Il Pantheon del Tribuno: Giovanni Pesce VisoneTribuno del Popolo
lunedì , 23 ottobre 2017
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Il Pantheon del Tribuno: Giovanni Pesce Visone

Giovanni Pesce Visone è stato uno degli eroi della Resistenza italian. Partigiano e militante comunista ha partecipato alla Guerra civile spagnola tra le fila delle Brigate Internazionali votando la sua intera vita alla lotta per la libertà. Dopo aver provato le carceri fasciste di Ventotene partecipò alla guerra in Italia tra le file partigiane combattendo tra Torino e Milano e divenendo uno dei più temuti ed efficaci guerriglieri urbani del XX secolo. 

Giovanni Pesce  rappresenta uno di quegli “eroi” mancati della Resistenza. Forse per scelta si preferì la narrazione della Resistenza come movimento collettivo, e questo è stato sicuramente meritorio, tuttavia personaggi come Giovanni Pesce meriterebbero una menzione particolare a causa del suo eroismo e delle sue indubbie capacità. Nato nel 1918 a Visone ha avuto una vita avventurosa e piena di storie da raccontare, divenendo per l’appunto uno dei monumenti viventi della lotta del popolo italiano contro il fascismo. Forse il modo per ricordarlo meglio è proprio citare il testo dell’onorificenza della Medaglia d’oro al valor militare da lui conseguita dopo la guerra:

«Valoroso combattente garibaldino, lottò strenuamente in Spagna per la causa della libertà e della democrazia riportando tre gravi ferite. Il movimento di ribellione alla tirannide nazifascista lo trovò ancora, ardito ed instancabile partigiano, al suo posto di lotta e di onore. Tra innumerevoli rischi, alla testa dei suoi valorosi G.A.P. organizzava e conduceva audacissime azioni armate, facendo sempre rifulgere il valore personale e l’epica virtù dell’italica gente. Ferito ad una gamba in un audace e rischiosa impresa contro la radio trasmittente di Torino fortemente guardata da reparti tedeschi e fascisti, riusciva miracolosamente a sfuggire alla cattura portando in salvo un compagno gravemente ferito e dal martirio delle carni straziate e dal sacrificio di molti compagni caduti, seppe trarre nuova e maggiore forza combattiva, mantenendo pura ed intatta la fede giurata. In pieno giorno nel cuore della città di Torino affrontava da solo due ufficiali tedeschi e dopo averli abbattuti a colpi di pistola, ne uccideva altri due accorsi in aiuto dei primi e sopraffatto e caduto a terra, fronteggiava coraggiosamente un sopraggiunto gruppo di nazifascisti che apriva intenso fuoco contro di lui, riuscendo a porsi in salvo incolume. I suoi numerosi sabotaggi, gli arditi e decisi attacchi alle caserme ed ai comandi nemici furono e saranno sempre fulgida gloria per il movimento di rinascita nazionale e per l’Italia tutta. Noncurante delle fatiche e dei disagi, inaccessibile allo scoraggiamento, infondeva sempre ardore ed entusiasmo in quanti lo seguirono nella dura ma radiosa via della libertà. Organizzatore eccezionale ed eroico combattente, dotato di irresistibile leggendario coraggio conquistò con il suo valore un luminoso primato alla gloria delle formazioni garibaldine ed alla gloria immortale della Patria.»

— Piemonte, settembre 1943- maggio 1944; Lombardia, maggio 1944 – aprile 1945.

A soli sei anni Giovanni Pesce, che viveva nella provincia di Alessandria, emigrò nella vicina Francia per seguire il padre Riccardo che, in qualità di operaio antifascista, fu costretto a tentare fortuna all’estero a causa delle persecuzioni del regime fascista. Era il 1924 quando Giovanni Pesce emigrò nella regione mineraria delle Cèvennes e già da bambino cominciò ad aiutare il padre nella piccola vineria di famiglia che erano riusciti ad aprire in quel di La Grand-Combe, un luogo di ritrovo per i minatori. Fu probabilmente qui nelle sere invernali che il giovane Giovanni ascoltava i minatori parlare della loro dura esistenza di lavoratori davanti a un bicchiere di vino. In estate Giovanni Pesce cominciò a lavorare come guardiano delle vacche sulle montagne nella vicina regione della Lozère dove aveva solo la compagnia del suo cane Medoc. Nel 1931 Giovanni Pesce aveva solamente 14 anni ma dovette già sperimentare sulla sua pelle il durissimo mestiere del minatore per aiutare la famiglia a sbarcare il lunario. Fedele agli ideali del padre, Giovanni cominciò a frequentare la “Jeunesse communiste”, ovvero l’organizzazione giovanile del Partito Comunista Francese. Nel 1935 riuscì anche ad aderire al Partito Comunista d’Italia e un anno dopo si recò con gli amici a Nimes per festeggiare la vittoria elettorale del Fronte Popolare. Ogni domenica Giovanni si recava in strada a diffondere il quotidiano del PCF “L’Humanitè” e soprattutto raccoglieva informazioni su quanto stava accadendo in Spagna, dove infuriava ormai la guerra civile. L’appello della “Pasionaria”, Dolores Ibarruri, fece breccia nel suo cuore così decise di arruolarsi nelle Brigate Interazionali e di andare in Spagna a combattere. Chiaramente i genitori di Giovanni non avrebbero mai accettato di farlo partire così dovette inventare uno stratagemma e dire alla madre che sarebbe partito per il Belgio per incontrare una ragazza. In realtà Giovanni partì per la Spagna assieme a numerosi giovani antifascisti italiani che andarono a creare la “Brigata Garibaldi (gruppo Picelli”) con la parola d’ordine  ”Oggi in Spagna, domani in Italia“ che era stata adottata dai fretelli Rosselli assassinati dai fascisti nel 1937.

Le Brigate Internazionali erano composte principalmente da antifascisti provenienti dall’America o dall’Europa e si stima che raggiunsero il numero di circa 40.000 persone di oltre 70 nazionalità. Molti di loro scelsero di combattere non solo per aiutare i repubblicani spagnoli, ma anche e soprattutto per porre freno all’espansione del fascismo nel cuore dell’Europa. Pesce fu tra i primi a raggiungere la Spagna con un pugno di volontari e fu presto aggregato alla Brigata Garibaldi dislocata ad Albacete nel novembre del 1936. Il gruppo, che contava all’incirca duecento uomini, era guidato dal dirigente militare del PCI Guido Picelli, che però all’epoca era in contrasto con il Comintern e morì in battaglia circa un anno dopo a Guadalajara nel 1937 in circostanze non ancora chiarite. Giovanni Pesce ebbe il suo esordio di sangue il 17 dicembre a Madrid, a Boadilla del Monte, dove venne impiegato come mitragliere in prima linea. Giovanni rimase più volte ferito in combattimento (ebbe tralaltro molte schegge mai rimosse), ma riuscì sempre a riprendersi in quanto dotato di una tempra fuori dal comune. Nel 1938 però la Repubblica congedò le Brigate internazionali consapevole che ormai la guerra era persa e nessuno avrebbe più potuto fermare il generale Franco. Fu l’inizio della dittatura fascista spagnola e anche l’inizio della Second Guerra Mondiale che sarebbe cominciata solo sei mesi dopo la fine della guerra spagnola, ovvero il 1 settembre 1939.

Dopo essere tornato in Francia, Pesce rientrò in Italia nel 1940 ma venne subito arrestato dalle autorità fasciste e inviato, assieme a tutti gli attivisti comunisti e antifascisti, al confino nell’isola di Ventotene dove ebbe modo di conoscere tutti i massimi rappresentanti politici dell’antifascismo e che avrebbero scritto la storia del Paese da lì a poco. Venne liberato nell’agosto del 1943, poco dopo l’arresto di Mussolini e la salita al potere di Badoglio, un momento di estremo sbandamento per l’Italia dove le truppe nazifasciste procedettero all’occupazione progressiva del Paese. In quel contesto Giovanni Pesce aderì immediatamente alle prime formazioni partigiane organizzando  i Gruppi di Azione Patriottica, meglio noti come GAP a Torino. In quell’epoca il suo nome di battaglia era “Ivaldi” e compì numerose azioni di sabotaggio uccidendo personalmente decine di esponenti del regime fascista di Salò, al punto che il suo stesso nome venne circondato da un alone di leggenda del tutto meritato. Quella dei gappisti era infatti una guerra difficile, solitaria, da compiersi in incognito passando diversi giorni chiusi in cantine con il timore di venire catturato. Nel suo libro “Senza Tregua” Pesce ha delineato la difficoltà di quella guerra irregolare ma che tenne impegnati tedeschi e fascisti nelle retrovie. Nelle sue memorie ha raccontato il suo attentato mortale contro il maresciallo della Milizia e amico di Mussolini Aldo Morej.

Venne addestrato alla fabbricazione di ordigni da Ilio Barontini, altro eroe della Resistenza cui dedicheremo uno spazio nel Pantheon. Intrepido e sempre rapidissimo, Pesce assieme ad altri due compagni il 2 gennaio del 1944 fece detonare delle bombe situate in un locale frequentato da tedeschi e fascisti, mentre nemmeno due settimane dopo tornava in azione uccidendo in strada un sergente fascista. In quel periodo Pesce era praticamente da solo ad operare nella città in balìa di fascisti e nazifascisti, ma incredibilmente non smise mai di agire anche da solo, al punto che i fascisti pensavano di avere a che fare con diverse decine di uomini. Per fiaccare la sicurezza del nemico Giovanni Pesce prese di mira soprattutto gli ufficiali tedeschi e in una occasione riuscì persino a ucciderne ben quattro in una sola azione. A partire dal gennaio del 1944 i GAP di Pesce cominciarono a intensificare la loro azione con tutta una serie di attentati che portava all’uccisione di decine di fascisti e nazisti anche grazie alla collaborazione di Ilio Barontini. Ma i gappisti compivano anche sabotaggi alle linee ferroviarie con esplosivi colpendo i vagoni che venivano utilizzati alla Wehrmacht. Il 3 marzo Pesce prese parte anche a una incursione dei gappisti dentro la stazione militarizzata di Porta Nuova dove vennero fatti esplodere tre locomotori. Qualche giorno dopo Pesce, Bravin e Dante Di Nanni riuscirono a colpire il ritrovo tedesco di “Via Paleocapa” nonostante fosse presidiato causando nove morti con delle cariche esplosive.

L’impresa più riuscita di Pesce come gappista a Torino avvenne comunque il 31 marzo 1944, quando Pesce e Bravin uccisero il giornalista fascista convinto Ather Capelli, ritenuto uno degli ideatori delle sanguinose rappresaglie che subiva la popolazione civile a causa delle azioni partigiane. Uno dei grandi collaboratori di Pesce fu Dante Di Nanni, giovane ragazzo comunista di origine pugliese che venne ucciso dai nazifascisti nella sua casa nel quartiere San Paolo  il 18 maggio 1944 dopo un eroico assedio che rese il sacrificio del giovane Di Nanni uno degli eroi della Resistenza italiana e torinese. Dopo questi fatti drammatici Pesce si trasferì lo stesso mese a Milano dove riorganizzò la formazione locale, la III Brigata Gap “Rubini”, prendendone il comando con lo pseudonimo di “Visone”. Anche a Milano mise a segno azioni spettacolari e importanti come l’uccisione di Cesare Cesarini, tenente di una milizia fascista,  il 15 marzo del 1945. Cesarini era responsabile della deportazione di 63 operai dello stabilimento della fabbrica Aeroplani Caproni di Taliedo ed era quindi una figura di spicco del collaborazionismo milanese. Sempre a Milano Pesce collaborava nelle sue azioni con la partigiana “Sandra”, al secolo Onorina Brambilla, che sarebbe poi diventata sua moglie dopo la Liberazione, il 14 luglio del 1945.

A causa della sua vita dedicata all’antifascismo militante il 23 aprile del 1947 venne insignito della Medaglia d’Oro al Valor Militare per decreto del Presidente del Consiglio dei ministri Alcide De Gasperi. Dopo la guerra comunque continuò il suo impegno nella politica svolgendo la carica di consigliere comunale a Milano nelle fila del PCI dal 1951 al 1964. Ricoprì anche il ruolo di consigliere nazionale dell’Anpi fin dalla sua fondazione. Un eroe a tutto tondo della Resistenza Italiana che meriterebbe maggiore considerazione in un’epoca in cui si assiste a un vuoto di riferimenti morali e storici. Personaggio forse scomodo in quanto comunista convinto e mai pentito sempre critico nei confronti dei vari revisionismi che hanno interessato la sinistra italiana. Morì a Milano il 27 luglio del 2007 lasciando un vuoto ma anche un’eredità inestimabile.

Gb

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