Il mercato della violenza privataTribuno del Popolo
lunedì , 29 maggio 2017
Ultime Notizie
Link Sponsorizzati:

Il mercato della violenza privata

Al fine di indagare la problematica della violenza, intesa in una dimensione collettiva e non individuale, occorre fare una breve premessa. Il quadro che ci troviamo di fronte è innanzitutto la perdita da parte degli Stati del monopolio della violenza, la quale non è più praticata a livello interstatale, essendo stato il “campo di battaglia” traslato all’interno degli Stati stessi, o in altri termini essendo lo Stato sostituito nell’esercizio della violenza stessa da altri attori.

Questa perdita del monopolio della violenza avviene appunto a favore di ben definiti attori privati, tra i quali ritroviamo le corporations della “sicurezza”[1], la criminalità organizzata e il terrorismo ad esempio di matrice islamica (ma non solo). Per quanto riguarda il metodo più funzionale al fine di giungere ad analizzare la forma privata della violenza questo si deve sicuramente individuare a livello interdisciplinare, poiché esistono numerosissime variabili (economiche, culturali, sociali e così via) che interagiscono l’una con l’altra a differenti livelli. Ma quella chiaramente fondamentale è la variabile politica, perché è proprio il sistema politico che influisce sulle dinamiche della violenza, nel senso più preciso di uso legale della forza. E quel sistema politico che sino ad oggi ha deciso l’inizio di una guerra, quindi monopolizzava l’uso della violenza, è proprio lo Stato.

Dunque si può pacificamente affermare che la differenza principale tra esercizio della violenza statale e esercizio della violenza privata, utilizzata per esempio da un’organizzazione criminale, giace su un confine, su un limite molto labile, costituito dalla legittimazione. Infatti uno Stato si differenzia da qualsiasi altro attore dal grado di legittimazione che è in grado di raggiungere: Weber insegna infatti che “lo Stato si legittima quando ottiene obbedienza”, la quale è raggiunta esercitando una minaccia per lo più fisica, appunto esercitando violenza.

I rapporti tra guerra, Stato e capitalismo, elementi strettamente connessi tra loro, sono funzionali per l’analisi del fattore “violenza” inserita nella dimensione del mercato. La questione principale è che si assiste ad un ritorno al passato per quanto riguarda l’esercizio della violenza: quest’ultimo però si realizza in una nuova forma rispetto ai secoli precedenti, quella della privatizzazione dello Stato.

Analizzando i rapporti che intercorrono tra guerra e Stato, si nota come l’esigenza che ebbe il potere politico di combattere delle guerre contro altri Stati avviò un processo di centralizzazione e cooptazione della forza e quindi della violenza (per curiosità si noti che l’etimologia del termine violenza rinvia alla parola latina vis che in italiano corrente viene tradotta forza).

Si possono considerare altri due termini affini a quelli di guerra e Stato, cioè rispettivamente violenza e attore politico, che rinviano alla dicotomia legittimità-illegittimità. Si giunge dunque a tracciare il confine e contemporaneamente il punto di partenza di quest’analisi: la forma di violenza funzionale a questa breve trattazione è situata nella sua dimensione collettiva ed organizzata; lo Stato ha perso la legittimità che lo caratterizzava e ha lasciato spazio ad altri attori, in alcuni casi spontaneamente.

Cosa succede se si prendono in considerazione i rapporti tra guerra, Stato e capitalismo? Quindi, in altri termini, se si introduce la dimensione del mercato? I meccanismi di quest’ultimo vengono alterati allorché lo Stato, ad esempio, interveniva in difesa degli interessi commerciali dei privati che necessitavano di sicurezza, come poteva avvenire durante le spedizioni commerciali portoghesi o spagnole in Sud America. Citando Braudel “Il capitalismo può trionfare solo quando si identifica con lo stato, quando è lo stato”. Infatti l’accentramento delle risorse di violenza da parte degli Stati e la costruzione degli eserciti nella sfera politica procedette parallelamente e contemporaneamente all’affermazione del mercato nella sfera economica, facendo in modo che il sistema politico e quello economico si intrecciassero[2].

La dicotomia pubblico-privato si annebbia e si confonde, soprattutto per quanto riguarda la dimensione della violenza. Questa privatizzazione avviene in modo definitivo dal momento che la guerra diviene “di massa”, quindi, ironicamente, pubblica. La produzione degli armamenti viene privatizzata poiché lo Stato non è più in grado di sopportare i costi di produzione. La violenza entra nel mercato perché i produttori non vendono più esclusivamente allo Stato di appartenenza, ma anche a quelli nemici, favorendo un processo di proliferazione inarrestabile, facilitato dalle ingenti economie di scala create dal settore.

Un altro modo di mettere in luce la distinzione tra pubblico e privato per quanto riguarda l’oggetto di quest’analisi è soffermarsi sulla nozione di nemico: quest’ultimo è pubblico quando è la nazione che si impegna a combattere contro di esso, mentre esso è privato quando è solo una cerchia ristretta di soggetti che detengono il potere di valutare la necessità di combatterlo[3].

L’ultima guerra interstatale risale all’ultima guerra mondiale, alla fine della quale viene stabilito un ordine mondiale bipolare dove il potere è concentrato nelle mani di due attori statali la cui potenza si bilanciava: il contesto della “guerra fredda” ebbe come conseguenza il blocco della proliferazione delle guerre, le quali erano presenti sotto forma di violenza estremamente politicizzata, la cui espressione concreta era la guerriglia o i colpi di stato. In questo periodo l’uso della violenza è “mirato” a indebolire l’efficacia della potenza rivale all’interno della logica dei blocchi. Organizzazioni criminali e reti terroristiche erano imbrigliate e soffocate in questo quadro bipolare.

L’ordine mondiale e l’esercizio della violenza cambiano drasticamente dopo il 1989 e il crollo del muro di Berlino, che ha conseguenze distruttive sul ruolo dello Stato: quest’ultimo si ritrova a non essere l’attore più competitivo nei confronti del capitalismo, nei confronti del quale come precedentemente detto fa spontaneamente un passo indietro. A vantaggio di altri attori come le mafie, le corporations che accrescono la loro competitività nel nuovo ordine mondiale poiché detengono risorse di violenza armata. Lo Stato inizia a perdere legittimità, ad esempio a favore della criminalità organizzata, che disponendo di mezzi militari nel senso più stretto del termine riesce ad utilizzare la relativa violenza per ridistribuire le risorse, precedentemente prerogativa degli Stati nazione. La capacità di queste organizzazioni criminali di ridistribuire queste risorse è oggetto di studi che affermano che “sia la scarsità di risorse sia la dipendenza da determinate risorse possono interagire con vulnerabilità sociali e istituzionali creando le condizioni per una guerra.” E inoltre “elementi chiave di questa dinamica sono il commercio informale o illegale e i gruppi criminali violenti dediti allo sfruttamento e al commercio illeciti di risorse naturali.”[4].

Dunque il mercato della violenza privata, il cui oligopolio è prerogativa delle organizzazioni criminali di stampo mafioso, delle corporations e delle organizzazioni terroristiche, da quel momento fino ad oggi si è espanso senza alcuna significante battuta di arresto. La più pericolosa e diretta conseguenza di questa dinamica è la perdita del controllo territoriale da parte degli Stati[5]. Citando Sassen “cambiano le gerarchie politiche”; ed è questo cambiamento che si traduce direttamente in vantaggi competitivi delle organizzazioni criminali a danno dello Stato.

La violenza è diventata perciò con l’accelerazione post ’89 una merce che produce profitto, che si può scambiare: è una risorsa grazie alla disponibilità e all’uso della quale si possono distribuire tutte le altre tipologie di risorse[6].

La situazione è resa ancora più drammatica, forse disperata, da due elementi: il primo riguarda il fatto che mafie, corporations e reti terroristiche non sono concorrenziali; il secondo è rappresentato dal fatto che oltre ad un mercato illegale della violenza, le corporations contribuiscono alla crescita e all’espansione di un mercato legale, assieme alla produzione di armamenti. Ma andiamo con ordine.

Le mafie controllano il territorio a livello locale e usando la risorsa violenza distribuiscono a loro favore tutte le altre risorse, investendo infine i profitti accumulati utilizzando queste ultime sul mercato globale e divenendo in questa maniera attori fondamentali per l’economia capitalistica, cioè commercianti in grado di controllare gli scambi di merci legali e illegali e il ricircolo del denaro, in una maniera simile alle vecchie compagnie commerciali privilegiate nate nel XVI secolo.

I terroristi alimentano il mercato della sicurezza internazionale mediante le loro azioni e sostentano il commercio illegale di armi.

Le corporations della “sicurezza” vendono la risorsa violenza producendo in questo modo un altissimo profitto che verrà intascato dai mercenari sotto contratto e dagli azionisti dell’azienda, garantendo ai clienti lo sfruttamento delle risorse naturali di un dato luogo (si pensi ai sanguinari scontri che avvengono nel delta del Niger, fomentati dalla società energetica italiana ENI)[7].

La violenza privata esercitata da questi attori genera vantaggi competitivi rispetto la gestione pubblica. Prendendo in considerazione le organizzazioni criminali, queste dispongono di risorse finanziarie illimitate perché generate dalle attività illecite come il commercio di armi o il narcotraffico che evadono l’imposizione fiscale statale; inoltre la segretezza dell’organizzazione permette di operare senza badare alla legge. Infine questi attori agiscono sul mercato sia dalla parte della domanda, creando insicurezza, sia dalla parte dell’offerta, garantendo protezione alla medesima insicurezza creata da loro stessi.

L’insicurezza e la protezione create favoriscono il commercio illegale di armi. La maggior parte delle armi che raggiungono l’Europa occidentale provengono dai Balcani, smistate principalmente da organizzazioni dell’Est e dalla ‘ndrangheta. In Francia, secondo Le Monde, “da aprile a dicembre 2010 nel dipartimento di Seine-Saint Denis sono stati confiscati 18 chili di esplosivo, un lanciagranate e 123 armi da fuoco.[8]

Invece, brevemente, analizzando il commercio legale della violenza si nota che l’oligopolio di questo settore è detenuto dalle corporations della sicurezza, le quali si sono date una vera e propria organizzazione aziendale, che comporta numerosi vantaggi, ad esempio bisogna parlare di personalità giuridica la cui caratteristica offre a chiunque faccia parte dell’azienda delle scappatoie per non essere perseguiti legalmente. I servizi che queste aziende offrono vanno dal combattimento, servizio garantito dall’impiego dei mercenari, all’addestramento sino all’offerta di servizi logistici.

Infine, gli altri attori che beneficiano della seconda fetta di questo oligopolio sono le industrie di produzione delle armi, settore che non conosce crisi economiche. Infatti, secondo il SIPRI, a dispetto della crisi finanziaria iniziata nel 2008 le aziende produttrici non hanno subito un’inflessione nelle vendite ma addirittura le hanno incrementate. Tra le dieci maggiori imprese produttrici sette sono statunitensi, i cui profitti si aggirano intorno ai 14 miliardi di dollari; il quadro è completato da un’impresa britannica, una trans-europea e l’italiana Finmeccanica[9].

Al fine di comprendere come questi tre attori privati, clan mafiosi, gruppi terroristici e corporations militari,  riescano a minacciare e prevaricare così tante dimensioni della sovranità degli Stati, lungi da assegnare un grado definitivo e assoluto a queste considerazioni, bisognerebbe studiare come questi riescano a legittimarsi nei confronti di una parte delle società degli Stati stessi e di conseguenza tradurre in azione a livello territoriale e soprattutto urbano una strategia di distribuzione delle risorse efficace ed equa in modo da cercare di impedire il concentramento delle risorse in mano ad una cerchia ristretta di personalità. Per quanto riguarda il commercio legale di armamenti, andrebbero effettuati assidui e molteplici accertamenti in modo da garantire maggiore trasparenza sulla vendita e sull’acquisto di tale merce, così da ridurre al minimo episodi di corruzione legati alla mancanza di controllo da parte delle istituzioni e delle autorità statali.

 Federico Licastro

Bibliografia

  • F. Armao,  Il mercato della violenza:  dal monopolio alla libera concorrenza. Un programma scientifico, Teoria politica, XXII, n. 2, 2006
  • S. Ruzza,  SIPRI 2011. Armaments, disarmament and International security. Sintesi in italiano
  • L. Mauger,  Sulla via delle armi,GQ,  Internazionale, n. 883


[1] Come fa notare F. Armao in “Il mercato della violenza: dal monopolio alla libera concorrenza. Un programma scientifico” in “Teoria politica”, XXII, n. 2, 2006, pp. 5-27, il termine sicurezza è un vero e proprio eufemismo, con l’utilizzo del quale si riescono a giustificare e rendere accettabili assassinii e nascondere l’effetto di distribuzione delle risorse insito nella lotta tra attori concorrenti.

[2] F. Armao, op. cit., p.11

[3] F. Armao, op. cit., pp. 5-6

[4] Sipri Yearbook 2011 Armaments, Disarmament and International Security. Sintesi in italiano a cura di Stefano Ruzza, p. 4

[5] Basta rivolgere lo sguardo a ciò che sta succedendo in Messico, e senza andare così lontano cosa avviene in Campania e Calabria, dove il radicamento territoriale e culturale di camorra e ‘ndrangheta è molto più efficace di quello dello Stato italiano.

[6] L’emblema di questo concetto, tralasciando la specificità di quest’analisi, può essere rappresentato dall’occupazione israeliana del territorio palestinese e dalla pulizia etnica del popolo palestinese.

[7] F. Armao, op. cit., p.17

[8] Léna Mauger, “Sulla via delle armi” in “Internazionale”, n. 883, p.55

[9] Sipri Yearbook 2011 Armaments, Disarmament and International Security. Sintesi in italiano a cura di Stefano Ruzza, p. 10

Photo Credit

Tribuno del Popolo

Link Sponsorizzati:

Commenti chiusi.

Link Sponsorizzati:
Scroll To Top