Il Pantheon del Tribuno. Tiberio e Gaio Sempronio GraccoTribuno del Popolo
lunedì , 21 agosto 2017
Ultime Notizie
Link Sponsorizzati:

Il Pantheon del Tribuno. Tiberio e Gaio Sempronio Gracco

Tiberio Gracco, assieme a suo fratello minore Gaio,  ha rappresentato  una figura importante e per certi versi una pietra miliare della grande lotta per la libertà dell’oppressione e dello sfruttamento del genere umano. Di origine patrizio-plebea Tiberio e Caio divennero tribuni della plebe a distanza di dieci anni l’uno dall’altro. Nell’esercizio della loro carica difesero sempre a spada tratta i più poveri facendosi portavoce di leggi per togliere privilegi e possedimenti ai ricchi e ridistribuirli tra gli umili ma che gli comportò la feroce antipatia dei possidenti. Morirono entrambi assassinati per mano dei loro nemici. 

A differenza di quello che potrebbero pensare in molti l’Antica Roma aveva raggiunto un livello di complessità sociale tale da renderla tranquillamente paragonabile a società di secoli e secoli dopo. Quella romana non era una società immobile, anzi, e soprattutto era una società nella quale esistevano delle classi sociali che peraltro cercavano di dividersi il potere sulla base anche dei rapporti di forza. Ora tratteremo della figura di Tiberio e Gaio Sempronio Gracco, figli di padre di origine plebea e di Cornelia, la figlia di Publio Cornelio Scipione l’Africano, uomo di antichissima famiglia aristocratica. Dunque il giovane Tiberio Sempronio appartenne sin da subito all’oligarchia patrizio-plebea. Ci si impone qui un piccolo excursus per chiarire che cosa si intenda per plebei, un termine assai importante per comprendere le dinamiche sociali dell’antica Roma. Il termine entrò in termine in epoca repubblicana in contrapposizione con i patrizi, ovvero gli aristocratici romani. Secondo la tradizione, la cui fonte è “Ab Urbe condita” di Tito Livio, pare che i patrizi una volta aver preso il potere dalla cacciata dell’ultimo Re di Roma: Tarquinio il Superbo, nel 509 a.c., si auto-arrogarono il il potere di limitare ai soli componenti del loro ordine il governo della città mediante l’istituzione del consolato, cui i plebei erano ovviamente esclusi. I patrizi ritenevano infatti di essere discendenti dai “patres” e in quanto tali di essere anche gli unici a poter detenere gli auspici, il che significava poter interpretare il volere degli dei, allora ritenuta conditio sine qua non per avviare qualsiasi azione politica. Non solo, con Servio Tullio erano stati introdotti i cosiddetti “comizi centuriati”, ovvero un modo per fare sì che il voto dei plebei avesse un peso mille volte inferiore a quello della loro dimensione numerica. Non si trattava di un voto per testa infatti, ma per centuria, e le centurie dei più umili erano ovviamente numericamente molto superiori di quelle dei patrizi, basti pensare che Cicerone sosteneva che una singola centuria delle classi inferiori contenesse quasi più cittadini dell’intera prima classe. In questo modo però i plebei erano completamente esclusi dalla vita politica, ma anche dai collegi religiosi e dalle altre magistrature. Il loro unico diritto era quello di essere divisi in gentes e tribus, di poter servire nell’esercito e di poter diventare tribuni militari.

Nel VC-IV secolo ebbe luogo quello che viene chiamato il “Conflitto degli Ordini”, derivante cioè dalla voglia dei plebei di raggiungere le più alte cariche governative e la parità politica. Nel 494 a.c infatti è segnalata la prima ribellione della plebe che con la forza ottenne l’istituzione di una importante magistratura: il Tribunus plebis. Inizialmente i Tribuni dovevano essere solo due come i consoli, poi divennero dieci e avevano il potere dello  ius auxilii(diritto d’aiuto: il tribuno poteva intervenire per salvare chiunque fosse minacciato da un magistrato), e soprattutto il potere dell’ intercessio, ovvero il diritto di veto contro i decreti dei magistrati e del Senato qualora andassero in contrasto con gli interessi della plebe. Non solo ottennero anche l’immunità personale, un diritto chiamato “sacrosantitas“. Infine venne anche formato un Conciulum plebis, ovvero un’assemblea riservata esclusivamente ai plebei all’interno dei Comitia Tributa, ovvero un’assemblea con potere legislativo e giudiziario. Fino al 445 a.c inoltre persino i matrimoni tra patrizi e plebei erano assolutamente vietati e il divieto venne abolito solo con la Lex Canuleia. Fu solo nel 409 a.c che anche la carica di questore divenne accessibile alla plebe, un diritto importantissimo dato che i questori entravano di diritto all’interno del Senato. Ma le conquiste non finirono qui e pochi anni dopo, nel 367 a.c., con le leggi Licinie-Sestie venne stabilito che i plebei potessero accedere al consolato e che anzi ogni anno uno dei due consoli dovesse essere necessariamente un plebeo, e soprattutto che il possesso dell’agro pubblico da parte dei privati non superasse mai i 500 iugeri, circa 125 ettari odierni. Si trattava in sostanza di una redistribuzione agraria che costringeva i patrizi a rinunciare a parte delle loro terre. Fu nel 339 a.c. che il primo dittatore plebeo della storia romana, Publilio Filone, trasformò i “plebiscita”, ovvero le deliberazioni dell’assemblea della plebe, in leggi dello Stato vincolanti per tutti, a patto però che venissero approvate anche dal Senato. Fu solo nel 320 a.c. però che tutte le magistrature divennero aperte anche ai plebei.

Questa introduzione serviva a far comprendere meglio il contesto in cui si trovò a operare Tiberio Sempronio Gracco, la cui opera venne ripresa dal fratello minore Gaio solo dieci anni dopo la sua morte. Tiberio grazie alla sua gens plebea riuscì a diventare tribuno nel 133.ac. e quindi a entrare in contatto con il Senato molto presto. Era solo un ragazzo quando entrò a far parte dei sacerdoti auguri grazie alla “raccomandazione” del senatore Appio Claudio, di cui peraltro sposerà senza avere figli la figlia Claudia. Nel 146 a.c. aveva solo diciassette anni quando venne mandato in Libia agli ordini del cognato Scipione Emiliano intento ad assediare l’odiata Cartagine. Tornò a Roma solo nove anni dopo e non appena tornato nell’Urbe venne eletto questore ma dovette subito ripartire per la guerra contro i Numantini sotto il comando del console Gaio Ostilio Mancino. La guerra però andò molto male e Tiberio venne chiamato a trattare con i Numantini, cosa che fece riuscendo a pattuire una resa onorevole. Una volta tornato a Roma però venne duramente biasimato per il gesto anche se le famiglie dei ventimila soldati cui salvò la vita gli resero i migliori onori acclamandolo come un salvatore. I senatori però la pensavano in modo diverso dato  che i romani erano usciti sconfitti da quella guerra e avevano chiesto una pace da vinti. Per questo motivo il senato rispedì Gaio Ostilio Mancino a Numanzia in qualità di prigioniero per causa di disonore e soprattutto non ratificò la pace che era stata raggiunta da Tiberio, anzi inviò Scipione Emiliano in terra numantina per prendere il controllo della città, cosa che avvenne nel 133 a.c.

Tiberio però rimase a Roma e nello stesso anno venne eletto tribuno della plebe. Si trattava di una carica importantissima che Tiberio prese molto seriamente, e infatti la sua prima vera iniziativa fu quella di presentare una legge chiamata Lex Agraria con il prezioso aiuto del console Publio Muzio Scevola e del pontefice massimo Crasso. Si trattava di una legge di una straordinaria carica rivoluzionaria per l’epoca dal momento che proponeva la redistribuzione sistematica delle terre del suolo italico che venivano usurpate dai più ricchi e offerte ai forestieri per essere lavorate. La legge limitava l’occupazione delle terre a solo 125 ettari e stabiliva la riassegnazione delle terre eccedenti ai contadini in rovina e ai poveri. Sulla base della nuova legge ogni famiglia nobile avrebbe potuto avere fino a 500 iugeri, più 25o per ogni figlio (ma non più di 1000), una limitazione netta dei precedenti privilegi. Non solo la legge prevedeva anche che i terreni confiscati venissero distribuiti in modo che ogni famiglia delle plebe avesse almeno 30 iugeri, pari a circa 7,5 ettari. Insomma i ricchi continuavano a rimanere tali ma almeno veniva messo un limite e soprattutto si faceva materialmente qualcosa per gli ultimi. Comprensibilmente tale provvedimento venne appoggiato senza remore dal popolo che in quel periodo in modo molto moderno scrisse dei veri e propri “murales” politici su pareti e monumenti di Roma per appoggiare Tiberio. Altrettanto comprensibilmente però i patrizi andarono su tutte le furie e tentarono di fomentare una rivolta contro Tiberio usando il denaro per corrompere delinquenti da assoldare contro di lui. La legge alla fine venne approvata ma incontrò opposizioni di ogni genere anche da parte di italici che in passato erano rimasti sui terreni in affitto e ora temevano di perdere tutto dall’oggi al domani. Ben presto fu chiaro che il dibattito sull’assegnazione delle terre era collegato alla questione del diritto di cittadinanza: gli abitanti alleati avevano interessi a ottenere gli stessi diritti dei cittadini romani.

Ecco che i possidenti allora adottarono una tattica che sarebbe poi stata ampiamente utilizzata nel corso delle lotte dei lavoratori da parte delle classi avversarie per dividerne il campo: appoggiarono un altro tribuno della plebe, Marco Ottavio, che forse in cambio di denaro accettò di porre il veto alla legge agraria. A quel punto Tiberio reagì facendo revocare dai comizi tribuni la nomina di Marco Ottavio sulla base del fatto che stesse sabotando gli interessi della plebe. Inoltre in risposta del veto Tiberio scrisse una legge ancora più radicale nei confronti dei possidenti terrieri, e  quel punto cominciò una vera e propria disputa in Senato tra i due oratori. La situazione degenerò quando con un nuovo editto proibì ai magistrati di intraprendere affari sino alla votazione della legge e questi come risposta si dimisero dalle loro cariche e assoldarono dei  sicari per far uccidere Tiberio. Arrivò poi il giorno della votazione del popolo e i possidenti asportarono le urne creando un grande tumulto che venne disinnescato dall’intervento dei consolari Manlio e Fulvio che rimisero la questione al senato. Il giorno successivo Tiberio propose la destituzione di Ottavio che venne approvata dal concilio della plebe rendendo così approvata la Lex Agraria. Era l’inizio del caos anche perchè i possidenti e i ricchi non avevano alcuna intenzione di sottomettersi alla Lex Agraria e cominciarono a sabotare in tutti i modi l’operato di Tiberio ad esempio rifiutandosi di  costruire un edificio pubblico preposto alla causa della legge agraria oppure avvelenando amici stretti di Tiberio.

La situazione degenerò all’indomani della morte del Re di Pergamo Attalo III Filopatore, avvenuta sempre nel 133 a.c.. Attalo III lasciò il suo terreno e le sue ricchezze al popolo romano così Tiberio ebbe buon gioco a proporre che il suo patrimonio venisse destinato all’acquisto di strumenti agricoli  per i nuovi proprietari delle terre e che i nuovi appezzamenti fossero divisi tra la plebe. Tale proposta lo rese amatissimo dagli umili anche perchè aveva bisogno di consenso per candidarsi nuovamente al tribunato, cosa che era teoricamente vietata per legge. Senza la carica di tribuno infatti non avrebbe avuto l’immunità e i possidenti lo avrebbero ucciso senz’altro. Il giorno della votazione infatti non disponeva della maggioranza per essere rieletto e i suoi alleati fecero ostruzionismo per guadagnare tempo, con il popolo commosso che si offrì di sorvegliare la sua casa durante la notte per evitare che i sicari dei possidenti venissero a ucciderlo.La mattina seguente al Campidoglio la tensione si tagliava con il coltello e Tiberio venne ben presto informato che i suoi nemici avevano un piano per uccidere il console Muzio Scevola. Ben presto si diffuse il panico e i sostenitori di Tiberio si armarono per paura di un attentato. Era esattamente quello che si auspicavano i suoi nemici che corsero a denunciare il fatto al Senato ottenendo che il cugino di Tiberio, il Pontifex Maximus Publio Cornelio Scipione Nasica Serapione, ordinò ai suoi di far rispettare la legge. A quel punto i suoi marciarono armati fino al Campidoglio dove nacque un a terribile battaglia nella quale morirono più di trecento romani e lo stesso Tiberio, ucciso a bastonate. Il suo cadavere venne gettato nel Tevere e tutti i suoi amici uccisi o esiliati senza alcun processo. Il Senato però non ebbe il coraggio di opporsi alla spartizione delle terre e Nasica, il responsabile della repressione, venne mandato in Asia per evitare che venisse linciato dalla folla.

Suo fratello Gaio Sempronio Gracco ripercorse le orme di Tiberio e venne eletto tribuno della plebe esattamente dieci anni la sua tragica morte. In passato aveva ripercorso la stessa carriera del fratello divenendo questore. Una volta eletto tribuno cercò di opporsi come meglio poteva al potere del senato e dell’aristrocrazia attirandosi le simpatie dei populares, ovvero il proletariato che continuava tumultuoso ad ammassarsi a Roma dopo la grande espansione territoriale derivante dalle guerre puniche. A Roma però arrivavano anche molti contadini italici rovinati dalla concorrenza delle provincie, ed era proprio a loro che guardava Gaio che promulgò diverse leggi per permettere la vendita di grano a prezzi calmierati alla plebe. La svolta si ebbe con le Leges Semproniae che Gaio fece imporre con diversi plebisciti e che continuavano e miglioravano quanto fatto da suo fratello. Le leggi Sempronie vennero approvate con diversi plebisciti e prevedevano un piano di costruzioni per agevolare i commerci e dare lavoro ai plebei, la  rieleggibilità dei tribuni della plebe, la rimozione dell’elettorato passivo al tribuno destituito dal popolo, e soprattuto la “De Suffragiorum Confusione”, ovvero una legge con la quale si prescriveva che la centuria “prerogativa” sarebbe stata dovuta essere scelta a sorte tra le 193 centurie dei comizi centuriati e non tra le 80 della prima classe (non a caso ques’ultima legge venne abolita da Silla).

Ma non era ancora abbastanza: Gaio Gracco propose nel maggio del 122 a.c.la concessione della cittadinanza romana ai latini e di quella latina agli italici. Approvò la “legge frumentaria” che prevedeva la distribuzione di frumento a prezzo ridotto alla plebe urbana e fondò tre colonie vicino a Cartagine per dare lavoro e casa ai nullatenenti. Dichiarò infine anche guerra alla corruzione con la “Lex Iudiciaria” che andava a sanare la situazione delle provincie dove i governatori, d’accordo con i Pubblicani, gonfiavano a dismisura i tributi da riscuotere, intascando ogni profitto. In teoria i governatori erano sottoposti al controllo del Senato, ma dato che molti di loro erano senatori era molto facile imbrogliare.  Per risolvere tutto questo Gaio Gracco propose che i tribunali per giudicare l’operato dei governatori  venissero assegnati all’ordine equestre che, essendo ordine rivale, avrebbe sicuramente sorvegliato con zelo. Il Senato chiaramente osteggiò il suo disegno di legge e anche la maggior parte dei cavalieri, così i nobili decisero di liberarsi di lui e di gettargli contro il collega Marco Livio Druso. La popolarità di Gaio declinò in fretta e non venne rieletto al tribunato, perdendo così l’immunità. Nel giorno in cui si presento in Campidoglio per difendere di fronte all’assemblea del popolo la sua legge scoppiò una rissa tra le due parti e vennero chiamati i soldati consolari di Lucio Opimio a ripristinare l’ordine costringendo Gaio a rifugiarsi sull’Aventino con i suoi fedeli. Gaio secondo le fonti si rifugiò prima nel tempio di Diano, poi in quello di Minerva. Inseguito scappò poi nel tempio di Luna e poi di corsa all’Aventino passando per il Ponte Sublicio mentre i suoi seguaci si sacrificarono per rallentare l’inseguimento dei rivali. Secondo la leggenda una volta persa ogni speranza si uccise da un servo sul Gianicolo, nel bosco delle Furrine. I nobili a quel punto sterminarono almeno tremila cittadini accusati di simpatizzare per lui, e terminava l’epopea dei Gracchi.

Il loro operato a favore delle classi più umili però li rende tra i primi veri politici che cercarono di dare dignità al proletariato, anzi furono per certi versi i “padri”  della politica al servizio del popolo e della lotta onesta contro ogni forma di privilegio. Inoltre la complessità della loro figura e del loro ruolo dovrebbe portare a riflettere sull’alto livello di modernità raggiunto dagli antichi romani soprattutto per quanto riguarda la politica e le lotte sociali tra classi. Lo stesso cognome “Gracco” dopo la loro morte venne per secoli a identificare coloro che volevano improntare la propria attività politica a favore dei popolari, arrivando fino alla Rivoluzione Francese dove un altro grande rivoluzionario, Babeuf, si fece chiamare per l’appunto “Gracchus”.

Sono rimasto in provincia in quanto ritenevo fosse utile a voi, e non perché lo ritenessi proficuo alla mia ambizione: non mi sono avvicinato a nessuna taverna, e non ho lasciato oziare nemmeno i giovani di immacolata bellezza, mentre i vostri figli erano più interessati ai banchetti che all’esercito. E in provincia ho vissuto in modo che nessuno potesse affermare che io avessi ricevuto in dono anche un soldo solo o effettuato spese personali. Ho trascorso ben due anni nella provincia, e se una prostituta si è introdotta in casa mia, o se lo schiavetto di qualcuno è stato sedotto da me, potete ritenermi la persona più scellerata e depravata del mondo; ma considerando che mi sono così castamente tenuto alla larga dai loro servi, potrete rivalutare il modo in cui voi credete io mi sia comportato con i vostri figli! E così, o Quiriti, quelle borse che all’andata erano piene d’argento, al mio ritorno a Roma le ho riconsegnate vuote, mentre altri hanno riportato a casa piene di soldi quelle anfore che si erano portati dietro piene di vino“.

Gaio Sempronio Gracco, (citato in Gellio, Noctes atticae, XV, 12)

@Gb

VAI SULLA PAGINA FB DEL TRIBUNO

 

Link Sponsorizzati:

Commenti chiusi.

Link Sponsorizzati:
Scroll To Top