Il potere e la rappresentazione dei suoi nemiciTribuno del Popolo
mercoledì , 18 gennaio 2017
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Il potere e la rappresentazione dei suoi nemici

Il potere e la rappresentazione dei suoi nemici

Dall’antica Roma a Hollywood, nell’autorappresentazione del potere non sono mancate le critiche più aspre a quel potere, messe in bocca ai suoi nemici.

Fonte: Oltremedianews

L’impero romano, la cui irresistibile ascesa e la saldezza impressionante non cessano di impressionarci, aveva numerosi detrattori. Regni secolari erano stati spazzati via in pochi anni, se non in qualche mese addirittura, dalle legioni di Roma; la grecità – nel senso più ampio del termine: il mondo che parlava e pensava in greco – perse l’indipendenza politica e venne travolta dalla superiorità dei discendenti di Enea, il che non smise mai di tormentare l’animo inquieto e pragmatico dello storico greco Polibio. Come è lecito aspettarsi, una politica espansionistica – direi imperialistica – di questo tipo, per quanto attenta alle realtà locali, inevitabilmente suscitava numerose critiche, più o meno argomentate, oltre a numerosi tentativi di ribellione. All’interno della repubblica, e poi dell’impero, nessuno metteva in discussione l’aggressiva espansione della res romana: in misura diversa, essa conveniva più o meno a tutte le classi sociali.

Tanto più fa impressione, se si tiene presente questa mancanza di critiche provenienti, rintracciare in qualche autore latino delle feroci critiche all’imperialismo, che non di rado ricalcano quelle dei suoi detrattori non romani. Celebre è, ad esempio, il discorso che Cesare – politico di primissimo piano, generale e fautore di una politica imperialistica condotta senza remore, giunta sino al genocidio – mette in bocca nel libro settimo del De bello gallico a Critognato, leader dei Galli durante l’assedio di Alesia, condotto dallo stesso Cesare. Cesare si era arricchito immensamente con la guerra in Gallia, e non aveva esitato a forzare ogni legge e costume romano per restare in carica otto anni e portare a termine la propria campagna d’Oltralpe: a rigor di logica, non aveva alcun interesse a dar credito alle critiche antiromane, che sicuramente fiorivano numerose nei territori da lui conquistati. Eppure il suo rivale, per come Cesare ce lo descrive nel resoconto che passerà alla storia con il titolo De bello gallico, non ha problemi ad affermare che il solo scopo per cui i Romani fanno la guerra è assoggettare una popolazione riducendo tutti i suoi membri in schiavitù.

La più articolata e feroce critica dell’imperialismo romano è nell’Agricola di Tacito. L’opera, il cui titolo completo è De vita et moribus Iulii Agricolae liber, ha come scopo quello di difendere ed elogiare appunto Giulio Agricola, per altro parente di Tacito, che aveva consolidato il dominio romano in Britannia. Tacito compose l’Agricola all’inizio del principato di Traiano, l’imperatore che portò i domini di Roma alla massima estensione e che conobbe il favore incondizionato dello storico. Insomma, qualsiasi intento critico è completamente estraneo alla natura e agli intenti dell’opera. Eppure, in uno dei passi più densi e meravigliosi della letteratura latina – oserei dire della letteratura tout court, benché ormai dire qualcosa di buonosu una lingua morta sia mal visto dai più – Tacito fa parlare Calgaco, comandante dei Caledoni, alla vigilia della battagliadel monte Graupio contro gli stessi Romani. Nulla rende meglio il tenore del discorso delle parole tacitiane:

Raptores orbis, postquam cuncta vastantibus defuere terrae, et mare scrutantur; si locuples hostis est, avari, si pauper, ambitiosi, quos non Oriens, non Occidens satiaverit; soli omnium opes atque inopiam pari adfectu concupiscunt. Auferre trucidare rapere falsis nominibus imperium, atque ubi solitudinem faciunt, pacem appellant.

“Ladri del mondo, quando, dopo le devastazioni, gli sono venute a mancare le terre, guardano anche al mare. Se il loro nemico è ricco sono avidi, se è povero superbi; né l’oriente né l’occidente potrebbero saziarli: bramano con la stessa intensità le ricchezze e la povertà di tutti. Rubano, massacrano e depredano nascondendosi dietro il nome mendace dell’impero, e dove creano un deserto parlano di pace”.

Non c’è bisogno di parlare del ruolo di Hollywood come formidabile veicolo di propaganda per gli Stati Uniti e per il sistema socio-politico ed economico capitalista occidentale. Non si intende in questa sede banalizzare un fenomeno amplissimo e variegato: il cinema a stelle e strisce ha sfornato, è vero, i film alla Frank Capra, ma anche alcune pellicole piuttosto intelligenti e critiche sull’american way of life. Tuttavia, è innegabile che molti dei film costruiti per sbancare il botteghino, in particolar modo quelli di alcuni generi, mostrino spesso dei toni propagandistici neppure troppo velati.

I thriller politici o d’azione spesso presentano la figura del presidente degli Stati Uniti in modo ieratico: di rado egli viene chiamato per nome, mentre più spesso anche i personaggi del suo entourage ne parlano con reverenziale timore, chiamandolo semplicemente come “il presidente”. Un esempio assai rappresentativo di questo particolare genere è il film del 1997 “Air Force One”, diretto da Wolgang Petersen. Qui la retorica presidenziale supera la figura del presidente, che pure è sexy e atletico (è interpretato da Harrison Ford), dal momento che uno dei protagonisti del film è l’aereo Air Force One, l’aviogetto destinato a trasportare e proteggere il presidente. Con un certo feticismo si indugia sulla descrizione e l’esaltazione delle caratteristiche dell’apparecchio, in grado di volare per migliaia di chilometri, dotato di ogni sorta di lusso e di protezione. Il film inizia e si conclude con un trionfo del presidente, che dunque è presentato monoliticamente come un personaggio eroico del tutto positivo. Come abbiamo detto prima per Tacito, anche qui ogni critica agli Stati Uniti è da escludersi.

Eppure il villainil cattivo del film, critica l’imperialismo a stelle e strisce in modo non meno violento di quanto aveva fatto Calgaco con i Romani. Gary Oldman interpreta Igor Korshunov, un terrorista russo – la guerra fredda è finita ma i cattivi son sempre loro – che intende prendere in ostaggio il presidente statunitense per chiedere la liberazione di un leader politico, il quale è stato incarcerato dal governo filoamericano della Russia. Sequestrata la famiglia del presidente (la scena incarna alla perfezione i valori della famiglia perbene americana, con tanto di incantevole figliola adolescente e first lady ardita quanto le più temerarie donne spartane), il terrorista viene etichettato dalla moglie del presidente come un assassino, dopo avere in effetti ucciso uno degli ostaggi presenti a bordo dell’aereo. A questa accusa egli risponde per le rime, come si evince dal dialogo fra i due personaggi:

            Korshunov: “So che cosa pensa, first lady: mi vuole morto. Beh, potrebbe capitare, in guerra la gente muore”.
            First Lady. “Questa non è una guerra! Lei ha ammazzato una povera ragazza disarmata”.
          Korshunov. “Lei che ha ucciso centomila iracheni per risparmiare un nichelino su un gallone di benzina viene a fare a me la predica sulle regole della guerra?

Poco dopo anche il presidente, sinora sfuggito ai terroristi, viene catturato e pestato. Korshunov punta una pistola alla tempia di Harrison Ford e si domanda come sia possibile che il presidente degli Stati Uniti non sia in grado di far liberare un prigioniero, non rinunciando a dire la sua sul ruolo esercitato dal presidente degli Stati Uniti:

Korshunov: “L’uomo più potente della terra e ad un tratto ci sono cose che non puoi fare? È davvero curioso […]. Petrov [il presidente filoamericano della Russia] è come un cane, fa quello che gli dici tu! Digli di fare questo”.

E ancora:

Korshunov: “Questa infezione, che chiami libertà… senza senso, senza scopo. Hai consegnato il mio paese ai criminali e alle prostitute”.

Queste critiche, benché condensate in poche battute e messe in bocca al cattivo del film, non sono affatto banali: molti critici del capitalismo e dell’imperialismo statunitense hanno lanciato e continuano a lanciare accuse simili, non senza quelle valide argomentazioni che chiaramente non si addicono al personaggio interpretato da Gary Oldman.

Perché Tacito, un senatore assai vicino a Traiano, fa parlare così esplicitamente Calgaco dell’imperialismo romano, conscio del fatto che quelle accuse venivano rivolte da secoli contro Roma? Perché in un thriller hollywoodiano si allude senza remore alla prima guerra in Iraq e alla svendita della Russia post-sovietica messa in opera dagli USA e da Boris Eltsin, il loro fantoccio ubriacone? Non è questa la sede per proporre le risposte a un quesito così complesso. Prima di provare a formulare delle ipotesi fondate, sarebbe necessario condurre un’analisi più completa su questo tipo di discorsi, che al momento è inesistente. Qui abbiamo preso in considerazione nulla più che un paio d’esempi, sui quali possiamo al massimo formulare una qualche riflessione.

Rappresentare il proprio nemico forte, fiero e sfrontato è sicuramente un modo per dare maggior valore alla propria vittoria. Eppure l’impressione che ho mi induce a pensare a un altro dato. Quando Tacito scrive, l’impero è al culmine della propria potenza, così come lo è l’ideologia imperiale; egli stesso, in realtà più favorevole alla vecchia repubblica che all’impero, considera quest’ultimo come una realtà di fatto, incontrovertibile e inevitabile, con cui bisogna fare per forza i conti. Nel 1997 la guerra fredda è vinta nettamente dagli Stati Uniti, il liberismo si aggira in scioltezza per il pianeta e il grande nemico del ’900 si è ormai trasformato in un personaggio da opera buffa. In entrambi i casi, l’impero è all’apice e non ha più motivo di temere le critiche dei suoi detrattori: può permettersi addirittura di inserirle nella propria autorappresentazione.

Simone Mucci

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