Il primo editoriale de "L'Unità" firmato da Antonio Gramsci. 90 anni dopo è ancora attualeTribuno del Popolo
venerdì , 22 settembre 2017
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Il primo editoriale de “L’Unità” firmato da Antonio Gramsci. 90 anni dopo è ancora attuale

Ecco a voi un estratto del primo editoriale di Antonio Gramsci per “L’Unità” che ha appena compiuto i suoi 90 anni. Quanta attualità nella penna del comunista più famoso d’Italia!

“[...] Quali sono le prospettive che si aprono oggi ai lavoratori? Qual è la natura e la consistenza del regime fascista? Quali sono i mezzi, quali le risorse, per una opposizione efficace? Per un certo tempo i riformisti, specie dirigenti confederali hanno atteso una conversione a sinistra di Mussolini; hanno sperato nel contrasto tra i fascisti della prima e quelli dell’ultima ora; hanno contato sulle pressioni degli industriali… intelligenti contro le «esagerazioni» del regime. Oggi ancora tutta la loro attenzione, tutte le loro speranze sono rivolte alla opposizione costituzionale, dalle cui file sperano di veder saltare fuori il cavaliere senza macchia e senza paura, che giunga a rompere l’incanto, a strappare i denti del drago fascista ed a togliere dall’orrido carcere la giovinetta libertà che vi sta piuttosto malconcia.

Una tale speranza e la politica che se ne ispira, lungi dall’essere un modello di avvedutezza o di abilità politica, dimostrano il totale disorientamento dei socialisti, l’assenza in loro di ogni fiducia nel movimento operaio. Essi si aggrappano alla corrente borghese e democratica perché i consensi delle masse sono venuti loro a mancar. Oggi la classe lavoratrice ha scarsa possibilità di muoversi e di riunirsi: il lavorare con essa e per essa implica grandi difficoltà, metodi nuovi di lavoro, e l’abbandono di tutte le abitudini di comodità e di parassitismo che i facili successi del passato avevano nutrito. Raggruppare dieci operai in una sezione politica, centro in un sindacato richiede oggi un dispendio di energie morali che i dirigenti socialisti sono ben lungi dall’aver accumulato. 

Essi sono ancora oggi per la soluzione più facile, quella che permette di continuare il gioco ristretto a cui hanno per trent’anni affidata la loro fortuna e perciò hanno spostato il campo della loro azione verso i fraticelli meno calpestati, della democrazia e della costituzione.

Noi crediamo invece che la lotta di classe, la lotta cioè del proletariato contro i capitalisti, sia la sola capace di battere in pieno il fascismo. È perfettamente vero che la cosiddetta fraseologia del fascismo, o meglio le varie forme che sono state inalberate volta a volta dal fascismo, riecheggiano di affermazioni e principi che furono in altre situazioni, adoperati nelle lotta contro le classi dominanti. Ma ciò non fa che confermarne da un lato l’incapacità assoluta della piccola borghesia a darsi una dottrina peculiare ed omogenea, dall’altra la sua incapacità a portare a termine da sola uno Stato. [...]

Per lottare contro il fascismo la strategia più intelligente è quella che costituisce i suoi piani, che cerca le sue risorse unicamente nelle classi lavoratrice, che non permetterà manovre molto brillanti, ma porterà dei risultati positivi.
Come raggiungere lo scopo di mobilitare gli operai e i contadini in una unione di difesa dei loro interessi politici ed economici? Noi pensiamo che i margini dell’azione possibile siano ancora abbastanza ampi. Occorre soltanto sapere adattare la forma di resistenza e di lotta alla situazione. La tattica del fronte unico degli operai e dei contadini che noi ardentemente propugniamo, può creare nuove possibilità. Già a tale scopo mirava il programma delle sinistre sindacali che può essere utilmente ripreso e rinnovato! Se i sindacati di mestiere sono immobilizzati dal terrorismo fascista, dalla complice passività dei dirigenti confederali, dalla vecchia e nuova tutela prefettizia, essi possono rispondere col rifugiarsi nelle fabbriche, nelle aziende. Le fabbriche devono diventare i fortilizi del sindacalismo rosso, i fortilizi che il fascismo non potrà incendiare e dove il manganello ed i «decreti» devono arrestarsi davanti al blocco dell’operaio e delle sue macchine, strumenti insopprimibili della produzione.

La politica interna del fascismo offrirà al fronte unico operaio occasioni frequenti di agitazione e di lotte sul terreno concreto degli interessi della classe proletaria. Dalla applicazione del decreto per il lavoro straordinario, alla disoccupazione, dai gravami sui consumi, alla libera contrattazione degli affitti, dalle falcidie dei salari, al sabotaggio delle previdenze sociali; tutti i momenti della vita degli operai e dei contadini hanno subito il contraccolpo dell’offensiva capitalista. Piantando le sue radici e traendo le sue ragioni di essere nelle condizioni stesse di esistenza dei lavoratori, l’azione politica e sindacale per cui si attuerà il fronte unico non accorcerà il suo respiro, né limiterà i propri orizzonti…

Nella situazione italiana odierna le lotte ingaggiate per gli obiettivi più modesti impegnano a fondo, pongono ad ogni passo il problema del regime, collegano il duro travaglio delle classi italiane a quello del proletariato internazionale.
Per cui il fronte unico che si salda in tale lotta non vive alla giornata, non si spezza dopo i primi passi in comune. Quello che oggi si costruisce sta alla base del lavoro di domani, perché una stessa smina ci cresce dentro a mano a mano che si fanno i muscoli ed i nervi al duro cimento. I lavoratori italiani troveranno in esso i quadri efficienti della milizia a cui la loro coscienza di classe imperiosamente li chiama.

unity

(Antonio Gramsci, editoriale del num. 1 del quotidiano «L’Unità» 12 febbraio 1924)

[per una lettura integrale dell’articolo: http://www.senzatregua.it/?p=845]

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