Il Pantheon del Tribuno. Pier Paolo PasoliniTribuno del Popolo
giovedì , 27 luglio 2017
Ultime Notizie
Link Sponsorizzati:

Il Pantheon del Tribuno. Pier Paolo Pasolini

Per il Pantheon del Tribuno prendiamo ora in considerazione la figura monumentale di Pier Paolo Pasolini, un intellettuale scomodo, un comunista, uno scrittore e un regista brutalmente assassinato nel 1975 sulla spiaggia di Ostia nella notte tra il 1 e il 2 novembre. Più di altri Pasolini seppe capire le manovre torbide in atto nei palazzi dell’Italia del tempo, e scrisse di un paese che stava vivendo “un processo di adattamento alla propria degradazione”. Del resto circa le stragi e altri fatti della storia recente ebbe a scrivere: “Io so, ma non ho le prove”. 

Pier Paolo Pasolini era un genio, un intellettuale, uno scrittore, ma anche un comunista. Anche per questo si può parlare di lui come un intellettuale scomodo, scomodo nel senso che ricordare tutto di lui, e quindi anche la sua pugnace militanza nella costruzione di un mondo onesto e differente da quello reale, significa riscoprirne i messaggi e i contenuti e magari applicarli a questo presente che lui, in qualche modo, era riuscito più di altri a delineare in tutto il suo cinismo. Sono passati 40 anni da quando il 2 novembre del 1975 il suo corpo senza vita venne trovato in una spiaggia di Ostia, un omicidio ancora senza risposte di un uomo straordinario che merita di essere inserito nel Pantheon di chiunque nutra il sogno di costruire un mondo più giusto e onesto.

Pasolini nacque a Bologna nel 1922 da padre militare, e infatti girovagò in lungo e in largo assieme a lui nella sua infanzia fino a stabilizzarsi proprio a Bologna nel 1937 dove cominciò a studiare in Università seguendo le lezioni di un professore come Roberto Longhi. Nel capoluogo emiliano il giovane Pasolini strinse importanti amicizie con il gruppo di Leonetti e Roversi, gli stessi con cui qualche anno dopo, negli anni Cinquanta, fonderà Officina. In quel periodo il giovane Pasolini collaborò con riviste di vario genere pubblicando in friulano le “Poesie a Casarsa”, ovvero il paese della sua amata madre Susanna.

Qualche giorno prima dell’8 settembre 1943 il giovane Pier Paolo venne richiamato sotto le armi ma si riparò proprio nel paese della madre a Casarsa, dove peraltro si trovavano proprio sua madre e suo fratello minore Guido, un partigiano autonomista che nel 1945 rimase ucciso in scontri con partigiani vicini a Tito. In quel periodo Pier Paolo Pasolini maturò il suo interesse per la politica e decise di iscriversi al Partito Comunista Italiano proprio mentre cominciava la sua attività di professore. Pasolini era comunque una personalità scomoda per il tempo, e infatti nel 1949 venne accusato di corruzione di minori del suo stesso sesso e sulla base di questo venne sospeso dalla scuola e radiato dal partito. Fuggì riparando a Roma,e nei suoi scritti del tempo si vide chiaramente come Pier Paolo Pasolini ritenesse il Friuli una sorta di terra idealizzata di una civiltà pre-capitalista. Fece scandalo a questo proposito il suo romanzo scritto nel 1955, “Ragazzi di vita”.

Provocatore per antonomasia, Sanguineti lo classificò come “l’ultimo apocalittico radicale”, e la sua personalità lo classificò come un uomo non disposto ad accettare omologazioni di alcun tipo. In quel periodo si ambientò nell’ambiente romano scrivendo poesie “Roma 1950). A quel periodo venne fatta risalire l’amicizia con Carlo Emiglio Gaddo e Attilio Bertolucci grazie a cui firmò il suo primo contratto editoriale per una  Antologia della poesia dialettale del Novecento che uscì nel 1952 con una recensione di Eugenio Montale. Nel 1954 fece uscire “La meglio gioventù” con cui vinse il Premio Giosuè Carducci, e a quell’epoca viveva in stringenti ristrettezze economiche. Il suo romanzo “Ragazzi di vita” scatenò ovviamente ferocissime polemiche, ma ebbe anche un grande successo di pubblico al punto che Pasolini venne assolto nel processo contro il suo romanzo anche grazie a una struggente lettera di Giuseppe Ungaretti.  Ateo e anticlericale Pasolini era anche un esperto di cinema, e nel 1958 in veste di inviato speciale andò a Mosca al Festival della gioventù. In quel periodo lavorò anche alla sua opera “Una Vita violenta”, e nel 1958 dovette piangere la morte di suo padre.

Sarebbe qui oltremodo inutile ricordare tutte le sue fantastiche opere cinematografiche e letterarie che lo resero per la destra cattolica e conservatrice una sorta di dissoluto intellettuale che voleva traviare la meglio gioventù italiana. Collaborò anche con Fellini  e produsse un altro capolavoro, “L’Accattone” che ricevette ottimi giudizi a Parigi. Pasolini venne anche perseguitato, proprio per via della sua vita “scomoda”. La polizia il 22 novembre del 1961 ad esempio perquisì il suo appartamento in cerca di una fantomatica pistola con cui avrebbe effettuato una rapina. In realtà si voleva colpire Pasolini per la sfida da lui lanciata al perbenismo borghese e cattolico dell’Italia di quel tempo. Nel 1966 Pasolini soffrì di gravi problemi di salute e nel 1968 in occasione delle rivolte giovanili del Sessantotto passò alla storia il celebre discorso sugli “Scontri di Valle Giulia” dove scoppiarono tumulti tra reparti della polizia e giovani studenti. In quel periodo drammatico Pasolini scrisse la poesia “Il PCI ai giovani”.

Sempre schierato nei problemi dell’Italia del tempo, Pasolini  raccolse i suoi articoli nel volume “Scritti Corsari” e scrisse quello che forse è l’articolo più luminoso mai scritto su un quotidiano italiano chiamato “Cos’è questo golpe? Io so” in cui accusava la Democrazia Cristiana di essere i veri mandanti delle stragi di quegli anni. Infine la morte avvenuta il 2 novembre del 1975, quando il suo cadavere venne ritrovato nella spiaggia di Ostia. Pasolini venne percosso e ucciso in modo brutale, travolto dalla sua stessa auto. Secondo la polizia l’omicidio venne commesso da un “ragazzo di vita” ma immense nubi si addensarono su quell’evento. Per l’omicidio venne accusato il 17enne Pelosi, ma in tanti pensano che le circostanze della morte di Pasolini non siano ancora state chiarite anche a causa delle tante contraddizioni nelle deposizioni rese dall’omicida. Inoltre due settimane dopo la sua morte Oriana Fallaci scrisse all’Europeo avanzando l’ipotesi di una premeditazione e la partecipazione di almeno altre due persone. Ancora oggi è difficile capire la verità, però riesce ancora più difficile credere alla versione ufficiale della sua morte

Io so.

Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato “golpe” (e che in realtà è una serie di “golpe” istituitasi a sistema di protezione del potere).

Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969.

Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna dei primi mesi del 1974.

Io so i nomi del “vertice” che ha manovrato, dunque, sia i vecchi fascisti ideatori di “golpe”, sia i neo-fascisti autori materiali delle prime stragi, sia infine, gli “ignoti” autori materiali delle stragi più recenti.

Io so i nomi che hanno gestito le due differenti, anzi, opposte, fasi della tensione: una prima fase anticomunista (Milano 1969) e una seconda fase antifascista (Brescia e Bologna 1974).
Io so i nomi del gruppo di potenti, che, con l’aiuto della Cia (e in second’ordine dei colonnelli greci della mafia), hanno prima creato (del resto miseramente fallendo) una crociata anticomunista, a tamponare il ’68, e in seguito, sempre con l’aiuto e per ispirazione della Cia, si sono ricostituiti una verginità antifascista, a tamponare il disastro del “referendum”.

Io so i nomi di coloro che, tra una Messa e l’altra, hanno dato le disposizioni e assicurato la protezione politica a vecchi generali (per tenere in piedi, di riserva, l’organizzazione di un potenziale colpo di Stato), a giovani neo-fascisti, anzi neo-nazisti (per creare in concreto la tensione anticomunista) e infine criminali comuni, fino a questo momento, e forse per sempre, senza nome (per creare la successiva tensione antifascista). Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro a dei personaggi comici come quel generale della Forestale che operava, alquanto operettisticamente, a Città Ducale (mentre i boschi italiani bruciavano), o a dei personaggio grigi e puramente organizzativi come il generale Miceli.

Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro ai tragici ragazzi che hanno scelto le suicide atrocità fasciste e ai malfattori comuni, siciliani o no, che si sono messi a disposizione, come killer e sicari.

Io so tutti questi nomi e so tutti i fatti (attentati alle istituzioni e stragi) di cui si sono resi colpevoli.

Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi.

Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero.
Tutto ciò fa parte del mio mestiere e dell’istinto del mio mestiere. Credo che sia difficile che il mio “progetto di romanzo”, sia sbagliato, che non abbia cioè attinenza con la realtà, e che i suoi riferimenti a fatti e persone reali siano inesatti. Credo inoltre che molti altri intellettuali e romanzieri sappiano ciò che so io in quanto intellettuale e romanziere. Perché la ricostruzione della verità a proposito di ciò che è successo in Italia dopo il ’68 non è poi così difficile…  [Leggi l'editoriale integrale qui]

VAI SULLA PAGINA FB DEL TRIBUNO

 

 

Link Sponsorizzati:

Commenti chiusi.

Link Sponsorizzati:
Scroll To Top