Il "mito" della democrazia UsaTribuno del Popolo
mercoledì , 18 gennaio 2017
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Il “mito” della democrazia Usa e la sua costruzione

Il “mito” della democrazia Usa e la sua costruzione

Proprio nell’anniversario della marcia per i diritti di Selma della popolazione di colore l’America si interroga di fronte all’ennesimo caso di un giovane di colore ucciso dalla polizia. Eppure il “mito” degli Stati Uniti come miglior paese del mondo e rappresentante dei “buoni” è ancora forte…

Lo avreste detto che dopo la Seconda Guerra Mondiale, quando in Urss c’era il “cattivone” Stalin e il comunismo, negli Stati Uniti la popolazione di colore veniva ancora considerata inferiore? Eppure è così e viene ammesso dalle stesse autorità americane dal momento che fino alla marcia di Selma del 1965 i neri non avevano il diritto di voto. Ma come è possibile che il Paese dei “buoni” per antonomasia, quello che secondo la vulgata tradizionale ci avrebbe liberato dal nazismo (Stalingrado e i venti milioni di soldati sovietici uccisi scompaiono nel dimenticatoio) e che vogliono la libertà ad ogni costo, fino a cinquant’anni fa non avesse concesso il diritto ai neri? Eppure è così, ed è altrettanto vero che nel corso di tutta la Guerra Fredda gli Stati Uniti sono sempre, e coerentemente, rimasti dalla parte delle ex potenze coloniali contro i movimenti di decolonizzazione, basti pensare solo per fare un esempio alla guerra in Angola oppure al Sudafrica dell’apartheid che ebbe in Washington un saldo alleato fino alla sua fine negli anni Ottanta. Esiste dunque un problema razziale all’interno degli Stati Uniti, e per quanto oggi un occhio superficiale guardando a Barack Obama potrebbe dire che tale problema sia stato abbondantemente superato basterebbe dare una fugace occhiata alle cronache nazionali per leggere come casi di violenze su persone di colore siano ancora oggi all’ordine del giorno. A Ferguson come nel quartiere di Skid Row a Los Angeles o a New York, essere dei giovani di colore rappresenta ancora un problema, eppure questo non impedisce agli Stati Uniti di porsi come giudici del mondo, permettendosi così di giudicare quali sono i paesi “buoni” e quali quelli “cattivi”. Basti pensare che Reagan aveva definito l’Urss come l’ “Impero del Male”, eppure gli Stati Uniti d’America oggi hanno la popolazione carceraria più numerosa al mondo. Con meno del 5% della popolazione mondiale infatti, gli Usa dispongono del 25% della popolazione carceraria mondiale, e ovviamente la maggioranza è proprio di neri. Nel 2006 secondo un rapporto del Dipartimento di Giustizia Usa, (Fonte Wikipedia), almeno 7,2 milioni di americani si trovavano in prigione, ovvero 1 americano su 32. Eppure i media vendono un’altra realtà, quella del self made man, delle opportunità per tutti, del diritto all’impresa e al benessere, una sorta di mito che viene gettato negli occhi del mondo come fumo. Del resto ai tempi della Guerra Fredda, anche se questo non viene opportunamente ricordato, in America non si poteva essere comunisti nè socialisti alla luce del sole, basti pensare a quanto successo con il maccartismo, oggi studiato come una semplice “parentesi” ma che invece ha lasciato segni indelebili all’interno della società americana. Il razzismo è dunque una sorta di “peccato originale” che continua ad affliggere come un vulnus la società americana, ancor più che il benessere continua  a essere un miraggio ma non una realtà per tutti dal momento che negli Stati Uniti nel 2012 secondo il rapporto del Supplmental Poverty Measure  circa 50 milioni di famiglie erano considerate “povere” secondo la definizione ufficiale. Di questi almeno 20 milioni sarebbero in “estrema povertà” con un reddito inferiore a 12.000 dollari per mantenere 4 persone. Eppure gli Stati Uniti non sono il miglior mondo possibile?

Photo Credit: http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/a/af/WhiteHouseSouthFacade.JPG

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