vIl totalitarismo democratico e lo spettro che ritorna di KarlTribuno del Popolo
venerdì , 21 luglio 2017
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Il totalitarismo democratico e lo spettro che ritorna di Karl

Il mondo attuale si definisce “democratico” eppure alcune teorie considerate scomode da chi ha in mano il potere decisionale vengono allontanate e dichiarate “sconfitte dalla storia”. E’ il caso del marxismo, relegato a semplice teoria faziosa e obsoleta da un sistema che negando la critica a se stesso spera di diventare inattaccabile.

“Quando cominciai a insegnare economia, le autorità accademiche volevano che Marx non trovasse posto nelle mie lezioni, e all’Università di Sidney fui addirittura licenziato in quanto “militante dell’estrema sinistra”. Ed anche se in realtà non c’è molto marxismo nei miei libri attuali, continuo ad avere la fama di pericoloso marxista (sia pure “irregolare”): non contesto la definizione, perché continuo io stesso a sentirmi un marxista, benché critico”, queste parole le ha dette Yanis Varoufakis, attuale Ministro delle Finanze del governo di Alexis Tsipras in Grecia. Le sue parole ci servono più di altre a far comprendere quello di cui vorremmo parlare ovvero del sistema attuale che ha relegato le teorie marxiste al ruolo di “paria”. Dichiararsi marxisti è diventato quasi un disvalore, quasi un autoescludersi dai tavoli del potere. Chiaramente non è sempre stato così ma negli ultimi vent’anni la demonizzazione totale dell’esperienza comunista nel XX secolo ha sfondato ogni barriera. Solo un ignorante potrebbe allontanare un “marxista” da una università in quanto “estremista di sinistra”, un ignorante oppure qualcuno che Marx lo conosce molto ma molto bene e proprio per questo vorrebbe vederlo seppellito sotto le sabbie della storia. Nel senso comune infatti ormai si è a tal punto fatta strada l’idea che il marxismo sia una corrente di pensiero settaria e obsoleta che probabilmente non è più nemmeno necessario ribadirlo dal momento che gli intellettuali ormai arrivano ad autocensurarsi, come se si vergognassero di fronte alla comunità di riferimento a bollarsi come “marxista”, come se appunto fosse un disvalore. La realtà, almeno ci sembra, è che il potere costituito sia il primo a conoscere il marxismo e, coerentemente, dal momento che il marxismo rappresenta una critica logica e ragionata al capitalismo, lo combattono con ogni mezzo possibile. Questo si traduce in mille conseguenze macro e micro che portano coloro che, ostinatamente, pensano che il marxismo possa essere una chiave di volta per costruire una società più giusta, a diventare dei “paria” settari costretti a vivere ai margini della società, lontano dai processi produttivi che invece i marxisti dovrebbero frequentare e organizzare. Evidentemente, ci vien da dire, coloro che il marxismo vorrebbe combattere conoscono Marx molto meglio di quelli che, a parole, si dichiarano insoddisfatti dello stato di cose presenti. E questo avviene tanto di più nei paesi di cultura anglosassone dove viene respinta in toto la concezione marxista della società classista, ma avviene anche da noi, soprattutto negli ultimi vent’anni. Del resto stranamente nelle facoltà di Economie europee ed americane difficilmente vedremo uscire dei marxisti rampanti e sarebbe persino difficile seguire una lezione di “marxismo”, come se il filosofo di Treviri avesse subito una sorta di “Damnatio Memoriae”. Certo, in molti potrebbero obiettare che mai come oggi Marx è stato studiato, approfondito e rilanciato ad esempio negli Stati Uniti, ma che Marx è quello che gli economisti e i politologi americani hanno rivalutato? Si tratta di un Marx a nostro giudizio depotenziato, diventato dal propugnatore della dittatura del proletariato una sorta di critico moderato del capitalismo che si limita a lanciare un generico appello a una maggiore giustizia sociale e a un ruolo più importante dello Stato. Un “Marx su misura” insomma….

Gb

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