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venerdì , 15 dicembre 2017
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Il problema è la crescita. Non il debito

Pare che nelle filiali delle grandi banche molti dirigenti stiano annullando prenotazioni e biglietti aerei. E anche i parlamentari e ministri siano pronti a passare un caldo agosto a Roma, inseguendo la débâcle dei mercati.

Tratto da www.left.it

L’aria che si respira è da ultimi giorni dell’Impero romano: lo spread che ha superato il livello che nel novembre del 2011 aveva portato alla caduta del governo Berlusconi, mentre in Spagna la crisi finanziaria è diventata sociale e la protesta ha riempito le piazze. Eppure Roma e Madrid hanno seguito pedissequamente le indicazioni provenienti da Bruxelles, dal Fondo monetario internazionale, dalla Bce. Il governo Monti è nato proprio per questo: ridare credibilità al Paese, somministrare l’amara medicina dell’austerity e dell’aggiustamento dei conti pubblici, senza la quale il Paese sarebbe stato destinato al default. Ora ci si accorge che è proprio quella medicina ad affossare il Paese. Perché il problema europeo non proviene dai bilanci statali “allegri” della sponda mediterranea. L’Italia e la Spagna non sono malate di debito, ma di crescita. Altrimenti non si capirebbe come mai Madrid, che ha un debito pubblico pari appena al 72 per cento del Pil, inferiore a quello tedesco, sia costretta a pagare interessi più alti rispetto a Roma, dove il debito pubblico è del 123 per cento. Dopo 9 mesi di tagli, manovre restrittive, colpi al welfare, l’Italia perde il 2 per cento del Pil. Le previsioni per il 2013 sono ancora di recessione. Buona parte di questa recessione deriva proprio dalle misure messe in campo per “salvare” il Paese, prima da Tremonti, poi da Monti. Ogni euro sottratto alla spesa pubblica, ogni euro di tassa in più, impegnate per centrare il pareggio di bilancio e ridurre il debito, sono soldi sottratti alla crescita economica. A meno che non si creda che il “mercato” rimetterà tutto a posto, a lungo termine. Ma nel lungo termine, diceva argutamente Keynes, saremo tutti morti. L’austerity, insomma, non risolve la crisi. La aggrava. Proprio su questo si concentrano le mire dei mercati internazionali. La scommessa non è sul debito, ma sulla mancata crescita. D’altronde, chi investirebbe i propri risparmi in un’azienda che sta riducendo il suo fatturato, licenzia i dipendenti e non investe in nuovi prodotti? Il Parlamento italiano ha appena approvato il fiscal compact, un trattato europeo che di questa teoria suicida dei “conti a posto” a tutti i costi è un concentrato ideologico (non a caso fu firmato da Merkel, Sarkozy e Berlusconi). Pareggio di bilancio entro il 2015, e da allora una riduzione del debito pubblico eccedente il 60 per cento al ritmo forzato di un ventesimo l’anno, per vent’anni. Per l’Italia equivarrebbe a tagliare da qui al 2035 qualcosa come 40 miliardi di euro l’anno di spesa pubblica. Cioè chiudere scuole e ospedali, licenziare centinaia di migliaia di dipendenti pubblici, abbandonare qualsiasi idea di politica industriale. Eppure sul fiscal compact il dibattito nel Paese è stato inesistente. Si dirà: era una tassa da pagare alla Germania, per spingerla – dimostrando di saper fare i “compiti a casa” – a investire sul fondo Salva Stati. Ma anche il salvagente immaginato nel vertice di Bruxelles di fine giugno, semmai diventerà attivo superando i veti tedeschi e finlandesi, sarà sottoposto a ulteriori misure di austerity. È un circolo vizioso da cui sembra impossibile uscire. Ma la crisi non è una catastrofe naturale. Dipende da precise scelte politiche ed economiche. Sbagliate, distruttive, eppure ancora egemoni in Europa. E anche in Italia.

Manuele Bonaccorsi

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