“Il monito degli economisti”: L’Euro al capolineaTribuno del Popolo
mercoledì , 24 maggio 2017
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“Il monito degli economisti”: L’Euro al capolinea

“The economists’ warning”, pubblicato lo scorso 23 settembre sul Financial Times, è un appello firmato molti economisti di fama internazionale che ammonisce l’Europa dal perseguire la strada che sta imboccando. Nella lettera aperta viene sottolineata l’eventualità sempre più plausibile della deflagrazione della moneta unica e del conseguente tracollo dell’Unione Europea, con il conseguente rischio di veder prendere maggiore forza agli irrazionalismi politici sullo stile della Germania anni ’20. 

Fonte: Oltremedianews

L’economia è costantemente al centro del dibattito storico e sociale contemporaneo. Alcuni parlerebbero di struttura sulla cui immagine si innesta l’architrave della società, altri di mostro carnefice degli aspetti letterari della vita, ma il fatto in sé rimane lo stesso. Pertanto non è affatto infrequente leggere o sentire moniti e pareri di economisti o enti economici, ma per lo più si perdono nel fragore del dibattito politico televisivo o in uno degli infiniti rivoli delle vie di comunicazione. Gli unici messaggi che riescono a scalfire il velo dell’indifferenza dei più e a fare breccia tra il blocco compatto delle più disparate notizie sono quelli particolarmente accesi, intelligenti e comprensibili. “Il monito degli economisti”, o “The economists’ warning”, pare che raccolga in sé tutte e tre le definizioni. Promosso dagli economisti italiani Emiliano Brancaccio e Riccardo Realfonzo, il monito presenta un quadro chiaro ed abbastanza esaustivo dell’attuale situazione economica in Europa. Oltre ai due italiani hanno sottoscritto la carta anche: Dani Rodrik, Wendy Carlin e Mauro Gallegati.

“L’esperienza della moneta unica si esaurirà, con ripercussioni sulla tenuta del mercato unico europeo”, conclude lapidaria l’epistola, ma analizziamo un po’ più dettagliatamente il suo contenuto dal principio. L’incipit del monito prende spunto dai dati sulla disoccupazione nell’Europa mediterranea, e sul previsto peggioramento di tale tendenza, paragonato alla crescita dell’occupazione in Germania e negli altri Paesi centrali. E questa disparità, oltre che a mostrare un’odiosa disuguaglianzainter – dicitur – pares, sembrerebbe destinata a diventare sempre più netta dopo ogni incontro dei vertici europei. Dopo la pessima idea dell’”austerità espansiva”, su cui persino il numero uno dell’Fmi Blanchard ha dovuto ritrattare, ora nei palazzi dell’Ue imperversa la nuova velleità ingegneristica delle cosiddette “riforme strutturali”, volte ad eliminare quei fattori che ostacolano la ripresa per sostituirli con pezzi di ricambio all’altezza delle aspettative. “Tali riforme dovrebbero ridurre i costi e i prezzi, aumentare la competitività e favorire quindi una ripresa trainata dalle esportazioni e una riduzione dei debiti verso l’estero. Questa tesi coglie alcuni problemi reali, ma è illusorio pensare che la soluzione prospettata possa salvaguardare l’unità europea” – questo è quanto dicono gli economisti –, cosa che richiederebbe una coordinazione solidale sovranazionale che dia nuovo slancio agli investimenti pubblici e privati. Senza una politica del genere si rischia inoltre di foraggiare e persino incentivare le ondate di irrazionalismo neofascista che stanno fiorendo in Grecia, Norvegia e Ungheria, nonché di alimentare il sempre più condiviso euroscetticismo (che per fortuna non sempre si declina nel neofascismo). Così come suggeriva Keynes nel 1919 dopo il Trattato di Versailles, anche “The economists’ warning” pone l’accento sulla necessità di politiche integrative e di recupero nei confronti dei Paesi in difficoltà, sconsigliando vivamente qualsiasi forma di ghettizzazione o, che è quasi lo stesso, di sfruttamento per far mantenere lo status quo alle economie più ricche.

L’auspicio di chi ha sottoscritto il documento è che le loro parole non finiscano nel dimenticatoio dei moniti inutili, come spesso è accaduto, ma possa dare una nuova propulsione al dibattito accademico e istituzionale… a pena della deflagrazione dell’Eurozona e del progetto europeo così come lo si era pensato.

   Fabrizio Leone

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