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giovedì , 19 gennaio 2017
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Il Pantheon del Tribuno: Antonio Gramsci

Il Pantheon del Tribuno: Antonio Gramsci

Antonio Gramsci è stato semplicemente uno dei più grandi e straordinari intellettuali della storia italiana, ma non solo. Fondatore del Partito Comunista d’Italia nel 1926 pagò con il carcere la sua avversione al regime fascista e con la sua personalità titanica è stato anche uno dei più grandi marxisti del XX secolo. E soprattutto Gramsci fu un uomo che non si vergognò mai delle proprie idee nè mai volle mutare le sue opinioni, un comunista a tutto tondo e forse proprio per questo “scomodo” per chi ha voluto cestinare quella storia. 

“Non ho mai voluto mutare le mie opinioni, per le quali sarei disposto a dare la vita e non solo a stare in prigione [...] vorrei consolarti di questo dispiacere che ti ho dato: ma non potevo fare diversamente. La vita è così, molto dura, e i figli qualche volta devono dare dei grandi dolori alle loro mamme, se vogliono conservare il loro onore e la loro dignità di uomini”

(Antonio Gramsci, 10 maggio 1928, lettera alla madre spedita dal carcere dove fu rinchiuso dal regime fascista con la colpa di essere comunista)

Come si può parlare di Antonio Gramsci senza correre il rischio di risultare quantomeno inadeguati? Antonio Gramsci non è stato solo un comunista, un intellettuale, un gigante, ma anche uno dei cervelli più raffinati dell’era recente, nonchè un uomo dotato di intelligenza mirabile i cui scritti sono ancora di una attualità disarmante. Fu anche un personaggio molto scomodo dal momento che seppe opporsi con appassionata efficacia al fascismo, e proprio per questo pagò con la detenzione e con la vita. Non a caso fu anche lui nel 1921 a fondare il Partito Comunista d’Italia, fatto questo che lo portò nel 1926 a essere incarcerato nelle segrete fasciste. Meglio di altri Gramsci seppe applicare il marxismo alla realtà in cui viveva; dotato di una sconsiderata intelligenza e cultura fu capace meglio di altri di analizzare la struttura culturale e politica dell’Italia dei suoi tempi. Il concetto di “egemonia” da lui coniato fu di una straordinaria fortuna ed è ancora attualissimo in quanto teorizza che le classi dominanti impongono da sempre i propri valori politici, morali e intellettuali a tutta la società in modo da gestire il Paese intorno a un senso comune condiviso da tutte le classi sociali.

Antonio Gramsci nacque ad Ales, in Sardegna (provincia di Oristano) nel 1891, figlio di un impiegato dell’Ufficio di registro, e a due anni si ammalò di una forma di tubercolosi ossea che in pochi anni gli deformò la colonna vertebrale impedendogli una normale crescita. E’ anche per questo che da adulto Gramsci non superò il metro e mezzo di altezza ed ebbe una salute sempre piuttosto precaria, infatti soffriva di emorragie e convulsioni. Ironia della sorte persino sua madre a un certo punto si convinse che sarebbe morto, e dopo che i medici lo diedero per spacciato arrivò persino a comprare la bara e il vestito per la sepoltura. Quando nel 1898 il padre di Antonio venne arrestato per peculato e condannato al minimo della pena a 5 anni di carcere a Gaeta, la famiglia Gramsci trascorse diversi anni di estrema miseria. A causa della sua salute cagionevole il giovane Antonio frequentò la scuola solo a sette anni ma sin da subito mostrava una spiccata intelligenza ben superiore alla media. La sua povertà però gli impedì di iscriversi al ginnasio e cominciò anzi a lavorare dieci ore al giorno nell’Ufficio del catasto di Ghilarza per 9 lire al mese per portare a casa un pò di pane. Il suo lavoro, come ebbe a dire, consisteva nello smuovere “registri che pesavano più di me e molte notti piangevo di nascosto perché mi doleva tutto il corpo“. Gramsci dunque conobbe personalmente le privazioni del lavoro sin dalla tenera età, e da allora dedicò ogni suo sforzo nella costruzione di un mondo più giusto.

Dopo la scarcerazione del padre il giovane Gramsci riuscì a iscriversi e a prendere la licenza ginnasiale a Oristano nell’estate del 1908 e si iscrisse al Liceo Dettori di Cagliari. Già a quell’epoca il giovane Antonio studiava giorno e notte e amava leggere, passione questa che non lo avrebbe mai abbandonato. Secondo alcune ricostruzioni il giovane Antonio non amava uscire nè le distrazioni, e soprattutto viveva in condizioni di continua povertà fatto che non lo incoraggiava a frequentare i locali pubblici. Suo fratello Gennaro, che aveva fatto il militare a Torino, era tornato in Sardegna portando con sè l’ideologia socialista dato che era divenuto un militante e nel 1911 divenne persino cassiere della Camera del lavoro e segretario della sezione socialista di Cagliari. Antonio si avvicinò alle letture del fratello in quel periodo, e grazie a lui cominciò a conoscere Croce e Salvemini.

Grazie alla conoscenza di Raffa Garzia, noto radicale e anticlericale che dirigeva “L’Unione Sarda”, Gramsci ottenne nel 1910 la tessera di giornalista e il 25 luglio pubblicò il suo primo articolo. Già a quell’età Gramsci mostrava di avere un acume straordinario e sentiva già forte l’inutilità della guerra facendo dei ragionamenti lucidissimi. Ecco, ad esempio, quello che scriveva su un tema dell’ultimo anno del liceo: “Le guerre sono fatte per il commercio, non per la civiltà [...] la Rivoluzione francese ha abbattuto molti privilegi, ha sollevato molti oppressi; ma non ha fatto che sostituire una classe all’altra nel dominio. Però ha lasciato un grande ammaestramento: che i privilegi e le differenze sociali, essendo prodotto della società e non della natura, possono essere sorpassate“.  Insomma Gramsci era già impregnato di quel socialismo in parte appreso dal fratello, ma all’epoca era anche vicino alle istanze dell’indipendentismo sardo che veniva da lui declinato in chiave anti padronale e contro le classi privilegiate del continente.

La sua vita cambiò quando nell’estate del 1911 si recò a Torino, grande città doveva aveva già studiato suo fratello. Andò a Torino per partecipare un concorso bandito dal Collegio Carlo Alberto aperto a tutti gli studenti poveri dei Licei del Regno d’Italia, e, fatto questo poco noto si classificò nono nella classifica generale mentre al secondo posto si classificò un altro che, come lui che avrebbe, come lui, fatto la storia d’Italia: il genovese Palmiro Togliatti. Gramsci si iscrisse alla Facoltà di Lettere ma le 70 lire al mese che prendeva all’epoca non gli servivano nemmeno a sopravvivere, al punto che spesso e volentieri girava privo di un cappotto anche nei mesi invernali.  A Torino trovò docenti importanti come Luigi Einaudi, ed entrò in quel filone culturale e intellettuale che voleva seguire l’insegnamento di Benedetto Croce che in quel tempo si faceva portavoce di un cambiamento radicale della società.

Un altro momento vitale nella formazione politica di Gramsci furono le elezioni politiche del 1913 che vennero aperte per la prima volta agli analfabeti e lo videro tornare in Sardegna. Qui Gramsci venne fortemente impressionato dalla partecipazione delle masse contadine e popolari alle elezioni, e di questo scrisse al suo amico di allora Angelo Tasca, giovane dirigente socialista torinese. Tornato a Torino nel novembre del 1913, Gramsci affittò un ultimo piano del palazzo di via San Massimo 14, oggi Monumento nazionale e probabilmente si iscrisse al Partito Socialista. A causa di una nevrosi in questo periodo si ammalò e non riuscì a studiare, ma si interessò alla filosofia continuando a leggere e studiare. Grazie alla militanza socialista Gramsci uscì dalla solitudine e cominciò a frequentare i suoi giovani compagni di partito come Tasca, Togliatti, Terracini. Con lo scoppio della Prima Guerra Mondiale Gramsci scrisse per la prima volta sul settimanale “Il Grido del Popolo” il 31 ottobre del 1914 un articolo chiamato significativamente “Neutralità attiva e operante” rispondendo in questo modo a tono all’articolo a firma Benito Mussolini uscito il 18 ottobre sull’ “Avanti” e chiamato “Dalla neutralità assoluta alla neutralità attiva e operante”. Nel 1915 il suo impegno politico lo portò a entrare nella redazione dell’”Avanti” e nel contempo continuò la carriera da giornalista a tutto tondo.

Una delle personalità che lo influenzò maggiormente fu ovviamente Vladimir Lenin, il protagonista della rivoluzione bolscevica del 1917. Gramsci nel 1917 scrisse il numero unico del giornale dei giovani socialisti La Città futura, uscito l’11 febbraio 1917, e in questo caso Gramsci mostrò tutto il suo radicalismo scagliandosi anche contro i socialisti riformisti, proprio pochi mesi prima che lo zar venisse rovesciato in Russia nel marzo dello stesso anno. Sin da subito ovviamente Gramsci simpatizzò per la Rivoluzione russa e favoleggiò sulla costruzione del socialismo esaltando il marxismo dei rivoluzionari bolscevichi. Una data simbolo nella vita di Gramsci fu il 23 agosto 1917 quando a Torino scoppiò una vera e propria sommossa spontanea a causa della fame e del carovita causato dalla guerra, ma le autorità repressero nel sangue la rivolta sancendo una sorta di ulteriore strappo e lasciando sul terreno cinquanta morti. Molti socialisti vennero arrestati per istigazione alla rivoluzione ma Gramsci la fece franca e continuò a essere l’unico redattore de “Il Grido del popolo”. Ecco cosa scriveva Gramsci della rivoluzione bolscevica nell’edizione nazionale dell’Avanti con il suo articolo “La rivoluzione contro il Capitale”:

 

La rivoluzione dei bolscevichi è materiata di ideologia più che di fatti [...] essa è la rivoluzione contro il Capitale di Carlo Marx. Il Capitale di Marx era, in Russia, il libro dei borghesi, più che dei proletari. Era la dimostrazione critica della fatale necessità che in Russia si formasse una borghesia, si iniziasse un’era capitalistica, si instaurasse una civiltà di tipo occidentale prima che il proletariato potesse neppure pensare alla sua riscossa, alle sue rivendicazioni di classe, alla sua rivoluzione. I fatti hanno superato le ideologie. I fatti hanno fatto scoppiare gli schemi critici entro i quali la storia della Russia avrebbe dovuto svolgersi secondo i canoni del materialismo storico [...] se i bolscevichi rinnegano alcune affermazioni del Capitale, non ne rinnegano il pensiero immanente, vivificatore. Essi non sono «marxisti», ecco tutto; non hanno compilato sulle opere del Maestro una dottrina esteriore di affermazioni dogmatiche e indiscutibili. Vivono il pensiero marxista, quello che non muore mai, che è la continuazione del pensiero idealistico italiano e tedesco, che in Marx si era contaminato di incrostazioni positivistiche e naturalistiche“.

Dopo l’avventura di “L’Ordine Nuovo”, rivista che ebbe avvio incerto, Gramsci cercò con la sua attività di lanciare messaggi sempre più operaistici. Era in quel periodo che Gramsci parlava dei Consigli di fabbrica sull’esempio dei Soviet russi, ovviamente assieme all’amico di sempre Togliatti. I Consigli di fabbrica divennero poi realtà nel 1919, quando all’interno della FIAT vennero eletti i primi Consigli. Nel corso di uno sciopero dovuto ad alcuni licenziamenti causati da una controversia sindacale l’Associazione degli industriali metalmeccanici rispose il 29 marzo con la serrata di tutte le fabbriche torinesi. Si arrivò anche allo sciopero generale del 15 aprile a Torino e in alcune provincie piemontesi, ma ogni tentativo degli ordinovisti di allargare le proteste fallì. Fu in quel periodo che si andò formando lo strappo tra Gramsci e il Partito Socialista, accusato di aver nella sostanza abbandonato le classi lavoratrici. Gramsci elaborò anche tutta una serie di critiche al partito, accusato di non fare formazione e di non riuscire a spiegare gli avvenimenti a livello internazionale. In particolare Gramsci accusava il Partito Socialista di non partecipare nemmeno alle riunioni dell’Internazionale Comunista, e anche questo dovrebbe dirla lunga su chi era e cosa pensava Antonio Gramsci. Infatti l’intellettuale sardo suggeriva che il Partito socialista acquistasse “una sua figura precisa e distinta: da partito parlamentare piccolo borghese deve diventare il partito del proletariato rivoluzionario che lotta per l’avvenire della società comunista [...] i non comunisti rivoluzionari devono essere eliminati dal Partito [...] ogni avvenimento della vita proletaria nazionale e internazionale deve essere immediatamente commentata [...] per trarne argomenti di propaganda comunista e di educazione delle coscienze rivoluzionarie [...] le sezioni devono promuovere in tutte le fabbriche, nei sindacati, nelle cooperative, nelle caserme la costituzione di gruppi comunisti [...] l’esistenza di un Partito comunista coeso e fortemente disciplinato [...] è la condizione fondamentale e indispensabile per tentare qualsiasi esperimento di Soviet [...] il Partito deve lanciare un manifesto nel quale la conquista rivoluzionaria del potere politico sia posta in modo esplicito [...]“.

Il Partito Socialista Italiano però aveva altre idee, e infatti il PSI si mostrò del tutto riluttante verso ogni avvicinamento alle idee comuniste, rigettando l’indicazione dell’Internazionale Comunista di rompere con i riformisti. In Italia in quel periodo c’era il “Biennio Rosso”, ovvero un biennio di agitazione da parte dei lavoratori che però vennero del tutto dimenticati dagli industriali. Si arrivò quindi alle occupazioni delle fabbriche, con la FIOM che appoggiò il movimento operaio che portò all’occupazione di qualcosa come 300 fabbriche.  All’inizio del settembre le fabbriche erano occupate da quasi mezzo milione di operai alcuni in armi, e alla FIAT di Torino i comunisti decisero tramite i Consigli di fabbrica di continuare la produzione per mostrare come anche senza il proprietario si potesse portare avanti lo stesso la società. I socialisti però ancora una volta abbandonarono gli operai al loro destino e raggiunse un accordo salariale con la mediazione di Giolitti che pose fine alla stagione pre-rivoluzionaria delle occupazioni. Anche per sopperire alla mancanza di organizzazione denotata dagli operai lo stesso Gramsci scrisse di auspicarsi la costituzione di un Partito comunista per “lottare contro i riformisti e gli opportunisti, di dover sventare le loro insidie, di dover analizzare e criticare i loro atteggiamenti equivoci e la loro fraseologia pseudo-rivoluzionaria“.

Da qui alla svolta dell’ottobre 1920 il passo fu breve. A Milano si incontrò infatti il gruppo favorevole alla scissione dai socialisti composto da Amadeo Bordiga, Luigi Repossi, Bruno Fortichiari, Antonio Gramsci, Nicola Bombacci, Francesco Misiano e Umberto Terracini che costituì il Comitato provvisorio della frazione comunista del Partito Socialista. La scissione vera e propria avvenne il 21 gennaio 1921, quando nel Teatro San Marco di Livorno nacque la nascita del Partito Comunista d’Italia. A partire dal 1º gennaio 1921 Gramsci diresse l’Ordine nuovo e a maggio partiva per Mosca come designato a rappresentare l’Italia nell’Internazionale Comunista. Il 12 febbraio del 1924 Antonio Gramsci fece uscire a Milano il primo numero del nuovo quotidiano comunista “L’Unità”.

Questa piccola premessa sulla vita di Gramsci serve a introdurre quello che subì dopo e che forse è molto più noto, ovvero la carcerazione a causa del regime fascista. Mentre nel Partito Comunista d’Italia ancora si discuteva sulla strategia da adottare, il 10 giugno del 1924 il dirigente socialista Giacomo Matteotti venne rapito e ucciso da una squadraccia fascista.Il paese venne scosso dall’indignazione il fascismo aveva evidentemente degli sponsor importanti e resse il colpo, così la scelta dell’opposizione parlamentare di abbandonare il Parlamento con la secessione dell’ “Aventino” non servì ad arginare l’avanzata di Mussolini. Anche in quel periodo drammatico i socialisti continuavano a vedere con diffidenza ai comunisti e rifiutarono la proposta di Gramsci, divenuto parlamentare nell’aprile dello stesso anno.

Gramsci seppe capire subito e prima di altri la natura del regime di Mussolini anche se inizialmente non pensava che potesse essere lui l’uomo che avrebbe dominato il Paese per i successivi vent’anni conducendolo peraltro nella polvere. Pochi mesi dopo assieme agli altri deputati comunisti rientrò in Parlamento per denunciare la morte di Matteotti. Ma il regime fascista ormai continuò la sua repressione ed era solo questione di tempo prima che Gramsci pagasse personalmente ancor più che Mussolini lo temeva per via del suo cervello, e fece di tutto per non metterlo in condizione di nuocere al suo regime. Col pretesto di colpire la Massoneria infatti il governo aveva pensato a una legge per limitare le attività delle associazioni, di enti e istituti. Ma anche in questo caso Gramsci meglio di altri smascherò il goffo tentativo di limitare il dissenso: “la Massoneria passerà in massa al Partito fascista e ne costituirà una tendenza, è chiaro che con questa legge voi sperate di impedire lo sviluppo di grandi organizzazioni operaie e contadine“.

Dopo aver partecipato clandestinamente dal 20 al 26 gennaio 1926 al III Congresso di Lione del Partito Comunista, cui presero parte tra gli altri anche Bordiga, Tasca, Griesco, Serrati, Scoccimarro e Togliatti, Gramsci presentò le Tesi congressuali elaborate insieme con Togliatti. In modo geniale lo stesso Gramsci formulò la tesi secondo cui il fascismo non fosse l’espressione  di tutta la classe dominante, bensì  il prodotto politico della piccola borghesia urbana e agraria che ha consegnato il potere alla grande borghesia. Nel periodo seguente però i comunisti dovettero fuggire o darsi alla macchia perchè i fascisti continuavano con la repressione, vedi la morte di Gobetti a Parigi nel 1926 ucciso dalle bastonate degli squadristi.

Fu proprio in questo periodo che Gramsci scrisse il geniale saggio sulla questione meridionale,  ”Alcuni temi sulla quistione meridionale”, nel quale analizzò il periodo dello sviluppo politico italiano dal 1894, ovvero l’anno dei moti siciliani. Gramsci teorizzò che la borghesia italiana di fronte alla rabbia delle classi emarginate e dei contadini del Sud e degli operai del Nord, piuttosto che allearsi con le forze agrarie decisero di favorire il blocco industriale-operaio. Gramsci teorizzò di rompere l’alleanza borghesia-contadini, cercando di rendere i contadini degli alleati piuttosto della classe operaia. Per rompere il giogo della questione meridionale Gramsci arrivò a teorizzare la formazione di un ceto di intellettuali medi in grado di interrompere il flusso di consenso tra contadini e ricchi possidenti, favorendo così finalmente l’alleanza naturale tra contadini poveri e proletariato urbano.

Nel 1926 dopo un fallito attentato a Mussolini il governo fascista colse l’occasione per una nuova stretta che portò all’arresto di tutti i dirigenti comunisti, compreso Antonio Gramsci a cui nulla valse la sua immunità parlamentare. La sua intelligenza indomita però non poteva venire confinata dalle mura di un carcere , e infatti trovata carta e penna cominciò a scrivere i suoi “Quaderni del carcere”, l’esempio più lampante del suo acume e della sua personalità incrollabile. Era solito camminare tutti i giorni nella sua cella riflettendo alle frasi da scrivere, poi si chinava sul suo tavolino e scriveva di getto. Durante la detenzione Gramsci teneva nell’ora d’aria dei colloqui-lezioni con i compagni di partito e conobbe anche Sandro Pertini, componente del Partito Socialista che si trovava detenuto nella Casa Penale di Turi. Nel 1931 si aggravarono le sue condizioni di salute e si ammalò di arteriosclerosi ottenendo perlomeno una celle individuale. Reagì alla malattia raddoppiando l’impegno ma a causa di una emorragia perse molto del suo indomito entusiasmo e del suo “ottimismo della volontà” che lo aveva sorretto fin lì. In teoria inoltre il codice penale dell’epoca prevedeva la concessione della libertà condizionata ai carcerati in gravi condizioni di salute, ma i fascisti sordi a ogni protesta lo trasportarono a Civitavecchia solamente il 19 novembre, e poi a Formia. Il 25 ottobre Mussolini accolse la richiesta di libertà condizionata ma Gramsci non venne lasciato libero di andare dove volesse per paura che tornasse in Urss. Trasferito in una clinica romana vi giunse ormai malato cronico anche di gotta e ipertensione. e anche se riacquistò la piena libertà nel 1937, morì solo sei giorni dopo, il 27 aprile, all’età di quarantasei anni per emorragia cerebrale. Se andò quindi uno dei più grandi pensatori della storia umana, forse il più grande intellettuale del Novecento in Italia e in Europa, un comunista a tutto tondo che volle morire da tale realizzando con piena coscienza quello strappo dai socialdemocratici che dovrebbe in teoria qualificarlo come lontanissimo da quella socialdemocrazia di stampo PD che vorrebbe reclamarne l’eredità. Noi invece celebriamo il Gramsci comunista, il Gramsci antifascista nemico del privilegio e amico indefesso delle classi subalterne, non quello finto, edulcorato, modificato che vorrebbero cercare di tramandarci oggi.

Ps: Ci rendiamo conto di quanto possa risultare goffo e grottesco il nostro tentativo di tracciare un profilo di Antonio Gramsci, eppure ci abbiamo messo tutto l’impegno possibile consapevoli che il nostro lavoro sarà indegno e inadeguato di fronte alla statura titanica della sua persona ma altrettanto “ottimisti nella volontà” che qualcuno dei nostri lettori possa in qualche modo avvicinarsi al pensiero gramsciano o attizzare in lui la curiosità di scoprirne di più.

@Gb

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