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giovedì , 19 gennaio 2017
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Il massacro di Bani Walid: una vendetta criminale

L’assedio e il bombardamento di Bani Walid per circa 20 giorni potrebbe avere provocato una catastrofe umanitaria paragonabile solo al periodo in cui la Libia fu aggredita dalla NATO.

 

da “Avante”, settimanale del Partito Comunista Portoghese | Traduzione a cura di Marx21.it

Nell’attacco, lanciato alla vigilia dell’anniversario dell’assassinio di Muammar Gheddafi, sono state usate armi non convenzionali, che confermano il carattere criminale di un’operazione dai contorni punitivi contro chi rifiuta il vassallaggio al nuovo regime e ai mercenari che dominano il paese.

Il 25 ottobre, le brigate coinvolte nell’assalto, provenienti dalla vicina e rivale città di Misurata, hanno dichiarato di avere il controllo della quasi totalità della città, sebbene il capo delle operazioni abbia ammesso a AFP che persistevano sacche di resistenza. Nella città, i gruppi armati si sono abbandonati a saccheggiare e a demolire gli edifici pubblici e le abitazioni che erano ancora in piedi dopo circa 20 giorni di assedio, ha segnalato la medesima agenzia.
Fuori della città, barriere interposte dagli attaccanti nelle strade impediscono a migliaia di residenti di ritornare a Bani Walid. Coloro che sono stati costretti a fuggire dai bombardamenti, descritti dal New York Times come indiscriminati, vengono minacciati di morte se tentano di forzare il passaggio. Un numero incalcolabile di persone rimane all’ingresso della città in una zona inospitale, sprovvista di mezzi di sussistenza e aiuto umanitario.

L’obiettivo del blocco è, allo stesso tempo, prolungare il martirio degli abitanti e impedire che prendano conoscenza delle conseguenze dell’assalto, durante il quale, ha riferito Russia Today (RT), sono state usate armi non convenzionali. A dar forza al proposito di mettere il bavaglio su quanto è accaduto, c’è il fatto che le comunicazioni nella regione sono state interrotte fin dalle prime ore dei bombardamenti.

L’emittente russa pubblica le testimonianze dei familiari degli abitanti di Bani Walid, esiliati in Italia e in Egitto, e di un avvocato che rimane nella città, che denunciano l’uso di fosforo bianco e di gas tossici, e un bilancio delle vittime mortali che si aggirerebbe sulle 600 persone, soprattutto bambini, donne e anziani. L’ospedale locale che pure non è stato risparmiato dagli obici, ormai non è più in grado di assistere le migliaia di feriti, dal momento che durante tutto il periodo in cui la città è stata assediata e sottoposta al fuoco non sono entrati né viveri, né medicinali, né combustibile per i generatori che assicurano la fornitura di energia elettrica, tagliata dai mercenari al soldo delle nuove autorità di Tripoli.

L’8 ottobre, RT dice di avere ricevuto un fax dall’ospedale di Bani Walid che denunciava che stavano arrivando civili con sintomi da intossicazione da gas. “Individui senza precedenti clinici presentano difficoltà respiratorie, aritmia cardiaca e spasmi muscolari” anche con “la denuncia di disturbi della vista e alterazioni dello stato di coscienza”, attesta il documento.

Oltre a RT, anche Europa Press ha avanzato il sospetto che i gruppi armati abbiano attaccato Bani Walid usando armi proibite. L’11 ottobre, l’agenzia ha citato le testimonianze di medici, diffuse da Lybia Herald, che attestano i bombardamenti quotidiani e l’uso di gas tossici. “Abbiamo iniziato a ricevere pazienti con sintomi strani” che “non reagiscono ai trattamenti ordinari” e per questo, “concludiamo che sono stati esposti a qualche tipo di gas”, ha affermato il dr. Taha Mohammed.

Mohamed Sayeh, a nome del Congresso Libico, ha dichiarato che i gruppi armati coinvolti nell’assalto a Bani Walid hanno agito su mandato del governo per catturare “alcuni giovani che hanno commesso crimini e per consegnarli alla giustizia”. Interrogato da RT, ha anche difeso i miliziani dalle accuse di aver usato armi non convenzionali, in particolare gas tossici, affermando di avere “piena fiducia in questi ragazzi” i cui “valori sono molto elevati”.

Sayeh ha garantito anche che le brigate si stavano occupando delle famiglie di Bani Walid, negando, così, che migliaia di esseri umani si trovassero in condizioni di sopravvivenza estrema.

Lo scorso 23 ottobre, gli USA hanno bloccato alle Nazioni Unite una risoluzione presentata dalla Russia (http://www.marx21.it/internazionale/medio-oriente-e-nord-africa/7822-consiglio-di-sicurezza-gli-usa-bloccano-una-mozione-della-russia-per-mettere-fine-alle-violenze-contro-la-popolazione-di-bani-walid.html) che condannava la violenza a Bani Walid e faceva appello alla risoluzione pacifica del conflitto.

Vendetta criminale

Con i contorni della catastrofe di Bani Walid ancora da appurare completamente, rimane il fatto che le autorità libiche hanno voluto fare della città un esempio per tutti coloro che si dichiarano insorti nei confronti dell’ordine vigente e dei suoi esecutori.

Bani Walid aveva cessato i combattimenti contro i mercenari al servizio della NATO solamente il 17 ottobre 2011, vale a dire mesi dopo l’inizio dei bombardamenti dell’Alleanza Atlantica e tre giorni prima dell’assassinio di Muammar Gheddafi, il 20 ottobre 2011. La difesa della sovranità del paese non è stata dimenticata e neppure perdonata anche perché il popolo di Bani Walid ha, da allora, resistito con determinazione alla presenza e all’arbitrio delle bande armate.

Il pretesto per l’assalto “con tutti i mezzi necessari”, come ha sottolineato uno dei responsabili miliziani interpellato dalle agenzie di notizie, è stato la cattura degli uomini che avrebbero rapito e torturato Omar Shaban, il “combattente” che si sostiene avrebbe localizzato e soppresso Gheddafi a Sirte. Shaban è morto in Francia in seguito alle presunte torture che avrebbe sofferto in prigionia.

Il 30 settembre, il Corriere della Sera aveva rivelato che, al contrario della versione ufficiale, Gheddafi è stato assassinato da un membro dei servizi segreti francesi. Il quotidiano italiano si basa su informazioni ricevute da fonti diplomatiche, secondo le quali l’individuo si sarebbe infiltrato nelle file “ribelli” per ordine dell’allora presidente Nicola Sarkozy.

L’interpretazione dei fatti che riguardano la morte di Gheddafi presentata dal giornale coincide con quella che l’ex primo ministro libico, Mahmoud Jibril – figura del CNT che, nel frattempo, pare avere perso influenza – ha riferito recentemente a una televisione araba.

Il sospetto sembra aver poco importato e il presidente del Congresso libico, Mohamed Magarief, ha voluto ribadire che gli esecutori di Omar Shaban dovevano essere tradotti a Tripoli dai capi tribali di Bani Walid entro il 5 ottobre. In caso contrario avrebbe usato la forza, il che, per inciso, ha finito di ordinare.

Forte resistenza

Mohamed Magarief è in questo momento la principale figura di governo in Libia. Come presidente dell’assemblea, gli compete la missione di assicurare la direzione del paese fino alla formazione di un gabinetto capace di essere gradito alle decine di gruppi che reclamano il potere nell’emiciclo. A quanto pare sta assumendo più che un ruolo di transizione.

A partire dalla quarta settimana di settembre, sull’onda dell’attentato che l’11 dello stesso mese aveva ucciso l’ambasciatore degli Stati Uniti a Bengasi, ha promosso una campagna contro i gruppi irregolari che si rifiutano di seguire i suoi ordini. Ha dato 48 ore per obbedire agli ordini di Tripoli.

A quel momento, la popolazione ha manifestato contro i gruppi armati e alcuni di questi sono stati persino espulsi dalla città. Ma molti sono ritornati. Come ha detto Magarief, occorre saper distinguere quelli che rappresentano un pericolo.

Magarief sa bene che non può inimicarsi le milizie e si è limitato ad assecondare il malcontento delle masse, calpestate quotidianamente dai mercenari.

Il vero bersaglio del presidente del parlamento è la cosiddetta resistenza verde, che è attestato stia guadagnando sempre più terreno nel paese. I sostenitori di Gheddafi sono stati indicati come responsabili di vari attentati contro alte figure del momento e traditori voltagabbana, alcuni dei quali sono persino morti.

Il silenzio sul rafforzamento della resistenza verde è stato rotto solo ora da Magarief per giustificare il criminale assalto a Bani Walid.

La settimana scorsa, il New York Times ha informato che il popolo libico era da giorni era in fermento in seguito all’assalto contro la città. La Reuters ha riferito che, a Tripoli, centinaia di persone avevano cercato di invadere il parlamento in protesta contro l’attacco. Contemporaneamente, a Bengasi, manifestanti avevano invaso un canale televisivo, in segno di protesta contro la promozione sfacciata dei mercenari e l’occultamento del massacro.

Negli stessi giorni, Magarief ha avvertito che i fuochi di resistenza filo-rivoluzione verde ancora persistono e che, per questo, “la pulizia del paese non è stata completata”.

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