Il socialismo indiretto e il fallimento della socialdemocrazia europea. Parte I | Tribuno del PopoloTribuno del Popolo
giovedì , 30 marzo 2017
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Il socialismo indiretto e il fallimento della socialdemocrazia europea. Parte I

Quel particolare periodo compreso tra il 1945 e il 1991 che ha visto i cittadini europei vedere aumentare i loro diritti  che oggi diamo per acquisiti e scontati potrebbe essere tranquillamente definito di “socialismo indiretto”, intendendo le conquiste sociali e individuali di quel tempo come esito “indiretto” della semplice esistenza del socialismo reale che induceva il campo occidentale a fare concessioni per evitare di soccombere nella lotta ideologica. Oggi che il socialismo reale non esiste più i diritti conquistati si sciolgono come neve al sole d’estate, sancendo così il fallimento storico della socialdemocrazia e di ogni tentativo di riformismo. Eccovi la prima parte…

Tra il 1945 e il 1991, e questo è abbastanza chiaro e dimostrabile, in Europa le masse di cittadini hanno visto dopo la fine dell’angosciante carnaio della Seconda Guerra Mondiale un netto e progressivo miglioramento del proprio tenore di vita ma anche dei propri diritti sociali e individuali. Questo si è visto con particolar forza in Italia dove la dissoluzione del fascismo portò a un fervore e a un entusiasmo che si tradussero in una Costituzione avanzatissima ma anche in considerevoli passi in avanti per quanto riguarda la democrazia e le libertà individuali e politiche. Quello che in molti oggi faticano a vedere, vuoi per interesse, vuoi per miopia,  è che a partire dal 1945 l’Europa passò dai fascismi (sul finire degli anni Trenta in Europa c’erano la Germania nazista, l’Italia fascista, diversi regimi satelliti in Est Europa, il fascismo dell’Estado Novo in Portogallo, Francisco Franco in Spagna) a un sistema apparentemente democratico (anche se in Portogallo e Spagna il fascismo sopravvisse, sopportato e tollerato in chiave anticomunista) che ora aveva come suo grande nemico il “comunismo”. All’epoca il comunismo veniva percepito dal capitalismo come una reale minaccia in quanto con la distruzione del folle progetto egemonico del Terzo Reich l’Europa rimaneva esposta alla marea montante del socialismo con masse enormi di persone che cominciavano a vedere nell’Armata Rossa la promessa di un mondo del futuro di giustizia e uguaglianza.

Tutta questa non è retorica in quanto all’epoca erano gli stessi americani a tessere le lodi di Stalin e dell’Unione Sovietica, ancor più che senza Stalingrado e Kursk non ci sarebbe stato probabilmente alcun collasso della macchina bellica nazifascista. Con oltre venti milioni di morti, un paese ridotto all’osso e con le infrastrutture distrutte, l’Unione Sovietica ha de facto liberato l’Europa, non da sola certo, ma negare che il suo contributo alla Liberazione sia stato determinante significherebbe mancare di rispetto nei confronti della storia e dei fatti. I partigiani infatti piaccia o meno si richiamavano proprio all’Unione Sovietica e non guasterebbe ricordare che su Stalin (non ci interessa qui riabilitare o difendere Stalin ma parlare del giudizio che diedero di lui e dell’Urss personaggi importanti per il discorso che porteremo avanti ) fu lo stesso De Gasperi a dichiarare in occasione del discorso tenuto al teatro Brancaccio all’indomani della Liberazione di Roma nel 1944:

“…Mi riferirò adesso anche all’esperimento russo. Con ciò non voglio menomamente diminuire il merito immenso, storico, secolare delle armate organizzate dal genio di Giuseppe Stalin. Lo riconosco questo merito e ho fiducia, ho speranza, che dal concorso delle forze operaie russe e delle forze occidentali, nasca un nuovo mondo. Bisogna però che c’intendiamo su parecchie questioni importanti e pregiudiziali. E’ stato scritto da parte autorevole comunista che “l’Unione delle repubbliche sovietiche è la prefigurazione vivente della futura unione dei popoli stretti in una economia mondiale unica”. E sia. C’è qualche cosa di immensamente simpatico, qualche cosa di immensamente suggestivo in questa tendenza universalistica del comunismo russo. Quando vedo che mentre Hitler e Mussolini perseguitavano degli uomini per la loro razza, e inventavano quella spaventosa legislazione antiebraica che conosciamo e vedo contemporaneamente i russi composti di 160 razze cercare la fusione di queste razze superando le diversità esistenti fra l’Asia e l’Europa, questo tentativo, questo sforzo verso l’unificazione del consorzio umano, lasciatemi dire: questo è cristiano, questo è eminentemente universalistico nel senso del cattolicesimo….” [De Gasperi, fonte http://www.storiadc.it/doc/1944_brancaccio_degasperi.html]

Chiaramente ci rendiamo conto della facile critica che si potrebbe fare a questo punto, ovvero sostenere a ragione che si fosse trattato di frasi di circostanza pronunciate quando la guerra non era ancora finita il 23 luglio del 1944, e infatti il fascismo di Salò assieme ai nazisti tedeschi avrebbero continuato a disseminare morte per quasi un anno in tutto il Nord Italia. Con il fascismo ancora in vita persino il “perfido Stalin” (peraltro potrebbe giovare per avere un quadro più completo della vicenda dare un’occhiata all’opera di Losurdo: “Stalin, Storia e critica di una leggenda Nera(1) diventava un valido alleato per Churchill, Roosvelt  e per tutti coloro che stavano combattendo contro Hitler. In particolare sui rapporti tra Roosvelt e Stalin, e quindi tra Usa e Urss potrebbe essere interessante il lavoro di Susan Butler, “Roosevelt and Stalin: Portrait of a Partnership”(2), un libro davvero lumeggiante che parla anche dei dettagli dei rapporti tra i due uomini più potenti dell’epoca che cominciavano a disegnare il futuro del mondo combattendo Hitler. Butler in particolare ha spiegato come Stalin fosse in realtà da considerarsi una personalità ben più complessa di quanto ci si aspetti, e infatti la storica ha esplorato ogni connessione tra i due uomini, non a caso è stata anche l’autrice del libro “My Dear Mr. Stalin: The Complete Correspondence of FDR and Joseph V. Stalin”. Citiamo tutto questo perchè la Butler ha analizzato i rapporti tra i due uomini nel corso delle conferenze di Teheran del 1943 e di Yalta del 1945, evidenziando come i diversi presidenti coinvolti avessero anche diversi obiettivi da realizzare. Roosvelt ovviamente voleva la creazione delle Nazioni Unite per rafforzare il processo di pacificazione post-bellico mentre Churchill guardava non alla democrazia come una vulgata ideologica vorrebbe farci credere, ma tendenzialmente a conservare lo sterminato e predatorio impero coloniale britannico. Stalin a sua volta vedeva nella Germania un rischio strategico costante per l’Urss e voleva assicurarsi di eliminarne per sempre la minaccia, un obiettivo questo non in contrasto con quelli di Roosvelt.

Confondere Roosvelt con Truman sarebbe infatti un grosso errore in quanto Roosvelt collaborò attivamente con l’Unione Sovietica e probabilmente pensava davvero che Mosca fosse un alleato contro il nazifascismo. Il suo successore, Harry Truman, ebbe a dichiarare nel 1941 circa la guerra che era esplosa nel cuore dell’Europa: “Se noi constatiamo che la Geramania sta vincendo, noi dobbiamo aiutare la Russia, e se la Russia sta vincendo, noi dobbiamo aiutare la Germania, e lasciare che si ammazzino tra di loro il più possibile(3). Questa frase la dice davvero lunga sul cambiamento che si ebbe a determinarsi con la prematura morte di Frankie Delano Roosvelt e l’avvento di Truman, un cambiamento che ebbe a estrinsecarsi solo pochi mesi dopo con il doppio bombardamento atomico del Giappone. Truman quindi possiamo dire che ri-orientò la politica estera americana probabilmente rimanendo fedele a quella frase succitata pronunciata nel 1941, non a caso una volta ottenuta la resa di Hitler (e forse anche qualche mese prima) l’obiettivo primario degli Stati Uniti divenne arginare il comunismo con ogni mezzo possibile. Non a caso anche il lancio delle bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki potrebbe venire interpretato come un messaggio molto chiaro inviato a Stalin e all’Unione Sovietica da parte dell’amministrazione Truman, che considerava il comunismo alla stessa stregua del nazismo se non peggio.

La conflittualità tra capitalismo e comunismo che abbiamo imparato a dare per scontata nel corso del XX secolo dunque non era scontata a priori, chissà come sarebbe cambiato il mondo se al posto di Truman ci fosse stato Roosvelt a decidere l’assetto futuro del mondo. Quello che però vorremmo qui sottolineare è come la narrazione successiva a questo momento, il 1945, sia stata fortemente viziata dalla propaganda della Guerra Fredda, che ha sostanzialmente ricostruito una verità per certi versi su “misura”, atta quindi a spiegare il ri-orientamento della politica estera americana. Facendo una provocazione (ma neanche tanto) si potrebbe dire che la politica estera americana del XX secolo è stata alleata del comunismo per due o forse tre anni e in compenso ha stretto alleanze con ogni movimento di estrema destra del mondo per tutto il resto del secolo e anche oltre. Non solo, occorrerebbe anche approfondire la storia precedente allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, ricordando ad esempio come il Telegraph abbia pubblicato un articolo (4) nel quale, prendendo in analisi documenti desecretati dopo 70 anni si sosteneva come Stalin avesse cercato in tutti i modi di realizzare una alleanza antifascista e antinazista con Londra e Parigi, ma inglesi e francesi rifiutarono, portando poi alla successiva decisione dell’entourage sovietico di firmare il patto di non aggressione “Molotov-Ribbentropp”. Tutto questo incrina le accuse storiche formulate nel corso dei decenni contro l’Urss, accusata di essersi alleata con Hitler per affinità ideologiche, e semmai ribalta l’assunto, dimostrando come le “democrazie europee”, ovvero le potenze coloniali Inghilterra e Francia, avessero tentato in tutti i modi di mettere la Germania contro l’Urss, forse condividendo l’augurio di Truman. Come ha scritto un sensazionale Eric Hobsbawn nel suo capolavoro “Il Secolo Breve” (5) infatti: “Solo la temporanea e insolita alleanza del capitalismo liberale e del comunismo, che si coalizzarono per autodifesa contro la sfida del fascismo, salvò la democrazia; infatti la vittoria sulla Germania hitleriana fu ottenuta, e poteva soltanto essere ottenuta, dall’Armata Rossa” (Secolo Breve p.19)

Tutto questo ci riporta al punto di partenza, a quel 1945 fatidico che abbiamo individuato come cesura. La premessa sin qui portata avanti serve a far capire quale fosse il contesto internazionale dell’epoca e quali fossero i rapporti di forza. L’Europa nel 1945 divenne parte del campo capitalistico sotto la guida egemonica degli Stati Uniti, ed è ampiamente dimostrabile come di fronte all’emergere del “nuovo nemico” rosso, tale campo si sia organizzato per portare avanti e vincere la Guerra Fredda contro il campo avverso del socialismo reale incarnato appunto dall’Unione Sovietica. Nel secondo Dopoguerra infatti bisogna ricordare come soprattutto nell’Europa Occidentale il comunismo stesse guadagnando consensi tra la popolazione; basti ricordare che il Partito Comunista Italiano vide aumentare esponenzialmente i propri iscritti passando dai 500.000 iscritti del 1944 al 1.700.000 del 1945 (6). C’era quindi un reale pericolo per il “capitalismo” che le masse deprivate dalla guerra e da anni di privazioni guardassero infine verso il socialismo reale che all’epoca era realmente visto soprattutto in Nord Italia come un alleato rassicurante, ancor più che i comunisti delle Brigate Garibaldi responsabili della Resistenza rappresentavano più del 60% dei partigiani combattenti. Inutile in questa sede ripercorrere le vicissitudini successive a quel periodo, ad esempio l’attentato di Togliatti, le scelte della dirigenza del Pci etc., quel che qui ci interessa prendere in esame è come nei decenni successivi per la prima volta nella storia europea milioni e milioni di cittadini hanno conseguito significativi progressi nel campo dei diritti sociali e individuali.

Tutto questo secondo la storiografia tradizionale è stato attribuito al Boom post-bellico, all’entusiasmo dopo la guerra, al piano Marshall e alla voglia di libertà delle masse, e i successi dell’Europa con l’innalzamento del livello medio di benessere generale sono serviti alla propaganda della Guerra Fredda per dimostrare come il campo occidentale fosse meglio sotto tutti gli aspetti rispetto al “comunismo”. Tutto questo è senz’altro vero nella misura in cui in Europa si è effettivamente assistito a un progresso delle condizioni di vita generali e a un progresso ancora più marcato nell’ambito dei diritti e delle libertà personali e sociali, ma tali diritti non sono stati affatto un frutto naturale del sistema capitalistico. Ancora una volta è Hobsbawn a spiegare in modo semplice ed efficace il concetto (7):

“…Senza la vittoria sovietica, oggi il mondo occidentale (al di fuori degli USA) sarebbe governato da una serie di regimi di stampo fascista e autoritario invece che da democrazie liberali e parlamentari. E’ un’ironia della storia di questo strano secolo (il Novecento ndr) che il risultato più duraturo della Rivoluzione d’Ottobre, il cui obiettivo era il rovesciamento del capitalismo su scala planetaria, sia stato quello di salvare i propri nemici, sia nella guerra, con la vittoria militare sulle armate hitleriane, sia nella pace, procurando al capitalismo dopo la seconda guerra mondiale l’incentivo e la paura che lo portarono ad autoriformarsi: infatti, il capitalismo trasse dai principi dell’economia pianificata dei regimi socialisti , allora assai popolari, alcuni metodi per una riforma interna” (E.Hobsbawn, Secolo Breve pp.19-20).

Il grande marxista britannico è stato il primo studioso a chiedersi compiutamente che cosa abbia originato l’Età dell’Oro del capitalismo nel Secondo Dopoguerra, e lo ha fatto in modo mirabile e sistematico parlando di quel periodo eccezionale come della più “rapida e fondamentale trasformazione che la storia ricordi“. Inoltre occorre anche ricordare come solamente nella metà degli anni Sessanta si andò delineando la superiorità economica del campo capitalistico perchè fin a quel momento socialismo e capitalismo si affrontava su un piano di sostanziale parità. Eppure a credere che il socialismo avrebbe un giorno sopravanzato il capitalismo non erano solo sparuti intellettuali comunisti ma anche personaggi autorevoli del campo Occidentale che davvero temevano che prima o dopo sarebbe avvenuto il “sorpasso”. All’epoca insomma gli Stati Uniti non pensavano affatto che il capitalismo fosse migliore del socialismo, semplicemente parteggiavano per il primo e fecero di tutto per farlo trionfare nella lotta ideologica con il secondo. Non è dunque casuale che la caduta dell’Unione Sovietica non abbia significato la “Fine della Storia” auspicata da alcuni personaggi come Fukuyama, ma semmai una crisi mondiale su larga scala che sta producendo guerre, crisi umanitarie, disoccupazione e perdita di diritti su scala globale. Ancora una volta in questo senso è impossibile prescindere dalle parole di Hobsbawn: “Il crollo dei regimi comunisti dall’Istria a Vladivostok non ha solo prodotto incertezza politica, instabilità, caos e guerra civile su un’area enorme del pianeta, ma ha anche distrutto il sistema che aveva stabilizzato le relazioni internazionali negli ultimi quartant’anni”.  (8)( Hobsbawn Secolo breve, pp.22). Anzi Hobsbawn dall’altro del suo intuito suggeriva che con la caduta dell’Unione Sovietica sia caduto anche un certo capitalismo, quello che nel bene o nel male aveva proceduto nel corso del XX secolo, seppure a strattoni, verso il progresso. E questo avveniva proprio perchè l’esistenza del comunismo induceva il capitalismo a riformarsi continuamente, cercando un equilibrio che ha permesso agli europei di conquistare il benessere e la crescita economica.

Potremmo quindi definire questo processo peculiare come “socialismo indiretto” in quanto i paesi capitalistici europei hanno sostanzialmente innervato il loro sistema economico con aspetti tipici del socialismo reale. Questo connubio ha permesso di trovare l’equilibrio succitato, che con la caduta del socialismo è venuto profondamente meno lasciando un mondo in crisi di valori e di identità. Con la caduta del socialismo reale infatti si è colto l’occasione da parte di quei ceti sociali che sono stati svantaggiati nel corso del  XX secolo di riemergere per affermare i propri privilegi senza più trovare alcun ostacolo al dispiegamento dei propri obiettivi. Ogni fiducia nelle potenzialità umane, nella scienza, nel progresso e nella tecnica è venuta meno, a ben pensarci, proprio con il crollo del socialismo reale, e questo infatti ha portato alla sostituzione di una visione “scientifica” del progresso con una visione “individualistico-edonistica” che ormai sta pericolosamente scivolando nel campo del totalitarismo. Come ha sottolineato il sempre ottimo Luciano Canfora in “Critica alla retorica democratica(9) infatti, viviamo ormai in un mondo che ha distorto al punto il concetto di “democrazia” da aver creato un “fondamentalismo democratico” (il termine è di Garcìa Marquez), ovvero una vera e propria ideologia che interpreta se stessa come l’unica e la migliore del mondo. Canfora infatti dichiarava sull’argomento: “Uno dei retaggi più disgustosi della propaganda profusa al tempo della Guerra Fredda è il fondamentalismo democratico. L’espressione [...] indica l’arrogante uso di una parola (democrazia) che nel suo attuale esito racchiude e copre il contrario di ciò che etimologicamente esprime; e, insieme, l’intolleranza verso ogni altra forma di organizzazione politica che non sia il parlamentarismo, la compravendita del voto, il mercato politico“. (pp.17).

Dunque il capitalismo trionfante si è eletto unico e rappresentativo campione del concetto di “democrazia”, che viene in questo modo ancorato a un certo tipo di democrazia parlamentarista occidentale. Canfora ha avuto il merito di sottolineare la principale caratteristica del “fondamentalismo”, ovvero il ritenere che qualsiasi cosa che differisca, in questo caso dal modello parlamentare, venga considerata automaticamente come negativa, come male assoluto. La transizione da “democrazia” seppur imperfetta a fondamentalismo democratico è avvenuta sotto gli occhi di tutti al punto che in pieno XXI secolo questo fondamentalismo democratico sembra essere dispiegato in tutta la sua potenza e pervasività.  Ne abbiamo avuto validi esempi negli ultimi anni con tutta la lunga serie di guerre “democratiche ” condotte dalla Nato e dall’Occidente contro tutti coloro che per motivi differenti non facevano gli interessi economici degli Stati Uniti. Siamo di fronte a quello che possiamo definire in modo netto come “Doppio Standard”, intendendo con tale termine la tendenza a “fare due pesi e due misure” in quasi ogni ambito. Come altrimenti si potrebbe valutare il giudizio negativo dato dal governo degli Stati Uniti nei confronti di alcuni governi accusati di “totalitarismo e dittatura” quando la Casa Bianca, e l’Occidente in generale, intrattengono abitualmente ottimi rapporti con paesi come Arabia Saudita e Qatar dove i diritti umani inalienabili dell’Occidente sono lettera morta? E soprattutto, chi o cosa sembra aver emendato l’Occidente dalla colpa storica dello schiavismo, del colonialismo, dell’imperialismo e del neocolonialismo? Nessuno, siamo di fronte a una autoassoluzione dovuta solamente al peso militare ed egemonico dell’Occidente, che interpretando se stesso come il migliore dei sistemi possibili (fondamentalismo democratico), si ritiene investito della autorizzazione a colpire chiunque venga ritenuta una minaccia. Per certi versi c’è un qualcosa di ferocemente messianico e che ricorda le guerre sante vecchie e nuove in questo “fondamentalismo democratico” che porta a dividere il mondo lungo linee artefatte di “buoni” e “cattivi”.

Tutto questo ci serve per centrare l’oggetto di questo lavoro, ovvero quello che abbiamo chiamato “Socialismo Indiretto” facendo riferimento a quel peculiare sistema economico e sociale gemmato in Europa Occidentale che ha portato il capitalismo in salsa americana a rinnovarsi sulla base degli spunti del socialismo reale. Se dunque con la morte ell’Unione Sovietica è morto anche questo storico e peculiare esperimento indiretto probabilmente casuale, dobbiamo però per onestà intellettuale togliere dai meriti del capitalismo tutti quegli aspetti che ha mutuato dal campo avverso, e che quindi non gli sono propri. La dimostrazione dell’esistenza di questi aspetti e della giustezza del ragionamento, almeno dal punto di vista teorico, è che dal 1991 a oggi le condizioni dell’Occidente (ma non solo) sono peggiorate sotto tutti i punti di vista. Non solo, dal 1991 a oggi abbiamo assistito a guerre civili, instabilità globale, perdita di diritti, distruzione dello stato sociale, ritorno in pompa magna del neocolonialismo e del militarismo, ritorno della xenofobia, delle guerre di religione, della disoccupazione e quant’altro. Non a caso molti intellettuali parlano del XXI secolo come di un periodo di crisi globale anche di valori, una sorta di “nuovo Medioevo” potremmo dire, con l’individuo medio che viene portato a non credere più a nulla se non nel profitto, unico valore di questo sistema di capitalismo globalizzante e neoliberista strettamente connesso con quello di “merito” di cui parleremo più avanti e che riteniamo ugualmente “ideologico”. Non è casuale che con il crollo del sistema che esaltava certi valori si sia assistito al crollo e alla morte di quei valori, così come non è casuale che tali valori siano stati sostituiti da altri, mutuati direttamente dall’unico sistema rimasto. Il Socialismo indiretto comunque non esiste più e nemmeno potrà tornare ad esistere in quanto è venuto meno quel complesso ideologico-politico incarnato dall’Unione Sovietica che con la sua stessa esistenza rappresentava un pungolo al cambiamento e al rinnovamento reciproco dei due sistemi contrapposti.

Con il fallimento del comunismo e del socialismo reale tutta una serie di intellettuali storici della sinistra ha sostanzialmente dall’oggi al domani modificato le proprie idee, perchè di questo si sta parlando, accettando una demonizzazione de facto del proprio passato nella misura in cui poteva servire a farsi accettare nel sistema vincente. In questo senso quanto più si era distruttivi nei confronti del passato e disposti ad attuare un pervicace revisonismo, quanto più si otteneva credibilità e rispetto nel “mondo libero”. Il risultato drammatico di questa stagione è stata una totale demonizzazione del passato sovietico e non solo, anche dello stesso marxismo, ritenuto sempre più sulla scorta del pensiero anglosassone un vecchio orpello incapace e inadatto di fronteggiare le nuove sfide della realtà. Ovviamente niente di più sbagliato ancor più che studiosi recenti come l’economista Vladimiro Giacchè (10) sono riusciti invece a dimostrare come il filosofo di Treviri non solo non sia “soprassato”, ma sia anche dannatamente attuale nell’aver indicato il funzionamento del capitalismo, che in fin dei conti è rimasto per certi versi uguale a due secoli fa.

La nuova sinistra nata sul finire del XX secolo ha rinnegato il marxismo e il proprio passato finendo nella sostanza per accettare un ruolo che possiamo chiamare con una metafora lumeggiante del “poliziotto buono”, laddove il “poliziotto cattivo” è incarnato dal neoliberismo ruggente. Una sinistra che si è dunque “svuotata di se stessa” divenendo altro da sè, accettando nella sostanza di divenire la caricatura europea di quello che viene considerato “progressista” negli Stati Uniti. Una sinistra che ha come unico campo di rivendicazione la difesa dei diritti individuali e che ha rinunciato a proporre un qualsivoglia cambio sistemico, limitandosi ad additare le “cattiverie” e le “ingiustizie” senza però avere la minima idea organica di che sistema andare a costruire al posto di quello senescente che ben conosciamo.

Una “sinistra” di questo genere viene accettata di buon grado da quelli che dovrebbero essere i suoi avversari storici, questo perchè svuotandosi di ogni velleità rivoluzionaria (laddove per rivoluzione si intende un cambiamento radicale in vari campi, anche culturale) diventa organica e cooptabile, e quindi inoffensiva e perchè no,  finanziabile. Appare chiaro infatti che se il campo dell’ “opposizione” a questo sistema viene occupato da coloro che portano avanti lotte particolari e non sistemiche, a giovarne è il sistema stesso che può tranquillamente cedere su punti particolari a patto di conservare l’egemonia generale, che non è mai in discussione. Non sembra quindi casuale che ogni sinistra di classe, o comunque marxista, sia stata osteggiata in ogni modo possibile, relegata a una sorta di “paria” internazionale senza nemmeno più ottenere la dignità che invece non veniva negata, guardacaso, nel corso degli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta.

@DC

 Continua…

Fonti: 

1- D.Losurdo, “Stalin, storia e critica di  una leggenda Nera”,  Carocci editore, 2008

2- S.Butler, “Roosvelt & Stalin, Portait of a Partnership”, Knopf, 2015

3- Op.Cit. http://www.csmonitor.com/Books/Book-Reviews/2015/0305/Roosevelt-and-Stalin-details-the-surprisingly-warm-relationship-of-an-unlikely-duo

4- http://www.telegraph.co.uk/news/worldnews/europe/russia/3223834/Stalin-planned-to-send-a-million-troops-to-stop-Hitler-if-Britain-and-France-agreed-pact.html

5-E.Hobsbawn, “Il Secolo Breve”, Rizzoli, 1994.

6- http://www.partitocomunistaitaliano.blogspot.it/

7- E.Hobsbawn, op.cit., p-19-20.

8-E.Hobsbawn, op.cit. p.22.

9- L.Canfora, Critica alla retorica democratica, Laterza editori.

10-V.Giacchè,  Il ritorno del rimosso. Marx, la caduta del saggio di profitto e la crisi. Relazione al convegno “Marx e la crisi” presso l’Università di Bergamo.

 Tribuno del Popolo

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