Il Pantheon del Tribuno: Giuseppe Di VittorioTribuno del Popolo
domenica , 23 luglio 2017
Ultime Notizie
Link Sponsorizzati:

Il Pantheon del Tribuno: Giuseppe Di Vittorio

Giuseppe Di Vittorio, figlio di braccianti pugliesi, è il più grande sindacalista della storia italiana. Idealista e ispirato da ideali socialisti sapeva parlare come nessuno alla classe operaia e conosceva i problemi dei braccianti e dei contadini più di ogni altro. Eroico antifascista pagò le sue idee con il carcere ma riuscì a partecipare alla guerra civile spagnola e alla Resistenza nelle Brigate Garibaldi. Nel 1945 venne eletto segretario della Cgil e deputato all’Assemblea Costituente con il Pci l’anno successivo. Nel 1953 sarebbe stato eletto presidente della Federazione Sindacale Mondiale e alla sua morte lasciò un vuoto incolmabile.

Giuseppe Di Vittorio rappresenta una figura straordinaria per il XX secolo italiano, un esempio di uomo che lottò in modo indefesso per gli ideali di progresso e socialismo per tutto il corso della sua vita, lasciando una traccia indelebile. Ancora oggi la sua figura è ammantata di una sorta di mito, questo perchè Di Vittorio seppe essere uomo del popolo senza mai dimenticarsi le terre da dove proveniva. Giuseppe Di Vittorio infatti nacque a Cerignola, in provincia di Foggia, il 1892 figlio di braccianti agricoli che lavoravano la terra dei marchesi Rubino-Rossi. La vita dei contadini pugliesi era molto dura e sin da piccolo Di Vittorio visse sulla propria pelle i problemi dei contadini meridionali e italiani, conoscendo le privazioni e la fatica. Dovette infatti cominciare molto presto a fare il bracciante, quando aveva solo dieci anni, dato che suo padre morì nel 1902 per un incidente sul lavoro. Aveva però già sviluppato una intelligenza precoce ma attivissima, infatti aveva imparato a leggere e scrivere sommariamente e annotava tutti i termini ignoti che udiva su un quaderno, mettendo da parte i soldi per comprarsi un vocabolario.

Giovanissimo conobbe il lavoro e conobbe anche la politica cominciando a interessarsene e praticare attività sindacale con Aurora Tasciotti. Inizialmente venne sedotto dalle idee anarchiche ma nel giro di poco tempo si convertì al socialismo al punto che a soli 15 anni si segnalava come uno dei promotori del Circolo giovanile socialista in città. A soli diciotto anni nel 1911 passò a dirigere la Camera del Lavoro di Minervino Murge segnalandosi per la sua umanità e capacità di individuare i problemi dei lavoratori. Si sposò una prima volta con Carolina Morra, sindacalista e bracciante di Cerignola da cui ebbe due figli: Baldina e Vindice. Ironia della sorte Vindice nacque mentre i fascisti nel 1922 assaltavano la Camera del Lavoro di Bari con Giuseppe Di Vittorio al suo interno che combatteva per respingerli. Dopo la morte della sua prima moglie nel 1935, di risposò poi nel 1953 con la giornalista Anita Contini.

Di Vittorio da buon pugliese era perfettamente a conoscenza dei problemi del sottosviluppo del Meridione e votò la sua vita a migliorare le condizioni di vita e di lavoro terribili delle masse popolari. Nel 1912 entrò nell’Unione Sindacale Italiana arrivando in meno di un anno nel comitato nazionale dell’organizzazione. Come molti membri del sindacalismo rivoluzionario in quegli anni assunse posizioni interventiste nella Prima Guerra Mondiale. Di Vittorio comunque riusciva a farsi capire tanto dai contadini, quanto dalla classe operaia urbana, e questa sua empatia con il popolo lo rese quasi simpatico anche ai suoi avversari politici. Del resto Giuseppe Di Vittorio era un autodidatta che entrò nella politica giovanissimo facendo quindi esperienza diretta e sul campo a differenza di molti teorici e intellettuali scollegati dai problemi reali. Verso il 1920 comunque la situazione in Italia si era molto surriscaldata dal punto di vista sociale e Di Vittorio visse quei tempi come autentico protagonista. Grazie alla conoscenza di Giuseppe Di Vagno in Puglia venne presentato a Bruno Buozzi, eminente membro del Partito Socialista Italiano in Parlamento, e si iscrisse a sua volta al PSI. Nel 1921 Di Vittorio venne eletto deputato mentre era detenuto nelle carceri pugliesi di Lucera e prese parte attiva alla scissione di Livorno aderendo al Partito Comunista Italiano. Poco dopo divenne il direttore della Camera del Lavoro di Bari ed è qui che si scrisse la prima pagina della sua leggenda: nel 1922 infatti, mentre sua moglie partoriva all’interno del palazzo, Di Vittorio assieme agli Arditi del Popolo, a un pugno di anarchici, comunisti e socialisti respinse e sconfisse gli squadristi fascisti che l’avevano assaltata.

“Voi sapete e l’avete pubblicato nel vostro giornale, ch’io posseggo una villa, molte case e vari e nutriti conti in banca. Ebbene mettiamoci dunque d’accordo; chiamate un notaio e in cambio della vostra accettazione delle modeste richieste dei lavoratori vi dichiarerò proprietari di tutti i miei beni.

Con l’avvento del Fascismo Di Vittorio venne chiaramente preso di mira anche perchè il Duce ordinò lo scioglimento di tutti i partiti e i sindacati. Condannato dal tribunale speciale fascista a 12 anni di carcere riuscì però a sfuggire in Francia doveva aveva rappresentato la disciolta Confederazione Generale del Lavoro nell’Internazionale dei sindacati rossi. Nel 1928 si recò in Unione Sovietica per due anni per rappresentare l’Italia nella neonata “Internazionale Contadina”, poi nel 1939 tornò a Parigi per entrare nel gruppo dirigente del PCI clandestino. Libertario, Di Vittorio non ebbe mai timore di dire quello che pensava anche ai compagni di partito, e criticò infatti la scelta di Stalin di equiparare in quel periodo il Nazifascismo alla Socialdemocrazia, anche se questo non lo allontanò assolutamente dal partito. Fu Di Vittorio nel corso della guerra di Etiopia in cui Mussolini cercò di fare l’ “Impero” a inviare, su indicazione del Comintern, tre persone in Africa per organizzare la guerriglia locale contro l’invasione fascista. Si trattava dei tre “apostoli” tra cui c’era anche il leggendario Ilio Barontini. Di Vittorio comunque in quegli anni non rimase fermo e assieme al figlio partecipò con altri antifascisti alla guerra civile spagnola. Adottò il nome di Mario Nicoletti e venne inquadrato come commissario politico nella XI e poi nella XII Brigata Internazionale riportando anche una ferita a Guadalajara.

Nel 1937 a Parigi diresse un giornale antifascista chiamato “La Voce degli Italiani” e fu uno dei pochi a esprimersi decisamente contro le leggi razziali fasciste e antisemite, comprendendo che tali leggi avrebbero portato allo sterminio. Nel 1941 Di Vittorio venne arrestato dalla polizia fascista e mandato al confine a Ventotene assieme a molti altri personaggi di spicco dell’Antifascismo; ci rimase due anni e venne liberato solo nel 1943 dal governo Badoglio dopo la cacciata di Mussolini. Una volta libero fece ancora a tempo a prendere parte alla Resistenza tra le fila delle Brigate Garibaldi fedele da sempre alle sue idee di antifascismo e libertà.

Nel 1945 il suo prestigio era grande e venne eletto segretario della CGIL, ricostruita l’anno precedente da uno storico accordo tra Di Vittorio, Achille Grandi e Bruno Buozzi. Proprio Buozzi, esponente del sindacalismo socialista (Grandi lo era di quello cattolico) venne ucciso dai nazisti la sera prima della firma del patto e venne così sostituito da Oreste Lizzadri. Nel 1946, a guerra ormai ultimata, Di Vittorio fu uno dei protagonisti della rinascita civile e morale del Paese e venne eletto deputato dell’Assemblea Costituente con il PCI. Erano i tempi dell’unità sindacale, una unità che durò però solo fino al 1948, quando in occasione dello sciopero generale proclamato in seguito all’attentato al segretario del PCI Palmiro Togliatti, i cattolici decisero di separarsi e di formare la CISL. Poco dopo anche i socialdemocratici fecero altrettanto raggruppandosi nella UIL. Di Vittorio era una figura titanica del Dopoguerra e rappresentava con la sua persona i lavoratori e la classe operaia, il suo prestigio era crescente e nel 1953 sulla base di questo dato di fatto venne eletto presidente della Federazione Sindacale Mondiale. Marxista convinto Di Vittorio, pur rimanendo sempre fedele ai dettami del partito, non esitò a criticare le scelte di Togliatti, con cui ad esempio non condivideva la stessa visione sull’Ungheria e la repressione sovietica del 1956. Questo comunque non lo portò mai a una rottura anche se fu uno strenuo sostenitore dell’idea dell’autonomia del sindacato nei confronti dei partiti. Già colpito da un infarto nel 1948, e da un secondo nel 1956, alla fine un anno dopo morì poco dopo un comizio a Lecco. Sepolto nel Cimitero del Verano a Roma la sua morte venne accolta con disperazione soprattutto nella sua Puglia dove i lavoratori e i contadini persero un riferimento assoluto.

Purtroppo la sua figura non viene oggi giustamente ricordata così le nuove generazioni non sanno molto di Giuseppe Di Vittorio, una delle personalità più complete del sindacalismo italiano. Di Vittorio con la sua concezione dell’autonomia del sindacato dalla politica è riuscito a indicare una prospettiva di riforma in cui le istanze dei lavoratori venivano tenute in prima fila.

Io non sono, non ho mai preteso, né pretendo di essere un uomo rappresentativo della cultura. Però sono rappresentativo di qualche cosa. Io credo di essere rappresentativo di quegli strati profondi delle masse popolari più umili e più povere che aspirano alla cultura, che si sforzano di studiare e cercano di raggiungere quel grado del sapere che permetta loro non solo di assicurare la propria elevazione come persone singole, di sviluppare la propria personalità, ma di conquistarsi quella condizione che conferisce alle masse popolari un senso più elevato della propria funzione sociale, della propria dignità nazionale e umana… La cultura non soltanto libera queste masse dai pregiudizi che derivano dall’ignoranza, dai limiti che questa pone all’orizzonte degli uomini: la cultura è anche uno strumento per andare avanti e far andare avanti, progredire e innalzare tutta la società nazionale…

 Stralcio dal discorso di Giuseppe Di Vittorio al II congresso della cultura popolare, Bologna 11 gennaio 1953

@Gb

@PhotoCredit http://www.firenze.cgil.it/memoria/Di_Vittorio_file/giuseppedivittorio.jpg

VAI SULLA PAGINA FB DEL TRIBUNO

 

Link Sponsorizzati:

Commenti chiusi.

Link Sponsorizzati:
Scroll To Top