Il grande inganno. Berlusconi non libera tutti

Sembra che la condanna inflitta ieri a Silvio Berlusconi abbia portato in Italia una ventata di aria fresca e pulita. Corsi e ricorsi storici insegnano altro: le rivoluzioni non si fanno nelle aule giudiziarie.

Fonte: Oltremedianews

Il grande inganno. Qualcuno in tempi non sospetti diceva della religione essere l’oppio dei popoli, poi sono venuti il pallone e la tv. Di artifici atti a distogliere le menti dai problemi reali ce ne sono a centinaia. Un inganno, appunto, perché il sapere critico, si sa, per chi comanda è una brutta bestia in quanto il passaggio ad una coscienza di classe e ad una organizzazione più o meno efficace delle rivendicazioni diventa assai breve.

In fatto di feticci capaci di monopolizzare le menti e le coscienze, poi, la specialità è tutta Italiana, e porta l’ultimo suo più elevato prodotto nel nome e nelle sembianze di Silvio Berlusconi. Per carità, ogni popolo a dir la verità ha le sue croci:agli inglesi i capricci dei reali, agli americani il loro proverbiale puritanesimo che ha fatto delle vite private dei presidenti un affare di stato, agli spagnoli un campanilismo suicida che rischia di smembrare una nazione; che direbbe poi Stalin a proposito dei russi di oggi che si eccitano nel vedere Putin correre a cavallo nudo in petto per le steppe siberiane?

Così finisce che si parla e si litiga per anni di questioni in realtà secondarie perdendo di vista i problemi reali che incidono sulla condizione materiale dei popoli. Per l’Italia, popolo di santi, veline, urlatori e comici-politici, quello della mistificazione sembra essere un vero e proprio sport nazionale. L’inganno, ventennale, si chiama Berlusconi, l’ultimo capitolo (in termini cronologici) è la sua condanna a 4 anni

Qualcuno pensa che la sua epopea sia giunta al capolinea e che i problemi dell’Italia siano finiti. È quello che ci hanno lasciato credere, è quello che ci hanno raccontato per anni provando a celare la crisi d’identità di una sinistra incapace di proporre modelli di società diversi. Niente di più sbagliato. La retorica intrisa di un antiberlusconismo morale e di facciata è stata cosi impostata dagli stessi personaggi che con le loro azioni hanno svuotato la parola sinistra del suo significato. Per sconfiggere Berlusconi bisogna sconfiggere ciò che Berlusconi rappresenta.

E cosa se non la peggiore feccia del capitalismo italiano, la sua conformazione, i suoi meccanismi e centri di potere occulti e deviati? Quando Berlusconi è entrato in politica l’Italia era la 6° potenza mondiale, oggi siamo fuori dalle prime 10 economie; in venti anni le diseguaglianze sono aumentate, gli italiani sono più poveri, più ignoranti, più incazzati, più vecchi e più isolati. Eppure in un paese dove più del 30% dei giovani non lavora non si parla di altro che della condanna di Silvio Berlusconi.

Condanna che potrebbe sancire, agli occhi dei più speranzosi, un passaggio dalla seconda alla terza repubblica o l’abbandono del sistema incentrato sugli affarucci sottobanco, sulle decisioni prese in Parlamento per difendere il proprio capo (leggi ad personam), e sì, perché di capo si tratta. Il suo esercito ieri era in piazza a festeggiare un’illusoria e quanto mai inventata assoluzione.

Ma la storia ci dice altro. Il 1992 viene menzionato come l’anno della svolta politica. La condanna di Bettino Craxi rappresenta, solo sui libri di storia, il passaggio dalla prima alla seconda repubblica, in realtà non ci si è mai distaccati da quel cordone ombelicale rappresentato dalle tangenti, dai favori e dalle furberie che sono servite per cantare a squarciagola: “Amo il mio paese” e “Mi consenta, mi sono fatto da solo”.

Rattristisce un po’ chi festeggia in piazza, così come appariva triste chi stappava bottiglie di spumante alla caduta del Governo Berlusconi.
Non si può gioire per la condanna di un uomo. Ancora una volta si usa la tecnica dello specchietto per le allodole.
La storia, quella vera, ci ha insegnato una cosa: le rivoluzioni non si fanno nelle aule giudiziarie ma in piazza. 

È infinita la sfilza di nomi di coloro che sono stati condannati e siedono i Parlamento o ricoprono cariche istituzionali. Quindi, non ci illudiamo, non cambia nulla, seppur si riesce ad “abbattere” un uomo il sistema non cambia.

E allora. Tornerà, non tornerà, è finita o no? No, l’inganno non è finito.

 Michele Trotta e Nicola Gesualdo

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