Il Pantheon del Tribuno. Gracchus BabeufTribuno del Popolo
lunedì , 29 maggio 2017
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Il Pantheon del Tribuno. Gracchus Babeuf

François-Noël Babeuf era noto con il soprannome “Gracco” in onore ai tribuni della plebe Gaio e  Tiberio. Giornalista e politico durante la Rivoluzione, Babeuf si mise in mostra come uno degli anticipatori delle teorie “socialcomuniste” di equità sociale e trovò la morte a seguito del fallimento della “Congiura degli Eguali” accoltellandosi in cella nel 1797. Ateo e strenuo oppositore dei privilegi Babeuf più di altri seppe avere una visione di lungo respiro, ponendo le basi per una vera e propria ideologia.

Si potrebbe cominciare a parlare di Babeuf anche solo partendo dal suo soprannome “Gracco” , che assunse proprio in onore dei tribuni della plebe romani Tiberio e Gaio che passarono alla storia per essere i primi uomini politici ad aver preso le difese di quello che possiamo chiamare “proletariato”. La sua modernità è impressionante soprattutto se si pensa che visse e nel XVIII secolo e che molti dei temi e delle idee che lui delineò sarebbero state poi riprese da altri movimenti politici e ideali. Illuminista, amante della giustizia e del progresso, Babeuf per tutta la vita si distinse per amore della cultura e per la ferma convinzione in un mondo contraddistinto dall’uguaglianza politica dei cittadini, idee che per l’epoca erano appunto rivoluzionarie. Nacque nel 1760 a Saint Quintin, primogenito di Claude Babeuf il quale disertò l’esercito nel 1738 ricevendo una condanna che gli venne poi condonata solo nel 1755. Il giovane François-Noël apparteneva a una famiglia della piccola borghesia povera francese, quella dei non proprietari, eppure a differenza degli altri si distinse subito per una intelligenza fuori dal comune e per un fortissimo interesse nella politica. Del resto erano quelli i tempi della fine dell’Ancien Regime, tempi di cui abbiamo parlato anche ricordando l’infanzia di un altro grande personaggio di quei tempi: Robespierre.

Dopo essersi fatto le ossa presso il signore di Braquemont, nel 1780 rimase orfano di padre e dovette sobbarcarsi il mantenimento di tutta la famiglia, impegno questo che gli graverà sulle spalle fino alla sua morte. Si sposerà con l’ex cameriera della signora di Braquemont, Victoire Langlet, che gli sarà cinque figli e cominciò a esercitare il ruolo di  commissario al registro catastale agrario. Esercitando la propria professione si rese conto di quanto il feudalesimo fosse oppressivo e ingiusto nei confronti dei contadini anche perchè il suo lavoro consisteva proprio nel determinare i diritti signorili che gravavano sulle terre. La nobiltà feudale a quei tempi faceva di tutto per tutelare i propri diritti sulle terre per far fronte alle tasse crescenti che venivano imposte. Fu proprio Babeuf nel 1795 ad ammettere che “fu proprio nella polvere degli archivi signorili che scoprii i misteri delle usurpazioni della casta nobiliare“, e questa sua consapevolezza lo rese un rivoluzionario fervente che non volle mai giungere a compromessi a differenza di altri rivoluzionari che, a differenza sua, hanno avuto maggior fortuna. Nella regione dove si trovava inoltre, la Piccardia, lo sfruttamento feudale era ancora la regola ed era aggravato dall’esplosione demografica del tempo che comportava una sovrapproduzione endemica che finiva per sfociare nella riduzione dei diritti collettivi sulla terra. La crisi economica poi acuì il processo di formazione di enormi proprietà a tutto discapito dei piccoli contadini.

Centrale nella sua formazione fu l’influsso degli illuministi in generale. Nel 1785 entrò in corrispondenza con il segretario dell’Accademia di Arras, Dubois de Fosseux, l’uomo che si occupava di raccogliere i dati delle campagne per migliorarne la situazione, mentre un anno successivo scriveva di essere vicino alle idee di Rousseau. Per le campagne Babeuf proponeva soluzioni che permettessero di migliorare il benessere dei contadini nel loro complesso, e arrivò anche a parlare della coltivazione collettiva della terra. Poco dopo elaborò l’idea di un progetto di un nuovo Catasto perpetuo per realizzare il quale si recò a Parigi per contattare il matematico Audiffret, l’autore di un grafometro innovativo con cui Babeuf voleva misurare qualsiasi cosa “raggiungibile dallo sguardo” in modo da determinare in modo scientifico la perfetta misura delle proprietà terriere e da lì l’esatta imposta da versare. Tutto questo per sanare le ingiustizie fiscali che colpivano le piccole proprietà e per colpire le grandi che, all’epoca, erano sconosciute allo Stato. Ovviamente il suo progetto venne bocciato dall’Accademia e Babeuf lo ripresenterà solo nel 1789 all’Assemblea Nazionale.

La sua corrispondenza con l’Accademia di Arras comunque terminò il 21 aprile del 1788 quando Babeuf si rese conto di quanto quella Istituzione fosse ormai scollegata dai problemi del paese. A quel periodo Babeuf non era ancora un vero rivoluzionario ma cominciava a maturare quell’anelito di giustizia che lo avrebbe fatto diventare protagonista da lì a poco. Sicuramente venne influenzato profondamente da tutti i libri di Rousseau, ma anche dagli scritti di Marat. Babeuf comunque non condivideva il pessimismo tipico di Rousseau al cui contrapponeva una totale fiducia nella cultura come mezzo di emancipazione del genere umano. Non era religioso e non lo fu mai dato che era un fervente ateo e un materialista convinto, elementi questi che, uniti al suo progressismo e ai suoi ideali, ne fanno uno dei precursori delle dottrine politiche comuniste. Babeuf era dotato di una intelligenza raffinata infatti si formò da completo autodidatta, e anche per questo ha sempre vissuto a stretto contatto con la popolazione normale, imparando a conoscerne modi di pensare e problemi molto più di altri che, seppur guidati da forte carica ideale, appartenevano a una classe sociale privilegiata”.

Cambiò tutto con la Rivoluzione e infatti Babeuf si trovava a Parigi il 17 luglio del 1789, ovvero tre giorni dopo la presa della Bastiglia, per curare la pubblicazione del suo Catasto perpetuo presso l’Assemblea nazionale. Prima però Babeuf recitò una introduzione intrisa di rivendicazioni democratiche e di volontà di mettersi al servizio “in favore dell’oppresso“. Tra le sue richieste quella, moderna, di una imposta proporzionale, di porre fine alla vendita dei beni spirituali della religione, e che “sia cioè permesso di nascere e morire senz’obbligo di mettere mano alla tasca per pagare le cerimonie d’uso in tali circostanze. Che s’istituisca una cassa nazionale per le sussistenze dei Poveri. Che si stipendino, a carico dei fondi pubblici, i Medici, i Farmacisti e i Chirurghi, perché possano somministrare gratis i loro servigi. Che sia fatto un piano di educazione nazionale di cui possano profittare tutti i Cittadini. Che i Magistrati siano del pari stipendiati con le pubbliche entrate, così da rendere la Giustizia gratuita“. Per sbarcare il lunario in quei giorni convulsi Babeuf scrisse per il giornale “Le Courrier de l’Europe” inviando a Londra corrispondenze sulla situazione a Parigi dove c’era una consistente penuria di approvvigionamento al punto che in molti pensarono a un complotto artistocratico per far morire la popolazione, il cosiddetto “pact de famine”.

Fu questo un periodo in cui Babeuf si dedicò anima e corpo alla lotta per gli oppressi, e infatti tornato a Roye si impegnò nella richiesta di abolizione delle vecchie tasse feudali facendosi promotore di una petizione diretta all’Assemblea Nazionale che venne appoggiata da oltre ottocento comuni della Piccardia e dell’Artois e con la quale sosteneva che le imposte indirette e i dazi comunali fossero illegittimi e non potessero essere mantenute dai “francesi divenuti liberi“. Persino l’Assemblea Nazionale però ritenne la Petizione di Babeuf un “libello incendiario” e alla fine lo fece arrestare anche se dopo tre mesi veniva liberato grazie alla campagna a suo favore del celebre e all’epoca potentissimo Marat. Babeuf era però un infaticabile rivoluzionario e criticò da sinistra quanto veniva posto in essere dall’Assemblea Nazionale. Ad esempio protestò contro la Dichiarazione dei diritti in quanto solo apparentemente avrebbe riconosciuto l’uguaglianza di tutti i cittadini in quanto essi venivano divisi in “attivi”, e quindi muniti di reddito, e “passivi, ovvero sprovvisti di qualsiasi cosa e anche del diritto di voto. Babeuf, che all’epoca scriveva per “Le Correspondant picard”  voleva chiaramente che il processo rivoluzionario si spingesse oltre anche perchè tra i cittadini attivi solamente l’1% dei più agiati poteva essere ammesso alle urne dato che bisognava pagare un contributo troppo salato per chiunque se non per i benestanti.

Ma Babeuf si scagliava anche contro la chiesa e le pretese ecclesiastiche di reclamare le decime feudali e quelle nobiliari di poter disporre dei beni dei comuni. Alla fine i diritti feudali verranno effettivamente aboliti per decreto della Convenzione, ma solo il 17 luglio del 1793. Una svolta si ebbe quando circolò la notizia della fuga dalla Francia di Luigi XVI; fu in quella occasione che Babeuf chiese l’instaurazione immediata della Repubblica anche se pare che diffidasse non poco dei deputati che allora componevano l’Assemblea, che per lui non era altro che un “ grande teatro in cui tanti personaggi verranno con un ruolo e con una maschera“. Babeuf rimproverò persino Robespierre, colpevole a suo dire di non aver “insistito sulla conseguenza capitale che discende naturalmente dal principio dell’eguaglianza dei diritti: a tutti un’eguale educazione e una sussistenza assicurata. Una simile disposizione, introdotta nella costituzione, avrebbe rappresentato il più grande dei benefici, l’avrebbe resa inviolabile“. Sempre nel 1793 a causa di una irregolarità commessa in buona fede su un atto di vendita decise di fuggire a Parigi dove ovviamente si avvicinò ai sanculotti ottenendo un impiego amministrativo nella sussistenza che gli diede di che vivere. Alla fine però la giustizia francese lo trovò e lo incarcerò a causa dell’irregolarità fiscale fino al 1794, giusto dieci giorni prima del 28 luglio, giorno in cui vennero assassinati Robespierre e gli altri giacobini accusati del Terrore. Dopo quella data Gracchus Babeuf prese le parti del governo appena caduto attaccando duramente il Termidoro e coloro che si erano avvantaggiati grazie al privilegio mediante le infuocate pagine del suo “Tribun du peuple”, che è anche ciò che ha ispirato il nostro nome.Questo atteggiamento però non gli servì a diventare popolare così nell’ottobre venne arrestato e imprigionato in quel di Arras. Fu qui che, per un singolare gioco del destino, incontrò l’italiano Filippo Buonarroti che sarebbe diventato un suo grande complice e amico.

Il nuovo governo messo su dal Direttorio intanto cominciava a occuparsi della crisi economica e si impegnò ad abolire i privilegi che permettevano a Parigi di vivere sulle spalle del resto della Francia, così dal 20 febbraio del 1796 divenne obbligatorio porre un “maximum” sui prezzi del pane e della carne. Questo annuncio causò un serpeggiante malcontento e non solo per gli operai e i proletari, ma anche per gli impiegati statali che venivano pagati con i famosi “assegnati”. La miseria diffusa destava scandalo e Babeuf colse l’occasione per andare all’attacco e per conquistare consensi in diversi settori della società, divenendo una minaccia. Era circondato in quel periodo da alcuni seguaci che formarono un circolo chiamato “La Società degli Eguali” che ben presto divenne sostanzialmente rivale del partito giacobino. Nel mese di novembre del 1795 Babeuf venne segnalato alla polizia per aver predicato apertamente assieme ai suoi seguaci di passare all’ “insurrezione, alla sommossa e alla costituzione del 1793″. Era decisamente troppo per le autorità che inizialmente si limitarono a osservare perchè c’era il rischio del ritorno dei monarchici. Le idee di socialismo però erano considerate troppo estremiste, e quando la crisi economica peggiorò l’influenza di Babeuf divenne tale che persino Napoleone Bonaparte dovette occuparsene chiudendo la sua società il 27 febbraio del 1796. A quel punto il gruppo di Babeuf cominciò a usare toni sempre più radicali e a diffondere clandestinamente pamphlet infuocati per le strade di Parigi che piacevano soprattutto agli ex sanculotti e ai proletari in genere.

Babeuf arrivò persino a comporre una canzone “Mourant de faim, mourant de froid ” nella quale si scagliava palesemente contro le autorità rivoluzionarie, accusate di aver abbandonato gli umili e il popolo alla fame. Tale canzone divenne una famosa aria popolare e cominciava a essere cantata nei cafè al punto che il Direttorio decise di agire e il 10 maggio Babeuf, ormai noto con lo pseudonimo di “Tissot”, venne arrestato assieme ai suoi sodali come Darthè, Buonarroti e ex membri della Convenzione Nazionale come Lindet, Amar, Vadier e Drouet. Era finita e il processo ai suoi danni cominciò il 20 febbraio 1797 e durò due mesi culminando il 26 maggio del 1797 con la condanna a morte di Babeuf e Darthè. Buonarroti fu più fortunato e venne condannato all’esilio mentre altri come Valdier vennero incarcerati. Secondo la leggenda Babeuf si accoltellò nella sua cella, così venne ghigliottinato ormai moribondo proprio come era successo a Robespierre.

Eroico difensore della causa della giustizia sociale Babeuf toccò temi di una modernità incredibile per l’epoca e che sarebbero stati considerati avanzati anche per il secolo successivo. La sua figura apparve scomoda in quanto “Gracchus” non aveva remore di scagliarsi anche contro la stessa Rivoluzione quando questa veniva meno ai suoi compiti. Sincero difensore dei poveri venne quasi dimenticato per anni e anni, e anche oggi nei libri di storia se va bene gli viene dedicato solo un trafiletto. Invece secondo noi Babeuf, con cui abbiamo un debito particolare come Tribuno in quanto in qualche modo è lui ad aver ispirato la nostra esperienza, merita di essere ricordato al pari di tutti gli altri grandi rivoluzionari della storia.

@Dc

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