Il Soft Power come arma di guerraTribuno del Popolo
lunedì , 23 gennaio 2017
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Il Soft Power come arma di guerra

Chi lo ha detto che utilizzare il Soft Power sia più meritorio dei vecchi metodi usati per destabilizzare un determinato paese? Gli americani oramai hanno fatto un arte dell’utilizzo del Soft Power nelle relazioni internazionali per rafforzare il proprio potere globale e realizzare un progetto unipolare. 

Prima di parlare di Soft power sarebbe prima necessario chiarire di che cosa stiamo parlando e in che misura. Per Soft Power intendiamo un termine comunemente utilizzato nelle relazioni internazionali per indicare l’abilità di uno specifico potere politico di “persuadere, convincere, attrarre e cooptare, tramite risorse intangibili quali cultura, valori e istituzioni della politica” (Joseph Nye, Soft Power, cap. I, p. 9). Appare subito chiaro come gli Stati Uniti siano i veri e propri protagonisti del Soft Power, e che lo utilizzino come una vera e propria arma di guerra per realizzare la propria visione del mondo e accrescere la propria potenza senza per questo dover per forza ricorrere alla guerra standard, e quindi all’Hard Power. L’Hard Power infatti per essere accettato dall’opinione pubblica ha bisogno di tutto un lavoro preparatorio dei mass media per convincere l’opinione pubblica, e può anche non premiare, basti pensare al fiasco americano in Vietnam. Oggi gli americani sono più furbi, sanno che mediante il Soft Power si possono far fallire stati e realizzare rivoluzioni in paesi considerati “scomodi” semplicemente utilizzando Ong  ramificate in tutto il mondo e che hanno la possibilità di modificare il modo di pensare delle persone, e loro conseguenti valutazioni. Lo schema è sempre quello, quando gli Usa per qualche motivo decidono che uno Stato sta resistendo alla propria politica di potenza mettono in atto pratiche di Soft Power mediante le quali Ong e associazioni dei diritti umani finanziate dagli americani o comunque dall’Occidente, cominciano a bombardare letteralmente di accuse il governo che si vuole distruggere. Un castello di accuse e provocazioni viene costruito e dato in pasto ai giornalisti, utilizzando il Soft Power per screditare il governo che si vuole sostituire, basti pensare solo per fare qualche esempio al ruolo giocato dalle Ong in Libia per costruire prove spesso false contro Gheddafi o in Ucraina per costruire il casus belli per fare accettare all’opinione pubblica un Golpe. Tutto questo non sorprende dal momento che fu proprio il fondatore del Soft Power, Joseph S. Nye, a sostenere negli anni Novanta che a dominare il mondo globalizzato non dovesse essere lo scontro tra civiltà ma un meccanismo di interdipendenze attraverso cui gli Usa potessero “migliorare la propria immagine internazionale e rafforzare il proprio potere, in contrapposizione all’esercizio dell’hard power“. In teoria una cosa buona si potrebbe pensare, non fosse che gli Usa non vogliono utilizzare il soft power perchè contrari alla guerra, ma semplicemente perchè in questo modo possono realizzare la tattica del divide et impera e ottenere il massimo vantaggio con il minore sforzo.

Tribuno del Popolo

 

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