Il lavoro in Germania, memorandum da non seguireTribuno del Popolo
mercoledì , 18 gennaio 2017
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Il lavoro in Germania, memorandum da non seguire

Il lavoro in Germania, memorandum da non seguire

Da quando l’attuale crisi economica si è imposta sull’Occidente con tutta la sua virulenza, capita pressoché quotidianamente di sentire membri dei governi europei e policymakers internazionali esaltare il modello lavorativo tedesco, che si fregia di un notevole 7% di disoccupazione. Ma come funziona in Germania il mondo del lavoro? Vogliamo davvero assomigliare a loro?

Fonte: Oltremedia

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La disoccupazione è da sempre il principale nemico della politica economica e la principale fonte di destabilizzazione delle economie nazionali. Non dobbiamo dunque stupirci che in Italia, con il 38% circa di inoccupati, tutta l’economia nazionale sia prossima al capolinea. Alcuni diranno inoltre, certamente a buon riguardo, che il tasso esorbitante di disoccupazione è essenzialmente frutto dell’attuale crisi economica (dal 6,8 nel 2006 al 12% nel 2013) ma è altresì innegabile che senza manovre di politica economica volte a creare nuovi posti di lavoro stabili la ripresa della società italiana è soltanto un miraggio. Tutti hanno ben chiaro che, se si vuole invertire questa tendenza nera, è obbligatorio trovare nuove soluzioni in materia di assunzioni, tassazioni e salari dei lavoratori. Che poi forse questa volontà non sia così diffusa e univoca è un’altra storia.

Nei periodi di debolezza è proprio dell’indole umana cercare un qualche perno su cui far forza per riprendersi oppure emulare chi sembra migliore di noi. In campo economico sembrerebbe perciò scontato guardare con ammirazione alla vicina Germania: disoccupazione sotto il 7%, unico paese a registrare una crescita del Pil durante gli anni della crisi (eccezion fatta per il 2010), nazione in cui c’è un’alta domanda di lavoro da parte delle imprese e unico stato europeo che riesce a dominare l’invasione asiatica sui mercati globali. Dove sta, ammesso che ci sia davvero, la loro bravura? Tralasciando le teorie, che tuttavia hanno alcuni sinistri riscontri, secondo cui la Bce e l’ Fmi sarebbero due molossi sotto l’egida del cancelliere di turno, cerchiamo di addentrarci con più precisione all’interno del mondo del lavoro tedesco.

Già dal 1969 i cugini teutonici hanno brevettato il cosiddetto sistema duale, che consente ai giovani di imparare un mestiere direttamente sul posto di lavoro. Questo modello educativo funziona sostanzialmente come gli istituti professionali nostrani, che da un lato impartiscono nozioni teoriche e dall’altro forgiano i nuovi tecnici, con la sola differenza che la sinergia tra scuola e imprese funziona davvero. Ogni adolescente tedesco ha infatti la possibilità di studiare e lavorare,  per un periodo di due o tre anni, percependo un salario che va dai 600 ai 1150 euro in un settore a scelta tra circa 340 diversi indirizzi: dall’informatica, alla medicina e alla siderurgia ce n’è davvero per tutti. In tal modo le imprese mantengono elevata la loro produttività e sono sempre dotate di forze fresche a prezzi decisamente contenuti, mentre i giovani acquisiscono una competenza tecnica che gli permette tranquillamente di eccellere nel settore prescelto. Lavoro e studio, occupazione e cultura. Come se non bastasse la Germania è attualmente alla ricerca di immigrati che vogliano formarsi presso le sue aziende. Cosa ci sarebbe dunque di errato in tutto questo? I difetti di tale sistema sono essenzialmente due.

1) Il primo è di carattere principalmente “tecnico”. La creazione di posti di lavoro spetta storicamente alla politica economica statale e non alle singole imprese come sostiene Ursula von der Leyen, ministro del lavoro tedesco, secondo cui “la politica non crea posti di lavoro, questo è compito delle imprese! […] Lo Stato non deve immischiarsi troppo nel mercato, ma creare il quadro, cioè le condizioni formali, per sviluppare lavoro” (L’Espresso, 16 luglio 2013). Un sistema di “paidèia privata”,  che demanda interamente al settore privato l’educazione dei giovani, implica un’istruzione di pare ed estremamente settoriale. Se il datore di lavoro è anche colui che sceglie come debbano essere impartiti gli insegnamenti, quanto residua per la pluralità culturale? La scuola, più che della tecnica, dovrebbe essere la fucina della cultura.

2) Se da un lato il modello di corporate governance tedesca ha barattato, grazie alle riforme di Gerard Schroeder, la pace sociale in cambio di un lavoro per tutti, pochi sanno che circa il 23% dei tedeschi guadagna circa 8 euro l’ora e che oltre 8 milioni di persone sono sottopagate (dati dell’università di Duisburg). Inoltre il turn-over selvaggio, creato dal continuo inserimento di adolescenti delle imprese, sta creando enormi problemi per i lavoratori sopra i 55 anni, ancora lontani dalla pensione ma non in grado di reggere il confronto con la freschezza dei più giovani.

Dunque cosa fare? Vogliamo davvero seguire la ricetta tedesca? Lo scorso anno Spagna, Italia e Grecia si sono impegnate su questa rotta, ma come abbiamo visto più che di un modello sembra trattarsi di un miraggio. Siamo disposti a rinunciare alle nostre radici culturali classiche in favore di insegnamenti didascalici fino all’osso ma economicamente più pragmatici? Su quale chiave di volta vogliamo costruire l’architettura nazionale, sull’economia delle élites o su programmi meno degradanti per l’uomo?

  Fabrizio Leone

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