Il lavoro "non" rende liberi?Tribuno del Popolo
lunedì , 29 maggio 2017
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Il lavoro “non” rende liberi?

Che cosa è il lavoro? Sicuramente è stato ed è un mezzo di emancipazione in quanto permette a chi lavora di poter badare a se stesso e ai propri cari. Ma quando il lavoro da mezzo di “realizzazione personale” diventa un “mezzo di sopravvivenza”, allora assistiamo a un passo indietro dell’evoluzione sociale umana. Se il lavoro diventa mero sfruttamento teso alla sopravvivenza ecco che siamo di fronte a un nuovo feudalesimo. E la sinistra per guardare al futuro dovrebbe avere il coraggio visionario di indicare una società nuova, dove il concetto stesso di “lavoro” viene innovato e modificato.

Lavorare è bello. Vero, anche perchè la società di oggi è costruita per marginalizzare chi non lo ha. Per ora in alcuni paesi europei avanzati, Italia compresa, chi non ha un lavoro non viene anche considerato un “reietto”, o meglio non proprio in quanto il non avere un lavoro non gli impedisce, per il momento, di godere di servizi che gli vengono concessi in quanto cittadino. Senza lavoro però non è possibile realizzarsi nè fare una famiglia, di conseguenze chi il lavoro non lo ha diviene un cittadino di “serie B”. Ma le cose rispetto a qualche decennio fa sono cambiate e anche chi il lavoro lo ha nella stragrande maggioranza dei casi non è molto più felice. Orari massacranti, stipendi da fame, precarietà, sono solo alcuni dei problemi che i cittadini italiani ed europei devono affrontare, al punto che il lavoro più che una opportunità per realizzare se stessi è ormai diventato un qualcosa da fare per sopravvivere, a qualsiasi prezzo, a qualsiasi condizione. L’alternativa infatti semplicemente è quella di venire “esclusi” dalla società, e l’evoluzione della società neoliberista che stanno costruendo porterà prima o dopo anche alla “demonizzazione” della povertà, ovvero a nella colpevolizzazione degli esclusi che devono essere allontanati proprio per continuare a quei pochi di “realizzarsi tramite il lavoro”.

Quando nell’Europa del 1945 finiva finalmente la Seconda Guerra Mondiale il continente era talmente distrutto e sofferente che la possibilità di lavorare anche quattordici ore al giorno e di migliorare la propria condizione di vita rappresentava una occasione straordinaria. Per questo si è formata una “cultura del lavoro” che ha portato effettivamente migliaia di italiani a migliorare la propria condizione sociale ed economica mediante il lavoro. Basti pensare alle decine di migliaia di braccianti che hanno trovato impiego nelle industrie cittadine, potendo così permettersi una casa e di mandare i figli a scuola. Per qualche decennio lavoro in Italia è significato “progresso”, con gli operai che sul lavoro non portavano solo a casa il pane ma sfamavano anche la mente. Frequentare il lavoro e le fabbriche infatti era anche un modo per informarsi, per parlare di politica, per completarsi come cittadini attivi e confrontarsi con persone nella stessa situazione sociale. Si trattava dei “legami di classe”, resi più forti ancora dalla presenza del Pci e del clima del tempo, dove i lavoratori si sentivano tutti parte di una comunità che doveva lottare per ottenere dei diritti collettivi.

Oggi quel mondo è finito per sempre, e il trionfo dell’individualismo sulla società ha portato a una modifica netta del “lavoro” che non viene più organizzato come in passato ma unicamente per accrescere i “profitti”. E la gestione di tale profitti in un mondo globalizzato e privatizzato sfugge dal controllo dei governi finendo nelle mani di privati già ricchi che impiegano i loro capitali non per arricchire la società ma per arricchire se stessi. Di conseguenza oggi il lavoro cosa è diventato? Per quanti è effettivamente una leva di miglioramento sociale? E per quanti invece un mero strumento di sussistenza scollegato da qualsivoglia tentativo di miglioramento personale? Ci si può realizzare vendendo vini di scarto al telefono a pensionati di Voghera? Ci si può realizzare lavorando part-time nei Fast Food con una laurea umanistica per settecento euro al mese? E questo disagio dovrebbe indurre la cosiddetta sinistra a interrogarsi sul futuro del “lavoro” in quanto la modernizzazione delle strutture produttive ha cambiato anche le prospettive per la crescita globale rendendo desueto l’approccio classico della sinistra. Ha un senso chiedere un lavoro dignitoso per tutti quando il lavoro prodotto dal turbocapitalismo neoliberista più che lavoro sta diventando servaggio? Ha senso chiedere semplicemente più posti di lavoro quando il lavoro stesso sta perdendo di significato? Siamo inondati di merci che non ci servono, con bisogni che ci vengono indotti dai media, e i ragazzi sognano ormai un lavoro generico per riuscire a comprarsi suddetti beni o per divertirsi, perdendo di vista la “realizzazione personale” che ormai diviene indotta essa stessa.

In questo modo l’unico obiettivo dei ragazzi diviene la “cooptazione”, ovvero utilizzare il lavoro non per realizzare se stessi ma per farsi accettare in quella categoria di “Kaloi kai Agazoi” e ottimati del capitalismo che possono emendarsi dallo sfruttamento. Ma il sogno di superare lo sfruttamento ormai non è dettato dall’avversione nei confronti dello stesso, anzi viene quasi ritenuto giusto in quanto  i più meritevoli e valorosi riescono a sottrarvicisi, passando dall’altra parte. Ha senso quindi invocare più posti di lavoro lasciando immutato il sistema produttivo e il suo immaginario ideale? Secondo noi no in quanto non si produrrebbero posti di “lavoro” bensì posti di “servaggio”.

Gracchus Babeuf

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