Il "Pantheon" del Tribuno. Pancho VillaTribuno del Popolo
martedì , 30 maggio 2017
Ultime Notizie
Link Sponsorizzati:

Il “Pantheon” del Tribuno. Pancho Villa

 Doroteo Arango Arámbula, più noto come Francisco “Pancho” Villa merita un posto di rilievo nel pantheon di ogni simpatizzante delle lotte per il progresso. Condottiero del popolo, stratega, guerrigliero ma anche contrabbandiere, Pancho Villa è stato protagonista indiscusso della “Revoluciòn” messicana, e anche l’unico uomo ad aver invaso gli Stati Uniti nel loro territorio nel 1916. Un rivoluzionario a tutto tondo insomma, uno dei più grandi del XX secolo.

Si narra che Pancho Villa all’apice del suo successo abbia rivelato a Jack London e a John Reed, già testimone della Rivoluzione d’ottobre: “La mia vita è stata una tragedia“. E infatti la vita di Pancho Villa non è stata una passeggiata, nato nel 1878 a Durango, è stato il più grande rivoluzionario messicano e ancora oggi viene giustamente ricordato come eroe popolare e paladino degli oppressi. E nella lunga e intensa storia della lotta per il progresso umano contro le sofferenze e lo sfruttamento, merita senza ombra di dubbio un posto privilegiato. Idealista e quasi ingenuo per alcuni tratti, non smise mai di lottare per il miglioramento delle condizioni di vita dei ceti più deboli della arretrata società messicana.

I suoi genitori erano una coppia di mezzadri e probabilmente la sua infanzia fu molto dura. Nel 1894 il giovane “Pancho” aveva solo sedici anni e dovette sopportare il dolore per la perdita del padre. Poco dopo fu costretto a trasferirsi nell’hacienda di Gogojito e qui sorprese la madre a discutere molto animatamente con il proprietario del ranch, lo stesso che aveva anche molestato a più riprese la sorella maggiore di Francisco. Il ragazzo però sin dalla tenera età aveva maturato una forte repulsione per le ingiustizie e quella volta non riuscì a fermarsi: sparò al ranchero, ferendolo, e fuggì dandosi alla latitanza. Divenne quindi una sorta di bandito e di latitante che girava per la campagna del Messico circondandosi di peones. La sua ideologia era quella di andare sempre e comunque contro i ricchi possidenti terrieri che nel Messico del tempo potevano disporre di un potere quasi feudale. Il giovane Francisco era combattivo e cominciò a effettuare scorrerie ai danni allevatori, diventando così un vero e proprio ladro di cavalli. Quando poi cominciò a rapinare a mano armata direttamente i ricchi minatori divenne un bandito a tutti gli effetti, cominciando anche ad avere una certa fama. Fu nel corso della sua permanenza forzata sulla Sierra che Francisco si guadagnò il soprannome di “Pancho” che non lo avrebbe mai più abbandonato.

Pancho Villa però non la faceva sempre franca e in quel periodo venne anche catturato più volte dai soldati, ma a quanto sembrava era particolarmente abile a farsi amicizie influenti che lo toglievano sempre dai guai. Nel frattempo però il Messico era in fiamme a causa della rivoluzione sociale e Villa si arruolò come ufficiale nell’esercito irregolare di Francisco Madero e Alvaro Obregòn, periodo descritto mirabilmente dal libro di Valerio Evangelisti “Il Collare Spezzato”, di cui consigliamo caldamente la lettura. Idealmente Pancho Villa pensava di continuare con Madero e Obregòn quella guerra irrisolta nei confronti dei possidenti e delle classi privilegiate del Messico, le stesse che poi avrebbero utilizzato il generale Huerta per assicurare i propri interessi. Nel 1910 Pancho Villa aveva una nuova identità e scese dalle montagne con un grande seguito per influire a quel punto direttamente sul corso della rivoluzione messicana. Stiamo parlando dello Stato di Chihuahua, un luogo vitale in quanto zona di confine tra Texas e Nuovo Messico. Villa aveva dalla sua i famigerati Dorados, cavalieri rapidi e spietati che venivano sapientemente divisi in piccoli gruppi e guidati all’assalto secondo gli schemi e le tattiche che venivano adottate anche dagli Apache e dai Comanche e che i coloni messicani avevano appreso combattendoli una generazione prima. Una volta che Madero sembrava essere uscito vincitore, Villa fece carriera nell’esercito fin quando il generale Victoriano Huerta, anche lui meticcio proprio come Porfirio Diaz e Benito Juarez prima di lui, lo condannò a morte per insubordinazione. 

A quel punto Pancho Villa sembrava perduto, ma il suo piglio indomito lo portò a non rassegnarsi e a fuggire negli Stati Uniti dove sarebbe rimasto in attesa di novità. Le novità infatti non tardarono e arrivò il rovesciamento di Madero da parte di Huerta, che lo fece peraltro anche assassinare in quello che divenne un vero e proprio golpe nel 1913. Fu un periodo drammatico per il Messico quello successivo alla destituzione e all’assassinio di Madero, e Pancho Villa decise di superare di nuovo il confine per unirsi questa volta alla guerra civile contro Huerta. In quest’ottica Pancho Villa si alleò con Venustiano Carranza, leader in ascesa del movimento progressista, ma anche con Emiliano Zapata, altro eroe della rivoluzione, con il quale fomentò una rivolta contadina. In questo periodo Pancho Villa non esitò nemmeno a sfidare direttamente gli Stati Uniti che erano intervenuti nella guerra civile messicana appoggiando apertamente Carranza. Non solo, gli Stati Uniti avevano anche invaso il Messico e Villa venne inseguito per oltre un anno oltre il confine da parte delle truppe inviate dal presidente americano Woodrow Wilson in persona.

Pancho Villa fece letteralmente impazzire gli Stati Uniti quando il 9 marzo del 1916 condusse circa trecentocinquanta guerriglieri messicani all’attacco di Columbus, città del New Mexico, dove si trovavano oltre seicento soldati americani.  Pancho Villa e i suoi misero l’abitato a ferro e fuoco facendo saltare in aria anche un albergo cittadino e uccidendo almeno 17 persone. Wilson andò su tutte le furie e mise su di lui una taglia di 5000 dollari, tantissimi per l’epoca, ordinando una spedizione punitiva su larga scala. Gli americani non badarono a spese inviando 10.000 soldati guidati dal generale John Pershing e dal suo socio George Patton, due uomini che poco dopo sarebbero diventati famosi per via delle loro imprese nella Prima Guerra Mondiale. Ma nonostante il grande impiego di soldi, armi e mezzi anche moderni come dirigibili e aerei da guerra, Pancho Villa svanì nel nulla e dopo un anno di vani tentativi gli americani rinunciarono all’impresa.Grazie all’impresa di Columbus Pancho Villa è stato l’unico a invadere gli Stati Uniti nel loro territorio, un primato che mostra quanto fosse temerario e soprattutto imprevedibile.

Le cose per lui cominciarono ad andare male nel 1920, quando Carranza venne assassinato e Alvaro Obregòn divenne il nuovo presidente del Messico. I tempi erano maturi per ritirarsi momentaneamente dalla scena, così Pancho Villa decise di deporre le armi e di ritirarsi presso la hacienda di Canutillo. Il suo nome era però troppo scomodo nel nuovo Messico, e anche se faceva una vita riservata in troppi volevano metterlo a tacere per sempre. Nel luglio del 1923 però Villa commise una leggerezza recandosi con la sua automobile nella cittadina di Parral, nello Stato di Chihuahua, per presenziare come padrino nel battesimo del figlio di un suo uomo fidato. Per l’occasione Villa si fece accompagnare da solo due uomini di scorta e una volta a Parral decise di rimanere ospite di una sua amante ancora per qualche giorno dopo il battesimo. Quando uscì dalla cittadina con la macchina un gruppo di sicari aprì il fuoco contro di lui dalle finestre, uccidendolo.Con lui morirono altre tre persone tra cui il suo segretario, mentre un quarto uomo si salvò miracolosamente. Secondo le ricostruzioni successive il suo assassinio sarebbe stato il frutto di un complotto ordito ad alti livelli da parte di chi temeva l’ingombrante figura di Pancho Villa. Del resto in Messico tutti quelli come Villa che hanno lottato per il progresso degli umili hanno pagato caro il loro impegno con la morte, basti pensare alla fine di uomini come Madero, Zapata e lo stesso Obregòn.

Un eroe popolare, un uomo del popolo che ancora oggi in Messico viene ritenuto una sorta di “santo” laico. Un uomo che ha sempre lottato nella stessa direzione sapendo restare a galla durante una delle più sottovalutate e sanguinose rivoluzioni del XX secolo.

VAI SULLA PAGINA FB DEL TRIBUNO

Link Sponsorizzati:

Commenti chiusi.

Link Sponsorizzati:
Scroll To Top