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martedì , 28 marzo 2017
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Il Pd e la “Balena bianca”. Tornano la destra e la sinistra?

Ieri lo scontro fra Bersani e Casini ha fatto emergere la vera portata della disputa politica in corso. Con una crisi che impone scelte drastiche su temi reali, torna la ragione sociale come criterio distintivo fra un partito e l’altro. In questo contesto il Pd è in mezzo al guado e rischia di esplodere. Ieri intanto, è giunto il sostegno ufficiale del Pdci alla candidatura di Vendola alle primarie.  

Fonte: http://www.oltremedianews.com/5/post/2012/11/il-pd-e-la-balena-bianca-tornano-la-destra-e-la-sinistra.html

 

Meno male che c’è Renzi. Proviamo ad estraniarci un po’ dal quadro politico così come oggi ci si presenta e a calarci in uncontesto puramente ipotetico. Immaginiamo che il sindaco di Firenze fosse rimasto a fare il buon amministratore della sua splendida città e lasciando gli affari della politica nazionale ai grandi esegeti delle manovre pre-elettorali, tessitori pazienti di alleanze politiche improbabili quali sono i tanti senatori del Pd.

In un contesto così ricostruito, con una candidatura forte come quella di Nichi Vendola nell’ambito di uno scontro a due con Pierluigi Bersani, l’avvicinamento del segretario con i centristi dell’Udc sarebbe stato un fatto possibile, se non probabile. Certo, si dirà che sicuramente le primarie non sarebbero state fatte, ma certe volte in politica le forze meccanicistiche che governano le derive dei soggetti politici valgono più di qualsiasi criterio logico e la dialettica interna al centrosinistra avrebbe posto a Bersani la necessità di raccogliere i consensi dell’ala destra dei democratici. Il resto lo avrebbero fatto i vari Letta, Follini e Beppe Fioroni, veri e propri cavalli di troia di Casini & co. nel principale partito di centrosinitra.

Dopo aver ragionato per assurdo, torniamo alla realtà. Una giornata, quella di ieri, che ha presentato non pochi elementi nell’ottica di un ragionamento sui connotati che assumerà la futura coalizione di centrosinistra.
Innanzi tutto la notizia che più di tutte risulta evidente: tra Casini e Bersani sono volati gli stracci. “Casini morirà di tattica”, ha sospirato ieri con la sua calma serafica il segretario del Pd nel corso di un’iniziativa organizzata da “Left” presso il teatro Eliseo di Roma. “Non siamo sudditi di Bersani” ha risposto prontamente il leader Udc alle agenzie. Il botta e risposta è durato per tutta la giornata. Apparentemente il confronto è stato sulla legge elettorale: “Vogliamo un premio del 10% o ci metteremo di traverso, chiedo un ragionevole premio di governabilità al partito o alla coalizione che arriva prima.Bisogna garantire un presidio di governabilità” ha aggiunto il segretario del Pd, mentre Casini, che per vent’anni ha votato tutti i premi di maggioranza possibili, ha posto improvvisamente una questione democratica per cui sembra non dormirci la notte: “E’ giusto dare il 55% dei seggi a chi prende il 30% dei voti?” questo l’interrogativo lapalissiano dell’esponente Udc. In verità, come è apparente, l’oggetto del contendere è un altro. Dietro tutte le riforme elettorali si nascondono disegni strategici di portata decennale che provano a governare i rapporti di forza del contesto politico per l’avvenire. Ecco la vera questione che divide Bersani e Casini è una ed una sola, ed è emersa nelle battute conclusive di questo botta e risposta che ha caratterizzato la giornata di ieri: “Monti-bis? Chi dice così è da ricovero” ha chiuso il primo; “Allora io sono da ricovero perché penso ad un Monti-bis” ha detto chiaro Casini, che ha aggiunto sibillino “così come molti nello stesso Partito Democratico”.

Niente di più vero. La frase di Casini mostra chiaramente quelli che sono i rapporti di forza dentro il Pd e pone un serio interrogativo sulla tenuta del partito. E qui viene il secondo elemento emerso negli ultimi giorni. Le posizioni di Pierluigi Bersani non sono mai state così vicine a quelle dell’esponente più di “sinistra” dell’attuale gruppo dirigente dei democratici, il responsabile economico Stefano Fassina. Dalle critiche contro l’Austherity all’asse nato con Francois Hollande per un’Europa diversa, passando per le questioni scuola ed esodati. Posto che Bersani non sarà mai un uomo della sinistra radicale, la sue distanze con Nichi Vendola appaiono più corte rispetto al gelo che contraddistingue i rapporti con Matteo Renzi. E proprio il sindaco di Firenze rappresenterebbe l’incognita che spinge Bersani a sinistra.

Apparentemente Renzi non ha ricevuto l’appoggio dei senatori più centristi del Pd. Tuttavia, se è vero che in politica contano poi i fatti concreti e non le antipatie, il gioco del rottamatore è chiaro: andare da soli e, senza premio di maggioranza, fare gli accordi con Casini. Non è ciò che vorrebbe lo stesso Enrico Letta? Pierluigi Bersani si trova così in mezzo al guado: se non passasse la riforma elettorale, con un premio di maggioranza la coalizione di centrosinistra forse riuscirebbe a tener dentro anche i più centristi. Qualche defezione sarebbe inevitabile, ma proviamo a pensare cosa potrebbe succedere con un premio di maggioranza al 42,5%. Si tornerebbe ad un proporzionale puro da “Prima Repubblica”, le forze centrifighe a quel punto sarebbero fortissime e si costituirebbe l’habitat ideale per il risorgere della “balena bianca”. Un’ipotesi inaccettabile per Bersani, se è vero che ciò che più sta a cuore ad un segretario di partito con la storia e la cultura politica del leader emiliano è proprio la “tenuta” del Partito.

Ed ecco l’ultimo elemento. La caratterizzazione politica del Pd. Il Partito Democratico ha nel suo Dna istanze che vanno dal cattolicesimo più bigotto alla socialdemocrazia da partito laburista. Ebbene l’idea del partito contenitore fondata sull’ecclettismo culturale di matrice veltroniana, sta andando pian piano a rotoli. La crisi ha dimostrato che non esistono ricette “tecniche” o scontate, ha invece riportato in auge temi essenziali come il ruolo dello stato nell’economia, il rapporto fra capitale e lavoro, le regole della finanza, rispetto ai quali si può rispondere solo in funzione della ragione sociale di cui un soggetto politico si fa portatore. Da questo punto di vista l’epopea berlusconiana aveva un po’ nascosto quella che era una crisi di identità della sinistra tutta. Il tramonto di quel modo di configurarsi del potere vede l’emergere di nuove forze che si organizzano per il mantenimento dello status quo. Squarciato il velo del berlusconismo è inevitabile che ciascun partito, interrogandosi sui su temi reali, vada incontro ad un riassestamento, il che vuol dire subire defezioni dall’una o dall’altra parte. In particolare il Pd è in mezzo a questo discorso, Bersani lo ha capito e ha anche compreso che Matteo Renzi rappesenta proprio l’uomo che potrebbe portare ad una definitiva deriva a destra dei democratici. Per questo motivo, pur dovendo palesare la volontà di un’alleanza riformisti-moderati, il suo sguardo non può essere che rivolto a sinistra.
E proprio dalla sinistra è giunta, nella giornata di ieri una sponda importante. La direzione nazionale del Pdci si è infatti chiusa con la conferma della volontà di concludere un accordo col centrosinistra per scongiurare lo scenario di un Monti-bis, e con l’impegno del partito a partecipare alle primarie della coalizione “Italia bene comune” dando indicazione di voto per Nichi Vendola, il candidato più a sinistra.

Dal risultato che il Governatore della Regione Puglia conseguirà dipenderà, infatti, la possibilità della sinistra di condizionare maggiormente il processo di riassetto del Pd ora in atto. Il tutto nell’ottica di un ricollocamento delle forze politiche attuali secondo il criterio distintivo della ragione sociale. La destra e la sinistra potrebbero tornare, quindi, Grillo permettendo.

 Michele Trotta

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