Il modello tedesco è fortemente deleterio per l'ItaliaTribuno del Popolo
mercoledì , 26 luglio 2017
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Il modello tedesco è fortemente deleterio per l’Italia

“Nel nostro paese si sta gradualmente riducendo anche l’eterogeneità delle condizioni praticate alle imprese in ragione della loro dimensione e della loro rischiosità, che si era significativamente accentuata durante la recessione. Dalla metà dello scorso anno la diminuzione dei tassi bancari attivi – che in precedenza aveva riguardato soprattutto le aziende finanziariamente più solide e quelle di maggiore dimensione – si è estesa gradualmente alle altre.

La minore dispersione dei tassi è connessa con il più favorevole quadro macroeconomico, che si riflette in un generalizzato miglioramento delle prospettive di reddito; lo confermano le indagini presso le imprese, secondo le quali la quota di aziende che prevede di chiudere in utile il bilancio dell’anno in corso è la più elevata da circa dieci anni” (Governatore Ignazio Visco, 91° Giornata del Risparmio, Roma 28 ottobre 2015).

Da dove nasce tutto questo entusiasmo di industriali quando parlano della riforme di Renzi?  Dove la vedono la crescita i mass media quando poi leggi che ad un crollo del tasso di investimento del 30% si assiste oggi ad un recupero di appena lo 0,1%? Cosa è accaduto esattamente con il governo Renzi?

Ce lo spiega in un’intervista ad Affari&Finanza del 2 novembre Patrizio Bertelli, ad di Prada; ecco cosa dice sul Jobs Act: “Ora c’è più sicurezza per l’imprenditore sui costi del lavoro che si devono affrontare. In precedenza l’impresa, assumendo un dipendente a 25 mila euro annui, sapeva per certo che andava incontro ad una spesa di 750 mila euro, dato che si doveva stimare il lavoratore in attività per almeno 25 anni qualunque fossero le sue attitudini e le sue performance”.

Ma anche quest’aspetto non spiega il perché Visco informa che le imprese in utile quest’anno saranno ai massimi degli ultimi dieci anni. Ci sono fattori internazionali come la caduta delle materie prime e la svalutazione dell’euro ( sebbene quest’ultimo aspetto è stato controbilanciato dalla caduta del commercio mondiale)che hanno permesso di ridurre i costi di produzione e di aumentare un poco l’export. Malgrado ciò, il boom di profitti di quest’anno delle medie grandi imprese private, che pare coinvolgere anche una schiera di piccole imprese ha a che fare con qualcos’altro.

Cerchiamo di capire: dopo una caduta negli ultimi 7 anni del 25% della produzione industriale, quest’anno, anno della “ripresa” l’aumento della produzione industriale nei primi 9 mesi è di appena lo 0,8%, una miseria. In termini di fatturato la crescita, dopo una caduta del 22% è di appena l’1,7%. Da dove nasce allora questo valore massimo di imprese in utile? Non è solo, come dice Bertelli, un risparmi odi spesa a lungo termine, il Jobs Act sta operando sui contratti dei privati, e tra poco in quelli pubblici, in un altro senso. L’aspetto maggiore del Jobs Act, oltre che l’abolizione dell’articolo 18, è il demansionamento legalizzato accompagnato da una  corrispettiva diminuzione salariale in forma individuale, senza accordi sindacali.

Tutto legale,  all’uopo si è riformato un articolo del codice civile. Inoltre, specie nella medie grandi aziende, stanno spopolando gli accordi di solidarietà. Nel privato si assiste, dunque, ad una notevole riduzione della massa salariale a favore dei profitti, i  quali crescono da questo lato e non certo da un ampliamento della sfera degli affari. Fattori internazionali citati e riduzione della massa salariale grazie al Jobs Act spiegano il perché gli industriali siano così entusiasti del fiorentino.

Ma questa “ripresa” non è affatto crescita dell’accumulazione del capitale, è semplicemente una redistribuzione di una ricchezza statica a favore dei profitti industriali mediante il modello mercantilista tedesco adottato nel 2014. Con la differenza che lì ci sono decine di migliaia di medie aziende e colossi che conquistano il mercato mondiale, nel mentre qui il valore dell’export è un terzo di quello teutonico.

L’hausmanizzazione monetaria operata dalla Troika ha quest’effetto, ripresa dei profitti non certo dovuta a processi di accumulazione, ma ad una lotta di classe senza pietà nei confronti delle conquiste degli ultimi 50 anni del proletariato europeo. Così si para la crisi, sperando che altri paesi accolgano le merci europee, nel frattempo competitive grazie alla deflazione salariale.

Ora, però, c’è un altro aspetto da considerare. Che fine fanno questi profitti? Chi ha modo di seguire i media finanziari avrà notato che verso la fine di ogni mese i loro giornalisti scrivono trionfanti della raccolta fatta dal risparmio gestito in quel mese, parlando di record su record. Negli ultimi 4 anni il risparmio gestito è passato da 1300 miliardi a 1750 miliardi, senza considerare il private banking e le polizza assicurative. C’è un problema: la gran parte di questi operatori sono estero vestiti, cioè queste masse finanziarie vengono allocate all’estero, a tal punto che un analista di Milano Finanza parla di Vajont  silenzioso ( Guido Salerno Aletta, 31 ottobre 2015). Anche in Germania c’è lo stesso fenomeno, cioè la massa finanziaria viene allocata in Usa e nei paesi emergenti, ma lì il bilancio è positivo proprio perché le masse finanziarie italiane vengono allocate in quel paese, segno che l’area monetaria dell’euro non è ottimale.

In che termini il risparmio italiano va all’estero? Leggiamo Salerno Aletta: “Il sistema economico italiano sta bypassando le banche: dai 4220 miliardi intermediati nel 2012, a luglio scorso è arrivato a 3951 (-269 miliardi).La finanziarizzazione prosegue: il patrimonio totale netto dei fondi comuni di diritto italiano e di quelli di diritto esteri controllati da intermediari italiani è passato dai 399 miliardi del 2012 ai 596 miliardi del 2015 (+197 miliardi): un flusso netto di raccolta pari a 147 miliardi. Ma ancora più veloce è stata l’allocazione degli investimenti all’estero. Dato il totale in azioni, fondi e bond, negli ultimi due anni le attività italiane all’estero sono passate da 842 miliardi a 1089 miliardi.

Nello stesso periodo il saldo corrente della bilancia dei pagamenti è stato attivo per 40 miliardi. Gli investimenti italiani all’estero sono quindi saliti 6 volte tanto delle risorse ottenute con l’export e le altre relazioni. E’ la più profondo riforma strutturale dell’economia italiana, diventata esportatrice netta di risparmio, l’ultimo tesoro rimasto al Paese”. In termini leninisti l’Italia è un paese imperialista, dato che l’export di capitali supera ampiamente l’export di merci, attualmente 400 miliardi di euro.

Contemporaneamente, negli ultimi 7 anni mancano all’appello ben 147 miliardi di euro di investimenti produttivi. Si badi, già prima della crisi gli investimenti erano bassi, per poi crollare del 30%. C’è un depauperamento dell’accumulazione e il gonfiamento dell’asset inflation. Questo è il modello dell’hausmanizzazione monetaria operata dall’euro. Occorre che si incominci a parlarne seriamente di ciò, l’uscita dall’euro non è un capriccio, si sta dimostrando una necessità impellente, pena la scomparsa definitiva dell’Italia dal novero dei paesi industriali.

di Pasquale Cicalese per Marx21.it

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