Il salario minimo, ovvero sulla fine del ‘900 operaioTribuno del Popolo
giovedì , 19 gennaio 2017
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Il salario minimo, ovvero sulla fine del ‘900 operaio

Il salario minimo, ovvero sulla fine del ‘900 operaio

Nulla sembra fermare il governo Renzi. L’avanzata trionfale del premier raccoglie consensi in Europa e successi in Italia, ma dietro le sue velleità e presunte idealità si nascondono, come spesso accade, faccende “umane, ahi troppo umane”. 

Fonte: Oltremedianews

La tagliente somiglianza tra il “non ci curiamo di associazioni e categorie, ma solo delle famiglie” di Renzi e il  tanto celebre quanto stridente motto della Tatcher secondo cui non esisterebbe alcuna società civile, ma solo uomini, donne e famiglie, ha fatto saltare i più fortunati dalla poltrona, i meno pretenziosi dalle loro sedie in legno e i più sfortunati, che non posseggono né l’una né l’altra, da qualsiasi altra cosa su cui si trovassero scomodamente seduti in quel momento. A dire il vero non si sono verificati veri e propri salti e, bene che possa essere andata, si sarà trattato al più di qualche pugno sbattuto sul tavolo, di un sopracciglio inarcato, di un occhio levato al cielo e di qualche borbottio sommesso o, ancora più verosimilmente, di una sonora indifferenza.

Spaccati familiari a parte, quel che stupisce e impressiona della voracità politica dell’ex ciellino è il puzzo di rancido e di stantio delle sue proposte in materia economica. Sul resto dell’operato, su cui ci sarebbero molti spaccati familiari da raccontare, lasciamo che indaghi qualche altra domenica tematica.

Capita dunque che, dopo gli ambitissimi 80 euro aggiuntivi nelle buste paga dei dipendenti con stipendi lordi inferiori ai 1500 euro mensili, il governo abbia anche ventilato l’istituzione di un salario minimo nazionale che, se disatteso, comporterebbe l’arresto del principale, la puntuta osservazione di qualche giornalaio (non ce ne voglia la rispettabile categoria per il paragone politically incorrect), un paio di miserere televisivi del fuorilegge in questione e una qualche bella sintesi benpensante e conciliante a coprire il tutto con il manto tanto ipocrita quanto impermeabile di chi parla ex cathedra.

Sperando che il lettore sia abbastanza fortunato da sedere in poltrona, potrebbe essere opportuno spendere noi due parole ed egli due minuti sulla ratio politica dell’istituto. Al lettore che legge da una seduta di fortuna chiediamo invece scusa per averlo costretto ad altre due righe di scomodità. Ad entrambi, infine, ci permettiamo di ricordare che la tesi secondo cui l’adozione del salario minimo sarebbe necessaria per adeguarsi al resto d’Europa, dove l’istituto vige già da tempo, risulta molto più problematica di quanto non siamo soliti ascoltare.

Come lascia intendere la nomenclatura, il salario minimo garantito è un’istituzione volta a stabilire un pavimento minimoal di sotto del quale non possa scendere la retribuzione di un dipendente. I fautori di tale provvedimento sostengono, talvolta con espressioni argute e statistiche persino convincenti, che l’introduzione di un salario minimo sarebbe in grado di ridimensionare rapidamente i numeri sul lavoro in nero, di sconfiggere situazioni di lavoro degradante e a cottimo  in casa propria – questo privilegio lo si lascia con eleganza noncurante ai Paesi non atlantici -  e persino di risollevare la domanda interna di consumi e investimenti.

Percepiamo la trepidazione impaziente del lettore, dunque veniamo al punto. Dando uno sguardo al resto d’Europa, dove si passa dagli 1,04€ orari della Bulgaria agli 11,10€ del Lussemburgo, sembra verosimile pensare che l’Italia possa attestarsi attorno ai 4€ all’ora sulla lunghezza d’onda di Spagna, Portogallo e Grecia. Attualmente, essendo il salario medio italiano di 19.750 euro annuali (dati del Tesoro), il salario orario è di circa 9 euro all’ora, mentre secondo altre statistiche esso si aggira attorno agli 8€. Tuttavia in questa sede, pur non trascurando l’importanza cruciale dei metodi di valutazione, degli intervalli di confidenza e di altri indici statistici, possiamo limitarci a considerare solo la letteratura essenziale sull’argomento. Uno studio, condotto sulla base dell’indice di Kaitz (i più curiosi sbircino tra le note) tra il 2007 ed il 2009, conferma quello che già si può evincere con pochi calcoli forse semplicistici, ma che riescono a tratteggiare una situazione abbastanza chiara: nel nostro paese l’introduzione del salario minimo legale abbasserebbe la media salariale nazionale. Oltre a ciò, il suddetto studio evidenzia che i paesi in cui vige la retribuzione minima legale  hanno soglie salariali inferiori a quelli che adottano la contrattazione collettiva sindacale.

A proposito di sindacati, è bene ricordare che il salario minimo garantito ne stronca, se non de iure sicuramente de facto, la legittimazione svuotandone ulteriormente il ruolo. Che i sindacati italiani, almeno i tre maggiori, non siano esattamente il massimo della combattività è un dato tanto noto quanto lo è la matrice corporativistica che spesso ne orienta l’operato, ma la soluzione non può essere la loro estromissione dal gioco. L’Eurostat, inoltre, che non ci risulta essere uno strumento al soldo di pericolosi anarchici, ha rilevato che il salario minimo non è in grado di per sé di risolvere il problema della disoccupazione e conseguentemente, di risollevare la domanda interna per far ripartire la produzione (non esiste cioè una correlazione positiva o negativa univoca tra salari minimi garantiti e tasso di disoccupazione).

Esulando dalla pur ineluttabile importanza del dato, dovrebbe essere chiaro le proposte di salario minimo si innestano alla perfezione nei reflussi liberisti che si tenta disperatamente di tenere insieme. Abbattere i corpi intermedi tra società e governo non fa altro che rendere sempre più irta una piramide già molto fragile a livello politico e la sistematica decostruzione delle istituzioni novecentesche nate dal compromesso tra lotte operaie ed egemonia capitalista rischia di acuire il disagio di uomini, donne e famiglie.

Fissazione dei salari ad un livello mediamente inferiore, riduzione del potere contrattuale ed effetti ambigui sull’occupazione e sulla produzione. Oltretutto questo scenario sarà accompagnato, a decorrere dal prossimo anno, dagli effetti devastanti del Fiscal Compact sul deficit pubblico e sui servizi sociali. Cari lettori, comodi o scomodi che siate, caro Renzi, cari tutti: la resilienza è una virtù di pochi materiali, non delle persone. Speriamo di non dover arrivare al punto di poterlo constatare guardando fuori dalle nostre finestre.

 Fabrizio Leone

Riferimenti:

-http://www.lastampa.it/2014/03/26/economia/il-reddito-medio-degli-italiani-sale-a-quota-euro-JDrbhs5xDFKNdpeQmt58cK/pagina.html

-http://www.internazionale.it/news/lavoro/2014/04/18/il-salario-minimo-in-europa-in-un-grafico/

-http://www.lavoce.info/quanti-lavoratori-senza-salario-minimo/

-http://www.uilcaserta.it/news/2013/per%20sap%2034%20Il%20salario%20minimo%20in%20Europa.pdf

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