Il sorpasso: come la Cina cambierà la storiaTribuno del Popolo
venerdì , 21 luglio 2017
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Il sorpasso: come la Cina cambierà la storia

Le ragione di un risultato storico e le possibili conseguenze sul piano internazionale del nuovo primato della Cina

Fonte: Marx21.it

Giorni fa, agenzie stampa, giornali e web magazines hanno dato generoso spazio alla notizia del sorpasso degli USA ad opera dell’economia della Repubblica popolare di Cina. In realtà, la questione è stata presentato alla maniera degli annunci dei risultati di una gara di Formula 1: in maniera telegrafica e, per “i non addetti ai lavori”, quasi impercettibile. E’, però, completamente lapalissiano che l’annuncio di un simile risultato merita di essere corredato da una contestualizzazione, alcuni cenni alle ragioni di questo traguardo e alcune riflessioni sulle prospettive che questo primato apre sull’orizzonte del mondo.

PER CAPIRE

Secondo un assunto, alquanto semplicistico, la Repubblica popolare cinese sarebbe divenuta, nel corso del tempo, una forma inedita di “capitalismo di stato”, una realtà economica in cui le regole del profitto e della turbopruduzione vigerebbero assolute e incontrastate. Ebbene, il suddetto pensiero cozza non poco con la realtà, per più d’un motivo. Il più vistoso motivo è rappresentato proprio dallo stato di salute in cui prospera l’economia cinese: una situazione di segno decisamente opposto rispetto all’occidente capitalistico, spolpato di una parte ingentissima della sua capacità produttiva dal 2007, anno in cui la crisi di sovraspeculazione finanziaria è esplosa ed ha palesato in proporzioni gigantesche l’enorme indebitamento che ha risucchiato via una parte consistente di economia reale.

Tutto ciò non è accaduto in Cina: le imprese: siano esse private che pubbliche non hanno dovuto ricorrere a strumenti di “finanza creativa” per mantenere intatti i livelli importanti di crescita a cui, da molti anni ormai, questo Paese fa assistere. Il rifiuto netto poi dell’adozione di una nuova moneta virtuale come il Bitcoin (avvenuto nel dicembre scorso) a cui le cronache speculative della finanza internazionale già stanno riservando ampia attenzione, permette non proseguire oltre sul tema per sufficiente chiarezza delle scelte intraprese. A gamba tesa entra in questo discorso un altro punto fermo caratterizzante e qualificante per l’economia cinese: quello della ferma presenza dello Stato in economia. Esso si slancia in un arco di campi onnicomprensivo, che tiene insieme tanto sistema bancario quanto sistema produttivo: se infatti le banche cinesi sono risultate immuni dalle sirene della finanza, se la Banca centrale cinese ha saputo ricorrere nei tempi giusti tanto a politiche monetarie espansive quanto a politiche di sterilizzazione monetaria, se il risparmio aggregato è servito a pianificare politiche di urbanizzazione ed edilizia popolare in luogo di cartolarizzazioni di mutui e subprimes a cui noi occidentali siamo stati abituati negli anni scorsi, lo si deve ad un chiaro indirizzo assunto nell’ambito delle politiche monetaria; un indirizzo che assume il chiaro segno del controllo statale sull’economia.

Stesso ragionamento vale per le imprese: l’importante presenza di realtà produttive a controllo statale ha contribuito a determinare politiche di investimento che fanno proprio il volano dell’innovazione tecnologica (esempio eloquente è rappresentato dal campo dell’Hig Tech, in cui i nuovi modelli telefonici cinesi arriveranno presto a minare, secondo recenti indagini di mercato di fonte occidentale, il primato di industrie importanti come la Apple), abbandonando in maniera sempre più tendenziale, i vantaggi della manodopera a basso costo (non a caso, si assiste da ormai diversi anni a fenomeni di delocalizzazione di aziende occidentali insediate in Cina verso l’India). Decisivo, per comprendere come questa presenza irremovibile dello Stato nelle scelte di orientamento dell’economia cinese si raccordi in ogni ambito della vita produttiva del Paese, è sottolineare che lo strumento principale di legislazione, regolazione e controllo è rappresentato dal Piano quinquennale: se non fosse stata sufficiente la trattazione su riportata a proposito delle differenze strutturali tra capitalismo occidentale ed economia cinese, il riferimento al Piano non può che palesare quanto, non solo nell’economia cinese non vi sia spazio per l’anarchia degli istinti di mercato (che hanno prodotto, in buona sostanza le miserie di questo presente) ma, di più, per mera conoscenza della storia dei sistemi economici, una forma simile di orientamento dell’economa mal si concili con lo spinto neoliberismo che si vorrebbe regnante in Cina. In effetti, la prova della estraneità della Cina rispetto ai sistemi economici capitalistici occidentali potrebbe essere proprio racchiusa in queste ultime parole: l’orientamento pubblico dell’economia non appare finalizzato al procacciamento di profitti prevalentemente privati, ma, al contrario alla ricerca del “benessere collettivo”, un concetto molto caro alla cultura orientale. L’esempio dell’alto tasso di risparmio medio sui redditi (circa il 45%), utile a finanziare le politiche di piano, potrebbe tornare utile per comprendere, in una delle diverse forme possibili, come effettivamente questa interazione tra interesse privato e interesse collettivo si manifesti.

Certo, non sono da rimuovere i numerosi squilibri che sono propri di un economia che registra tassi di crescita annuali superiori al 7% da decenni, che comprende un numero di consociati di circa 1 miliardo e 300 milioni di persone, e che considera una superficie di livello continentale. C’è da dire, ancora una volta a fine di chiarezza, che numerosi tentativi promossi, ad esempio, nel campo della legislazione del lavoro (segnatamente della contrattazione collettiva) vengono sabotati proprio dalle multinazionali e dalle Camere di commercio occidentali che, non in modo infrequente, si dimostrano piuttosto indifferenti rispetto a questi temi. Ma, proprio sottolineando questo aspetto, emerge un altro tema interessante e che sicuramente rappresenterà un punto ineludibile nei prossimi anni: quello dell’autonomizzazione dell’economia cinese da quella occidentale. Un processo, ad onor del vero, che già è in atto e dimostrato dall’aumento di una domanda interna cinese che si sposta sempre più verso la produzione nazionale.

PER CONTESTUALIZZARE

Proprio a proposito di autonomizzazione, per provare a dare un quadro attorno a cui analizzare il nuovo primato economico della Cina, non si possono omettere le ultime vicende internazionali che, in buona misura, hanno riguardato i rapporti tra Paesi occidentali e Paesi emergenti radunati nella sigla BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica): l’escalation militare a cui si è assistito negli ultimi anni, (cominciata con l’invasione in Libia e arrivata ai giorni d’oggi con il golpe ucraino) ha palesato il tentativo operato dagli USA, di eliminare la “concorrenza” internazionale attraverso o l’eliminazione di possibili nuove economie emergenti (attraverso campagne di vero e proprio colonialismo di ritorno, conseguente sfruttamento delle ricche risorse naturali su cui quell’emersione avrebbe potuto essere costruita; da questo punto di vista, le “primavere arabe” sono un degno esempio di quanto si afferma), oppure la sottrazione di partner commerciali importanti per le nuove potenze internazionali (la vicenda dell’Ucraina di queste settimane rende bene l’idea). In tutto questo, la Cina, quale Paese emergente (ma, a questo punto, sarebbe il caso di parlare di economia completamente emersa), è stata un protagonista indiscusso. Il tandem tra Russia e Cina si è particolarmente evidenziato già nella vicenda siriana, quando i due grandi Paesi dell’Est hanno opposto il loro fermo rifiuto rispetto ad una guerra che avrebbe rapidamente interessato anche l’Iran e regioni limitrofe, un rifiuto che ha assunto la forma del veto nelle riunioni del Consiglio di Sicurezza dell’ONU.

La vicenda ucraina delle ultime settimane si inserisce in un tentativo di indebolimento della Russia che è diventata, nello scenario globale, un alleato sempre più stretto della Cina, sia in campo militare che in campo economico.

La nuova leadership del Presidente Xi Jiping, sembra aver compreso appieno l’importanza del ruolo internazionale che la Repubblica popolare svolge oramai a livello mondiale ed accanto a questa consapevolezza si mantiene saldo il riferimento al marxismo-leninismo in una visione dialettica di riforma dello Stato. Sembra tuttavia interessante l’intenzione espressa, secondo fonti giornalistiche, davanti ai capi militari cinesi da parte del nuovo presidente di non “fare la fine dell’URSS”: in altre parole di combattere la rimozione del riferimento ideologico su cui la vicenda cinese si è costruita dalla metà circa del secolo scorso, cioè quella comunista. Sulla falsa riga di questa riflessione, è significativo notare come diverse altre esperienze di socialismo realizzato come quelle cubana e vietnamita, abbiano nel corso degli ultimi anni approntato riforme economiche di avvicinamento al modello economico cinese, introducendo elementi di natura privatistica nella disciplina della proprietà, tenendo fermo un ruolo di pianificazione statale. Altrettanto importante appare inoltre notare una novella sinergia ritrovata anche con esperienze rivoluzionarie latino-americane come quella Venezuelana che si è consolidata non solo in ambito commerciale ma anche in uno prettamente politico come dimostrato dall’aver inviato una cinquantina di quadri venezuelani in Cina, nel novembre scorso, per un percorso di “formazione ideologica e amministrativa”.

In sostanza sembra riprodursi una nuova polarizzazione del mondo, in forme molto diverse da quelle novecentesche, in cui, tuttavia, esperienze socialiste sono tutt’altro che residuali e probabilmente più grandi del passato.

PROSPETTIVE

E’ chiaro che con questo nuovo primato economico si ufficializza quanto gli analisti e gli osservatori più attenti avevano già colto in questi anni. La Cina è riuscita persino ad anticipare la data di previsione del sorpasso degli USA. A questo punto gli occhi sembrano fissati su una altro periodo, sistemato attorno alla metà di questo secolo, in cui il governo cinese ha individuato il traguardo di raggiungimento di una “società del benessere” che superi gli attuali squilibri in senso progressivo.

Sarà capace la Cina di stupire nuovamente e anticipare il raggiungimento anche di questo obiettivo?

Francesco Valerio della Croce

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