Il Job Act aumenta la precarietàTribuno del Popolo
mercoledì , 29 marzo 2017
Ultime Notizie
Link Sponsorizzati:

Il Job Act aumenta la precarietà

Un mucchio di retorica concluso con l’aumento selvaggio della precarietà e della flessibilità. Questo è il risultato finale del Decreto Legge con il quale va in vigore il tanto decantato Job Act del Governo Renzi/Alfano. 

Le false promesse legate alla materia degli ammortizzatori sociali, della riforma dell’Aspi (l’indennità di disoccupazione), la riforma dei Centri per l’impiego, il contratto unico, il riordino delle forme contrattuali diverse e lo stesso salario minimo, l’estensione della maternità, finiranno in una legge-delega, strumento che in Italia viene usato quasi sempre per far finire in niente anche i buoni propositi. Per il resto ecco, la “svolta” di Renzi è arrivata : i giovani precari, le partite Iva, la forza lavoro intellettuale spesso in fuga dall’Italia vedranno un peggioramento della loro condizione di lavoro e di vita, andando così ad aggiungersi alle condizioni già disastrose di larghe fasce dei cosiddetti lavoratori dipendenti.

Per il contratto a termine, infatti, scrive il testo del governo “viene prevista l’elevazione da 12 a 36 mesi della durata del primo rapporto di lavoro a tempo determinato per il quale non è richiesto il requisito della cosiddetta causalità”. Ma la novità peggiore è che viene prevista “la possibilità di prorogare anche più volte il contratto a tempo determinato entro il limite dei tre anni, sempre che sussistano ragioni oggettive e si faccia riferimento alla stessa attività lavorativa”. Rinnovare anche più volte, senza limiti chiari, significa, come riconoscono anche gli economisti “liberal”, poter rinnovare un contratto di lavoro ogni settimana e quindi ben 156 volte nell’arco di tre anni. Le aziende sono soddisfatte. Inoltre, nel momento in cui verrà introdotto il contratto unico in cui per almeno tre anni non sarà previsto l’articolo 18, le aziende potranno avere fino a sei anni di disponibilità assoluta del lavoratore, minacciato in ogni momento dal licenziamento.

La tendenza è confermata dall’apprendistato in cui verrà previsto il ricorso alla forma scritta solo per il contratto e per il patto di prova. Non ci sarà più, invece, in forma scritta il piano formativo individuale ma, soprattutto, si elimina la norma secondo la quale “l’assunzione di nuovi apprendisti è necessariamente condizionata alla conferma in servizio di precedenti apprendisti”. Quindi, si assumeranno apprendisti, con una paga base pari al 35 % della retribuzione, e questi potranno essere costantemente sostituiti. Infine, “per il datore di lavoro viene eliminato l’obbligo di integrare la formazione di tipo professionalizzante e di mestiere con l’offerta formativa pubblica, che diventa un elemento discrezionale”.

Siamo di fronte ormai a un progetto quasi “eversivo” del mercato del lavoro che, di controriforma in controriforma, ha stabilizzato il concetto di povertà e precarietà soprattutto per le nuove generazioni e smantellato quasi tutti i diritti acquisiti, dal salario all’art. 18, per i pochi fortunati che il lavoro ce l’hanno.

Noi ci batteremo in ogni luogo affinché questa riforma venga contrastata e ci chiediamo cosa aspetti il resto della sinistra di questo Paese, compresa la CGIL, ammaliata inizialmente dal nuovismo renziano, a mobilitarsi ed a indire uno sciopero generale per frenare la deriva di questo Paese verso una povertà di massa ormai alle porte.

Stefano Barbieri, segreteria nazionale PdCI

VAI SULLA PAGINA FB DEL TRIBUNO

Link Sponsorizzati:

Commenti chiusi.

Link Sponsorizzati:
Scroll To Top