Il Sudafrica, 20 anni dopoTribuno del Popolo
giovedì , 23 marzo 2017
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Il Sudafrica, 20 anni dopo

Venti anni dopo la sconfitta dell’apartheid, i sudafricani si recheranno alle urne per la quinta volta, nelle elezioni generali del 7 maggio. Sceglieranno a suffragio universale il parlamento, che eleggerà poi il presidente della Repubblica.
Il Congresso Nazionale Africano (ANC), ora senza la presenza del suo leader storico Nelson Mandela ha vinto con ampio margine le quattro elezioni democratiche precedenti e continua ad essere favorito, sebbene con minor scarto, presentandosi con i suoi alleati da lunga data: il Partito Comunista Sudafricano (SACP) e la centrale sindacale Cosatu.

Anche il presidente Jacob Zuma, di 71 anni, dovrebbe essere rieletto, nonostante le critiche dell’opposizione sui cattivi risultati economici del paese, l’elevata disoccupazione, la corruzione e la disuguaglianza sociale.

Partito della lotta anti-apartheid, l’ANC risponde agli attacchi degli avversari ricordando il profondo ritardo della maggioranza della popolazione ereditato dal regime razzista e l’attuale crisi del capitalismo mondiale.

Zuma e i suoi compagni diffonderanno il manifesto elettorale dell’ANC, intitolato “Insieme faremo avanzare il Sudafrica”, con il bilancio dell’attività degli ultimi due decenni e le proposte per i prossimi cinque anni.

Oltre la vittoria sul regime razzista, la pace e la conquista della democrazia parlamentare e dei diritti per tutto il popolo, il bilancio economico e sociale, tenendo conto del punto di partenza, è impressionante: dal 1994 fino allo scoppio della crisi globale del 2008, il paese è cresciuto a un ritmo due volte superiore a quello degli ultimi 19 anni dell’apartheid.

Secondo l’ANC, dal 1994 sono stati creati cinque milioni di posti di lavoro. Nel 2012, sono entrati nelle università e si sono formati due volte più giovani che nel 1994. In questi 20 anni quasi un milione e mezzo di studenti hanno beneficiato di borse. Sono stati creati sussidi per sei milioni di disoccupati, 40% dei quali giovani. Il numero delle persone che ricevono sussidi sociali è cresciuto tre volte, raggiungendo i 16 milioni. Quasi cinquemila aziende agricole sono state trasferite a persone della maggioranza nera, a beneficio di 200.000 famiglie. Circa 3,3 milioni di case sono state costruite, a beneficio di 16 milioni di cittadini. Circa 12 milioni di abitazioni hanno oggi l’elettricità, sette milioni più che nel 1994. Circa il 92% dei sudafricani ha accesso all’acqua potabile, rispetto al 60% nel 1996.

Anche le promesse elettorali dell’ANC per i prossimi cinque anni sono ambiziose. Costruire un’economia inclusiva che crei impiego (sei milioni di posti di lavoro fino al 2019). Trasformare le aree rurali. Assicurare condizioni di vita decenti al popolo (abitazione urbana e rurale con servizi igienici, acqua, elettricità). Migliorare ed espandere l’educazione e la formazione. Garantire presidi sanitari di qualità per tutti. Allargare la sicurezza sociale. Lottare contro la corruzione e la criminalità. Rafforzare l’unità nazionale e promuovere la coesione sociale.

Un programma ambizioso ma indispensabile perché l’ANC e gli alleati raggiungano l’obiettivo di “una vita migliore per tutti” i sudafricani.

Liberali e populisti

Oltre alla triplice alleanza progressista (ANC, SACP e Cosatu) concorrono alle elezioni altri partiti di diverso orientamento politico.

La principale forza di opposizione, l’Alleanza Democratica (DA), di destra, che già governa la provincia del Capo Occidentale, aspira a raggiungere il 30% dei voti.

La sua leader, Hellen Zille, ex giornalista, ha tentato recentemente un compromesso con un nuovo partito, Agang, guidato da Mamphela Ramphele, che fu compagna di Steve Biko, assassinato nel 1977 nelle prigioni dell’apartheid. I media delle imprese guardano con simpatia all’alleanza, soprattutto per il profilo di Ramphele: istruita, donna d’affari, alta funzionaria della Banca Mondiale, difensora delle politiche liberali. Ma l’accordo è durato appena cinque giorni per divergenze insanabili tra le due donne.

Tra i piccoli partiti, come Inkatha e Congresso del Popolo, ciascuno con circa il 7% dei voti nelle elezioni del 2009, la novità è l’Economic Freedom Fighters (EFF) guidato dal populista Julius Malema.

Già ha presentato un programma elettorale, dai contorni razzisti, promettendo la “vera libertà” alla maggioranza nera. Sostiene che “i neri non sono ancora liberi”, continuano ad essere “vittime della discriminazione razziale” e percepiscono “salari da schiavi”, ragion per cui è necessario espropriare le terre “dei bianchi” e nazionalizzare le miniere. La stessa persona che è stata processata per arricchimento illecito e crimini fiscali, propone ora tribunali speciali per combattere la corruzione.

 di Carlos Lopes Pereira | da www.avante.pt

Traduzione di Marx21.it
 

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