Il Job Act che fa tremare il PDTribuno del Popolo
sabato , 27 maggio 2017
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Il Job Act che fa tremare il PD

Non è ancora stato reso noto in tutti i suoi punti, ma il Job Act del neo-segretario del Pd Matteo Renzi sta già scatenando le prime reazioni dentro e fuori il partito. Se per l’economista Gutgeld è un’opportunità per uno scatto culturale del Pd, non dello stesso avviso sono i giovani turchi per i quali Renzi ‘non affronta i veri problemi’. Prudente confindustria, mentre primi malumori giungono dal sindacato.

Fonte: Oltremedianews

‘Mi affascina l’idea di poter fare nel Pd quello che Tony Blair fece nel 1994 con il New Labour’. Era il 20 giugno 2013 e parlava già da segretario Matteo Renzi, attuale n.1 Pd; non senza che le sue dichiarazioni, apparentemente pacifiche e conciliative, non suonassero per i più attenti come una incombente minaccia. A quale Blair si riferiva? A quello che avallava la follia distruttiva di George W. Bush nelle sue campagne in Afghanistan ed Iraq celando al mondo la natura fallace delle ragioni di guerra? Oppure richiamava il Blair emulatore delle politiche Tatcheriane, il Blair che deregolamentava la finanza da una parte e smembrava il mercato del lavoro dall’altra pur condendo il tutto con un abile buonismo proprio di quella sinistra anglosassone radical-chic che tanto piace ai politici nostrani?A domanda spontanea non è seguita una subitanea risposta, complici i mesi di campagna elettorale che hanno preceduto le primarie. Nel corso di questi mesi Renzi ha sapientemente vestito talora i panni del Grillo di turno, talaltra la sorridentemaschera berlusconiana, a volte agitando il vessillo del giovanilismo, altre volte quello del buon padre di famiglia capace di rassicurare almeno in parte tanto il vecchio cuore operaista della base, quanto i nostalgici democristiani. Mille volti per mille risposte diverse in altrettante circostanze. Così può capitare che nel corso di un’intervista a ‘Che Tempo che fa’, a domanda del Fazio conduttore a proposito di interventi a sostegno dell’istruzione, il giovane Matteo si diletti in un bel discorso sul ruolo dell’insegnante e sul rapporto con le famiglie. I 5stelle insegnano: tanti slogan, pochi fatti.

Ma sono proprio i primi fatti a fornire spunti di riflessione sul Pd che sarà. L’occasione è stata quella della stesura del Job Act, una sorta di documento programmatico riguardante il lavoro elaborato dalla segreteria del Pd e considerato tappa iniziale del più ampio progetto propositivo e di studio inaugurato dal sindaco di Firenze nell’ottica di un futuro governo. Lotta alla precarietà ma non alla flessibilità; meno garanzie, più merito; stato sociale sì, ma senza Cig; via la cultura operaista e spazio ad una politica della coesione piuttosto che della conflittualità. La chiamano ‘flexsecurity’: un nome inglese, incomprensibile ai più, per descrivere la nuova filosofia del Pd. E poi qualcuno continua a chiedersi perché i democratici non riescono più a parlare il linguaggio dei ceti popolari…Più che uno scivolone comunicativo si dovrebbe parlare di metamorfosi culturale.

A spiegarla meglio ci ha pensato allora Yoram Gutgeld, deputato Pd e guru economico del rottamatore, il quale già in estate pubblicava sul ‘Foglio’ il suo manifesto di 50pagine dall’inequivocabile titolo ‘Come far ridere i poveri senza far piangere i ricchi’. Grande sostenitore della flessibilità sul mercato del lavoro e delle liberalizzazioni, Gutgeld può considerarsi partigiano del liberismo condito di elementi socialdemocratici. Del resto non c’è da sorprendersi visto che negli ambienti della finanza internazionale l’economista italo-israeliano è conosciuto piuttosto col nome di Mcboy. La scuola è infatti quella della McKinsey, gloriosa società statunitense leader nelle consulenze manageriali nella quale Gutgeld ha lavorato per ben 24 anni in compagnia di altri due mostri sacri del gotha capitalistico italiano: Corrado Passera e Francesco Profumo. Due nomi, una garanzia, verrebbe da dire, ma il punto è che se un tempo le istanze dei lavoratori, pur avendo radici autonome, si arricchivano di un filo diretto ideologico e culturale con Mosca e dell’incontro-scontro con la visione occidentale, oggi qualsiasi proposta politica ha la sua culla tra i grattacieli di New York e Chicago. I tempi sono cambiati, anche questa si chiama egemonia.

Così non possiamo sorprenderci se già nel Pd si comincia a parlare di ‘superamento dell’impostazione operaista’. Tra le proposte che sono state anticipate ancora una volta dal ‘Foglio’ e che saranno contenute presumibilmente nel Job Act di gennaio, alcune sono indicative di ciò che sarà il Pd negli anni a venire.
A cominciare dal contratto indeterminato-flessibile per i giovani neoassunti. L’impostazione è chiara: la precarietà è la piaga delle nuove generazioni? Piuttosto che estirparla meglio correggerla. Via dunque i contratti a progetto e le varie forme di contratti precari e largo ad un unico contratto indeterminato privo però della garanzia dell’art. 18. Licenziare i giovani sarà dunque molto più facile per i datori di lavoro che, anche in assenza di giusta causa, potranno mandare a casa i dipendenti con un semplice indennizzo. Flessibilità per tutti, Flexsecurity significa anche questo.

A compensare la riduzione delle tutele due misure aggiuntive: una di tipo normativo, secondo la quale il contratto indeterminato-flessibile sarebbe soggetto all’innalzamento delle garanzie con l’aumentare degli anni di servizio, sino al ripristino dell’art. 18 in chiave soft dopo i primi 3 anni e al riconoscimento del sacrosanto diritto alla malattia ed alla maternità. La seconda misura promette invece secondo Renzi di avvicinare l’Italia al sistema danese con l’introduzione di una sorta di reddito minimo garantito nella forma del sussidio di disoccupazione universale affiancato dall’obbligatorietà dei corsi di formazione per i disoccupati al fine di un più facile reinserimento nel mondo del lavoro e da un rilancio dei centri per l’impiego. Inutile dire che la Cig andrebbe in pensione.

Tra le misure presumibilmente contenute nel Job Act ci sarebbe poi un altro regalo per gli imprenditori: per incentivare le assunzioni lo Stato sarebbe disposto a pagare i contributi ai fini previdenziali dei primi 3 anni di assunzione. Come faranno ad impedire che i datori di lavoro pur di non pagare i contributi licenzino al termine della fase di inserimento? Forse Renzi lo spiegerà in futuro, ma il plauso della Confindustria suona come un campanello d’allarme.

A maggior ragione se si pensa alle critiche che cominciano a piovere dagli stessi industriali sull’unica misura di vero avvicinamento alle grandi socialdemocrazie del nord Europa: una legge sulla rappresentanza sindacale che impedisca nuovi casi Fiat-Fiom, e l’inserimento dei sindacati nei Cda delle grandi società. Se qualcuno aveva ancora dubbi sulla effettiva natura reazionaria e di classe della confederazione degli industriali la risposta è presto data.

Risolutezza difficile da trovare tra i sindacati, dove la Camusso abbandona lo strumento dello sciopero generale, mentre Cisl e Uil storcono il naso dinanzi alla paventata legge sulla rappresentanza che li distoglierebbe da una posizione privilegiata nei rapporti con la classe datoriale.

Chi invece ha provato in questi giorni a muovere alcune critiche di tipo tecnico e strettamente politico sono stati i Giovani Turchi. Alle critiche di Stefano Fassina sono seguite quelle di Orfini Raciti, secondo i quali sarebbe riduttivo limitare l’analisi sulle cause dell’attuale crisi occupazionale alla eccessiva tassazione del lavoro e alla mancanza di flessibilità. In particolare sul cuneo fiscale e sulle recenti misure del governo i Giovani Turchi hanno lamentato la scarsità delle risorse impiegate; ‘così com’è nella legge di stabilità – recita una nota – non avrà l’effetto sperato neanche sul ciclo dei consumi’. Ancora più profonda la contestazione sulla questione della flessibilità: ‘L’idea di fondo che sembra ispirare il Job Act di Renzi, secondo cui sarebbe sufficiente agire sulle regole del mercato del lavoro e sulla formazione per creare occupazione e ridurre il gap occupazionale fra giovani ed adulti, è del tutto priva di riscontri fattuali: la maggior flessibilità alla lunga non ha prodotto maggiore occupazione’.

Dalla critica alla impostazione di base è facile poi arrivare ad un’analisi non certo entusiasta delle proposte renziane in tema di lavoro. Sul contratto di inserimento a tempo indeterminato, ad esempio, la copertura statale dei contributi per i primi 3 anni non convince la sinistra del Pd in quanto essa non risolverebbe il problema del ricircolo dei lavoratori: ‘la stabilizzazione deve essere comparabilmente più vantaggiosa per l’impresa rispetto alla sostituzione del lavoratore’ scrive Orfini, che conclude: ‘se il vero incentivo arrivasse con la stabilizzazione invece che all’origine del rapporto di lavoro, il ricorso al licenziamento sarebbe scoraggiato’.
Pessimista anche il parere sul meccanismo reddito minimo – formazione obbligatoria. Secondo i Giovani Turchi, infatti, se le risorse del sussidio universale di disoccupazione venissero dirottate sugli investimenti i benefici in termini occupazionali sarebbero più evidenti. Così come avverrebbe se gli importi che Renzi vorrebbe dedicare alla formazione venissero deviati sulla produzione. ‘Formazione per fare cosa? – concludono Orfini e Raciti nella nota congiunta affidata alle pagine di Left Wing – Le parti datoriali, per spiegare le difficoltà ad assumere, scrivono ormai in ogni rapporto di ostacoli, dal loro punto di vista, di over-education e di scarsa corrispondenza tra studi e competenze richieste. Una formazione, tanto più obbligatoria, che non si incardini in un ragionamento complessivo del contenuto del lavoro rischia di essere solo la riproposizione dell’attuale sistema, contribuendo a mantenere competenze e salario schiacciati verso il basso’.

Analisi lucida e puntuale quella dei Giovani Turchi, ma dai contenuti diametralmente opposti alle parole d’ordine ed alle categorie renziane. Sarà il preludio per una riorganizzazione del fronte della sinistra interna? Di sicuro il barometro in casa Pd comincia a segnare tempesta.

 Michele Trotta

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