Il Pantheon del Tribuno. Pietro IngraoTribuno del Popolo
venerdì , 20 gennaio 2017
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Il Pantheon del Tribuno. Pietro Ingrao

Il Pantheon del Tribuno. Pietro Ingrao

 Pietro Ingrao è stato uno degli esponenti più importanti del PCI, ma anche uno dei padri della Repubblica. Esponente importante della Resistenza, ma anche intellettuale e scrittore,  ha dedicato la sua intera vita alla lotta per il progresso, divenendo anche direttore de “L’Unità” per dieci anni, ma senza mai rinunciare al pensiero critico. Esempio di politico onesto, idealista e passionale, con la sua integrità è riuscito a guadagnarsi il rispetto degli amici, ma anche dei “nemici”. 

Quando si parla di PCI quasi tutti vanno con la mente a Togliatti oppure a Gramsci, eppure un personaggio come Pietro Ingrao meriterebbe ben altra considerazione. Pochi personaggi hanno saputo come lui lasciare un segno indelebile nella storia delle lotte per il progresso, e la sua figura per la storia del nostro Paese merita sicuramente una menzione particolare. Nacque vicino a Latina, a Lenola, il 30 marzo del 1915 in una famiglia tutto sommato agiata di proprietari terrieri dell’alta borghesia locale, ma che aveva una forte tradizione liberale e progressista, basti pensare che suo nonno Francesco era un mazziniano che si era rifugiato nel Lazio dopo essere fuggito dalla Sicilia, dove era ricercato per cospirazione nei confronti del governo. Suo nonno si unì alla spedizione di Garibaldi e riuscì anche a diventare sindaco di Lenola. Dopo aver avuto una formazione classica a Formia si trasferì con la famiglia a Roma, dove si laureò in Giurisprudenza e Lettere e Filosofia. Nel 1934 frequentò anche il Centro sperimentale di cinematrografia come allievo regista, e nel 1936, in concomitanza con la guerra civile spagnola, cominciò a intensificare i propri contatti con gli ambienti dell’antifascismo e il PCI, che all’epoca era in clandestinità. Pietro cominciò dunque a frequentare antifascisti e comunisti, innamorandosi anche della sorella di uno di loro, e nel 1942 dopo l’arresto di molti componenti del suo gruppo prese la decisione di entrare in clandestinità operando tra Milano e la Calabria. Il 26 luglio del 1943 lo troviamo assieme a Elio Vittorini a Milano,poi lavorò alle edizioni clandestine de “L’Unità” a Milano e Roma, dove nel 1944 entrò nel comitato clandestino della federazione del PCI. Partecipò quindi attivamente alla lotta contro il nazifascismo rischiandone le conseguenze sulla propria pelle e nel 1947 venne nominato direttore de “L’Unità”, incarico che ricoprirà fino al 1956 con impegno indefesso. Un anno dopo, con la guerra ormai finita, Ingrao entrò nel comitato centrale del PCI e venne eletto deputato per la prima volta. Sarebbe poi stato rieletto per altre dieci legislature consecutive fino al 1992, quando chiese e ottenne di non venire più ricandidato.

Nel 1956 quando i carri armati sovietici andavano in Ungheria, Ingrao si schierò dalla parte dell’Urss ed entrò nella segreteria del PCI, dove sarebbe rimasto un decennio. Più tardi si pentirà della sua posizione assunta in quella circostanza e nel 1966 rivendicò il “diritto al dissenso”, divenendo un riferimento assoluto perl’ala sinistra del PCI che voleva rifondare in parte l’identità comunista. Attraversò momenti difficili quando in quel periodo i fondatori della rivista “Il Manifesto” vennero espulsi dal partito, ma non per questo smise di appoggiare il partito e di relazionarsi con i movimenti sociali e le lotte operaie, portando con sè l’esperienza innovatrice del “sindacato dei consigli”.

Nel 1968 Ingrao venne eletto presidente del gruppo parlamentare comunista della Camera dei Deputati e si aprì quindi una nuova stagione di riflessione sui temi istituzionali che lo porterà nel 1975 a divenire presidente del Centro di Studi e Iniziative per la Riforma dello Stato (CRS). Era l’inizio di una carriera che lo ha visto diventare presidente della Camera dei Deputati il 5 luglio 1976, e fu in quella veste che visse i momenti drammatici del rapimento di Aldo Moro da parte delle Brigate Rosse.; solo nel 1979 scelse di essere sollevato dall’incarico. A differenza di molti nel 1989 Ingrao, coerentemente al suo impegno e ai propri ideali, si oppose alla svolta impressa da Achille Occhetto al PCI che lo trasformerà nel PDS, anche se fu sempre contrario a ogni ipotesi di scissione. Questa sua convinzione lo portò nel 1991 ad aderire al PDS come leader dell’area dei Comunisti Democratici anche se abbandonerà deluso il partito nel 1993, scegliendo di aderire al progetto di Rifondazione Comunista, cui rimarrà iscritto fino al 2008 anche se ormai defilato. Lontano ormai dall’impegno politico Ingrao però continuò a dire la sua mediante riflessioni e libri, offrendo così la sua immensa esperienza alle nuove generazioni, senza rinunciare mai a difendere i propri ideali e a lottare per le classi più umili e per la difesa della Costituzione. Nel 2007 pubblicò la sua autobiografia, “Volevo la luna”, e si è spento il 27 settembre del 2015 lasciando un vuoto incolmabile nella politica e nella storia italiana. Con il suo piglio e il suo modo di fare integerrimo si è guadagnato il rispetto di tutti, anche dei suoi avversari politici, segnalandosi come una figura di etica e profondità politica fuori dal comune. A differenza di tanti ha scelto di defilarsi pur di non rinunciare alle proprie idee, a dispetto dei cambiamenti rivoluzionari intercorsi nei decenni della sua vita tumultuosa. Riferimento per gli umili, gli sfruttati e gli ultimi, ha vissuto sempre con la schiena dritta, e merita di entrare di diritto nel nostro Pantheon.

Ecco qui  un bellissimo sito dove è possibile anche riascoltare alcuni dei suoi storici comizi: 

http://www.pietroingrao.it/

“Io sento penosamente la sofferenza altrui: dei più deboli, o più esattamente dei più offesi. Ma la sento perché pesa a me: per così dire, mi dà fastidio, mi fa star male. Quindi, in un certo senso, non è un agire per gli altri: è un agire per me. Perché alcune sofferenze degli altri mi sono insopportabili.”
(Pietro Ingrao)

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