Il "Syrian Game" ora è fuori controlloTribuno del Popolo
sabato , 25 marzo 2017
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Il “Syrian Game” ora è fuori controllo

Il “Syrian Game” torna a occupare tutte le prima pagine dei giornali. L’Occidente minaccia la guerra e i media hanno già cominciato l’operazione per giustificare un attacco contro Damasco. Ma il gioco siriano rischia di finire fuori controllo, con effetti imprevedibili per tutti. 

Gli elementi per parlare di “Syrian Game” ci sono tutti. Non si potrebbe parlare altrimenti di quello che sta succedendo da oltre due anni e mezzo in Siria, con più di 100.000 morti e almeno un milione di sfollati. Ma non solo, dopo due anni e mezzo di guerra a essere più colpite sono le infrastrutture, con i ribelli, che vengono ritenuti i “buoni” dall’opinione pubblica occidentale, che hanno reso impossibile la vita normale nelle città distruggendo i servizi sanitari, dell’istruzione, culturali. Dopo il presunto attacco chimico del 21 agosto però, le cose hanno subito una brusca accelerata, evidentemente le cancellerie occidentali erano stanche di una guerra che per i loro interessi stava, progressivamente, volgendo al peggio. Con la conquista di Qusayr avvenuta negli scorsi mesi infatti, i cosiddetti lealisti hanno conseguito un netto vantaggio sul terreno, e anche l’opinione pubblica internazionale ha cominciato a guardare con maggiore oggettività alla questione siriana, cominciando a dare notizia della presenza nel fronte eterogeneo dell’opposizione di qaedisti armati e senza scrupoli che combattono per imporre la Sharia, peraltro già imposta manu militari nei villaggi occupati dai ribelli.

La ricerca del Casus Belli-  Quando i romani prima della Seconda Guerra Punica volevano trovare un pretesto per fermare l’espansione cartaginese nel Mediterraneo decisero di trovare un “Casus Belli”, ovvero un pretesto che rendesse accettabile per l’opinione pubblica internazionale e nazionale l’intervento bellico. E’ quello di cui ha avuto bisogno la Casa Bianca per dichiarare guerra all’Iraq (omettiamo l’Afghanistan per quanto secondo noi anche l’11 settembre sia ovviamente un casus belli), ed è quello che il premio Nobel per la Pace Barack Obama sta cercando di fare in Siria. Il perchè è molto semplice, Bashar al-Assad è un alleato regionale dell’Iran, e l’Iran è l’obiettivo finale dell’espansione commerciale e militare dell’Occidente in Asia, la madre di tutti di nemici cui gli americani l’hanno giurata nel 1978 quando dovettero abbandonare lo Scià e il petrolio della Repubblica Islamica. Lo vuole Israele questo casus belli, che infatti ha provato in più di una occasione a provocare Damasco arrivando persino a lanciare missili presso una base nei sobborghi della capitale. In quel caso però nessuno nell’opinione pubblica mondiale si offese, così come nessuno si offese quando Carla Del Ponte, membro indipendente della Commissione d’Inchiesta delle Nazioni Unite in Siria,  nel maggio 2013 accertò che le armi chimiche furono usate sì, ma dai ribelli, e in più di una occasione.

Ricorderete che già un anno fa il mondo si indignò per le immagini di fosse comuni a Homs e altre località, tutte vittime addossate senza alcuna prova alle truppe di Assad, anzi agli Shabiha, le temibili milizie lealiste. Peccato che anche allora la verità venne a galla, e venne fuori che questi ribelli tanto mitizzati dall’Occidente non erano poi tanto pacifiche. Stessa cosa ora, per quale motivo la Siria avrebbe dovuto lanciare armi chimiche in un territorio dove si trovavano, al momento dell’attacco, anche soldati siriani? E soprattutto, perchè effettuarlo proprio quando gli ispettori delle Nazioni Unite erano appena arrivate a Damasco, tralaltro proprio per effettuare ricerche sul campo?

Attacco a tutti i costi- Nelle convulse ore successive al presunto attacco chimico, Damasco ha accettato l’ingresso degli ispettori in territorio siriano. Questo non è bastato alle cancellerie occidentali, ormai con la bava alla bocca di fronte alla possibilità dell’intervento militare. Francia e Inghilterra si sono mostrati i segugi più scatenati, pronti ad attaccare la Siria anche, eventualmente, senza l’appoggio dell’Onu. Secondo costoro gli ispettori dovrebbero solo appurare se l’attacco chimico sia avvenuto o no, dando per scontato a priori che sia stato Assad a ordinare l’attacco. L’Occidente semplicemente non contempla che siano stati i ribelli a perpetrare la strage, tralaltro proprio per favorire l’intervento occidentale in Siria. A nulla sono servite le immagini della tv siriana di armi chimiche e laboratori nelle mani dei ribelli, tutte “made in Saudi Arabia”, una enorme macchinazione di massa volta ad andare verso la guerra a tutti i costi. Un attacco, quella alla Siria, che rischia di far precipitare l’intero Medio Oriente nel caos, scavando peraltro un solco incolmabile tra Mosca e Washington. Proprio la Russia, inascoltata, ha dichiarato che l’Occidente accusa la Siria senza alcuna prova, un film già visto, lo stesso film cui partecipò, tra gli altri Colin Powell, quando mostrò la provetta di presunte armi di distrazione di massa dentro il Congresso americano. Quella provetta si rivelò un clamoroso falso che causò la morte di centinaia di migliaia di iracheni, forse anche per questo Powell nella giornata di oggi ha ammesso di temere più l’opposizione qaedista che Assad. E poco importa che dopo la guerra a Muammar Gheddafi siano spariti magazzini piene di scorte di armi chimiche, i media occidentali hanno accettato in modo prono la versione preconfezionata dalle cancellerie anglo-francesi. Ma evidentemente le forze che spingono verso la guerra sono troppo forti, troppo forti gli interessi in campo, e il rischio di escalation sarà inevitabile, anche perchè Arabia Saudita, Qatar e gli altri paesi del Golfo continuano a fare di tutto per destabilizzare la Siria in chiave anti-iraniana.

Invadere la Siria non sarà come invadere l’Iraq- Vi è però una differenza sostanziale tra la  Baghdad dei bombardamenti della Nato e la Siria di oggi. La Siria non è l’Iraq, viene da due anni e mezzo di guerra civile e Assad è rimasto al suo posto perchè ha saputo legare a sè in modo indissolubile porzioni consistenti della società siriana. Dopo un primo momento in cui effettivamente la rivolta anti-Assad si stava espandendo in tutto il Paese, per reazione alla marea montante di qaedisti in molti sono tornati indietro, accettando di appoggiare Damasco pur di un ritorno alla normalità. Ogni volta che Damasco ha accettato di discutere per i negoziati di pace, i ribelli sono sempre riusciti a sviare, imponendo come precondizione inaccettabile la resa incondizionata degli avversari. Così Assad si è riorganizzato, ha concesso amnistie e riforme democratiche, ha stresso su di sè i siriani spaventati dalla guerra e dall’estremismo islamico, e alla fine ha tenuto al punto che a oggi, come hanno confermato sondaggi diffusi anche dai media americani, circa il 70% dei siriani sarebbe in sintonia con il governo siriano. Damasco possiede un esercito ancora tutto sommato integro, motivato, centinaia di migliaia di effettivi e armi moderne di origine russa. Inoltre, a differenza dell’Iraq, i soldati siriani vengono da due anni e mezzo di guerra vera quindi difficilmente si faranno trovare impreparati da un eventuale conflitto. Infine dato che i cristiani alawiti e i laici si sono tutti stretti intorno a Damasco, è chiaro che se dovessero vincere i gruppi terroristici legati ad Al Qaeda si profilerebbe per loro una carneficina. Ecco perchè molti siriani non si arrenderanno probabilmente nemmeno se la Nato comincerà la sua ennesima, orribile danza di morte.

GB

 

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