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martedì , 17 ottobre 2017
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Il voto di classe in Italia secondo le indagini sociologiche

Qui di seguito si offre una panoramica delle indagini sociologiche su due tematiche, il voto di classe e il voto degli iscritti al sindacato. Si tratta di questioni importantissime perché i flussi elettorali e le scelte elettorali delle classi permettono di gettare luce sull’azione dei partiti.

Fonte: http://www.marx21.it/italia/quadro-politico/7963-il-voto-di-classe-in-italia-secondo-le-indagini-sociologiche.html

Vogliamo precisare, però, che in questo tipo di analisi le classi sono definite in termini soprattutto sociologici e, quindi, non c’è perfetta identità con ciò che le classi sono dal punto di vista marxista. Ad esempio, spesso si parla non di classe operaia o di lavoratori salariati immediatamente produttivi ma genericamente di dipendenti privati e dipendenti pubblici, all’interno dei quali si ricomprendono varie categorie qualche volta differenti tra di loro. Inoltre, questi studi sebbene si fermino al 2010, delineano una tendenza, che successivamente si è andata accentuando e che è coerente anche con la recente affermazione del Movimento cinque stelle. Ad ogni modo, tali indagini rappresentano una base, a mio parere, molto utile per una analisi di questioni negli ultimi anni poco dibattute in ambito marxista. Colgo l’occasione per suggerire che sarebbe importante riprendere con nuova lena oltre all’analisi della “classe in sé”, cioè dello studio della nuova divisione del lavoro, anche l’analisi della “classe per sé” e, quindi, della produzione e manifestazione della coscienza di classe, abituandosi a farlo anche con l’ausilio di strumenti empirici e dati scientifici.
Classe e voto, permanenza del voto di classe

Sul rapporto tra voto e classe le posizioni che risultano dai diversi studi non sono sempre univoche. Secondo alcuni ricercatori, come Sarti e Vassallo dell’Istituto Cattaneo, negli anni ’70 e ’80 era più alta la possibilità di prevedere il voto di un elettore sulla base delle sue caratteristiche sociali (classe occupazionale, appartenenza religiosa, area geografica). A partire dall’inizio degli anni ’90, ed in particolare con le elezioni del 1994, la correlazione tra queste caratteristiche e il voto si sarebbe indebolita. Questo tipo di ragionamento trae origine soprattutto dal venire meno del Partito comunista, che rappresentava agli occhi dei politologi la massima correlazione tra voto e appartenenza di classe. Con la fine del Pci, la classe operaia, un tempo orientata prevalentemente verso tale partito, ha cominciato a distribuirsi equamente tra centrosinistra e centrodestra, mentre tra la borghesia si è venuta consolidando una componente che vota per il centrosinistra. Si è notato, inoltre, che commercianti e artigiani votano soprattutto per il centrodestra mentre gli occupati dipendenti, soprattutto gli impiegati statali, votano in prevalenza per il centrosinistra. Sebbene le classi e la religione siano meno valide come predittrici del voto, appare, però, con evidenza che gli elettori si muovono con facilità fra i partiti di un medesimo schieramento, ma con maggiore difficoltà tra uno schieramento e l’altro. La causa è stata attribuita alla forte personalizzazione della politica. Per questa ragione ha acquistato importanza, per il conseguimento della vittoria, la capacità dei leader: a) di ampliare le loro coalizioni e includere un largo insieme di partiti; b) di convincere gli astensionisti a votare.

Altri studiosi, come Mannheimer, Diamanti e Bellucci, hanno sostenuto, invece, che proprio con gli anni ’90 l’appartenenza di classe riprende importanza, venendo meno fattori come la religione e l’appartenenza a subculture territoriali. Inoltre, il peggioramento delle condizioni economiche avrebbe accentuato le divisioni di classe, favorendo un maggiore collegamento tra classe e voto. Criticando queste posizioni, Pisati sostiene che la storia del Pci attraversa il passaggio da un basso interclassismo, tra ’53 e ’72, verso un maggiore interclassimo nel periodo della segreteria di Berlinguer. Tuttavia, tra ’73 e ’85, sebbene la quota di impiegati e piccola borghesia che votava Pci aumentasse di ben 10-15 punti percentuali,  la quota di operai che votava Pci aumentò ancora di 7-10 punti, superando il 40% complessivo di tale classe sociale. A metà degli anni ’80, pur a fronte di una diminuzione dei voti per il Pci, che fra gli operai apparve più accentuata, la quota di operai che votava Pci era ancora preponderante (39%), a confronto di quella di altre classi sociali, quali dirigenti e imprenditori (13%), impiegati, insegnanti e tecnici (21%), commercianti e artigiani (26%) e agricoltori (23%). Ad ogni modo, con la fine della Prima repubblica si è avuto un aumento dell’interclassismo in tutti i partiti, che si è accentuato con l’avvento della Seconda repubblica. Dunque, secondo questa posizione, il voto di classe è stato un fenomeno rilevante fino alla metà degli anni ’70, perdendo poi consistenza ed “attualmente manifesta l’intensità più bassa di tutta la storia dell’Italia repubblicana.” Le classi estreme nella gerarchia sociale (borghesia, piccola borghesia agricola e classe operaia) hanno assunto le posizioni dell’elettorato medio.

Forse più interessante risulta l’analisi sul voto di classe di Ballarino, Schadee e Vezzoni, in quanto assume una posizione intermedia. Quella che questi autori dicono essere finita è la cosiddetta “lotta di classe democratica”, ovvero la forma elettorale e parlamentaristica che aveva assunto sin dalla fine dell’800 la lotta di classe guidata dai partiti socialistie socialdemocratici nell’Europa occidentale. Questo modello è risultato più forte nei Paesi scandinavi, dove si è registrata una accentuata identificazione tra voto e classe. Tale identificazione fu meno forte altrove, a causa dell’esistenza di altre fratture sociali, oltre a quella di classe, come quelle religiosa od etnica. In Italia – come già accennato – la presenza di sub-culture politiche territoriali ha avuto una notevole influenza sul voto. Ad ogni modo, secondo questi autori, “l’associazione tra classe e voto in Italia non è affatto sparita, né sta sparendo. (…) Il concetto di classe conta, a dispetto delle mode intellettuali che lo vogliono defunto e inutilizzabile.” La tesi della scomparsa del voto di classe in realtà, da una parte, assolutizza il relativo declino quantitativo della classe operaia manifatturiera. E, dall’altra parte, incorre nell’errore di scambiare come fine del voto di classe un fenomeno diverso, anche se reale.  Questo fenomeno è il declino della capacità di mobilitazione della classe operaia da parte dei partiti che si richiamano al socialismo. In effetti, l’associazione tra classe e voto può continuare a sussistere, pur presentandosi in forme diverse da quelle a cui eravamo abituati.

A conferma di quanto affermato da Ballarino, Schadee e Vezzoni vengono portati i dati sulle ultime elezioni politiche del 2006 e 2008. I sondaggi post elettorali di Itanes delineano una differenza nelle preferenze di voto sulla base della classe/posizione occupazionale. Nelle elezioni del 2006 la Casa delle Libertà (CdL) fu prediletta da imprenditori (67,6% del totale di questo settore sociale) e lavoratori autonomi, come artigiani e commercianti (66,7%), altri lavoratori autonomi (62,5%) e liberi professionisti (60,5%). L’Unione, invece, fu preferita dai lavoratori dipendenti. Tale preferenza appare più marcata fra i dipendenti pubblici, come gli insegnanti (63,8%), gli operai pubblici (62,7%), gli impiegati pubblici esecutivi (60,2%) e di concetto (56,6%). Abbastanza netta a favore dell’Unione fu pure la scelta di voto degli operai privati (58,3%) e dei dirigenti/direttivi privati (54,8%). Gli impiegati di concetto privati, invece, espressero una posizione più favorevole alla CdL (54,8%), mentre quelli esecutivi si dimostrarono leggermente più favorevoli all’Unione (51%).

Tra le elezioni del 2006 e le elezioni del 2008 si nota uno spostamento di voto delle classi/settori sociali. Concentriamo l’attenzione sul settore dei lavoratori dipendenti, che è quello che più ci interessa. Secondo Funcillo, tra le due tornate elettorali, l’orientamento di voto dei dipendenti si ribalta, anche se non in tutti i sottosettori che lo compongono. Nel 2006 il Pdl (inclusa la Lega) aveva il 34,2% del voto dei dipendenti, il Pd (incluso Idv) ne raccoglieva il 38,3%, la sinistra (Prc, PdCI e Verdi) il 13,7% e l’Udc l’8,7%. Nel 2008 il Pdl aumentò la sua quota di 10 punti percentuali, passando al 45,8%, il Pd scese – sebbene di poco – al 36,9%, l’Udc perse 2,4 punti, scendendo al 6,3%, fu invece la sinistra (Sinistra Arcobaleno) che subì un vero e proprio crollo, perdendo 8 punti e scendendo così al 5,4%.

Le perdite maggiori per il Pd e il divario maggiore con il Pdl nelle elezioni del 2008 furono registrate, come prevedibile, nel settore dei lavoratori dipendenti privati. Molto importante poi è che Funcillo rimarchi l’accrescersi dell’area del non votoSono soprattutto i consensi della Sinistra Arcobaleno che si spostano verso quest’area e solo secondariamente verso l’Idv. Nel Nord solo in poche province si suppone la migrazione del voto verso la Lega. Dunque, più che di uno spostamento di voti dei dipendenti dal centro-sinistra al centro-destra, fenomeno che pure è verificato, si ha un ritiro dal voto dei dipendenti.

Tale spostamento di preferenze, tra 2006 e 2008, è confermato da uno studio della rivista della funzione pubblica CGIL, Quale StatoTra i dipendenti privati si registrano le maggiori perdite della Sinistra Arcobaleno, che crolla dal 10,4% all’1,5%, e quelle, sebbene di entità più lieve, del Pd, che passa dal 29,6% al 27,9%. Il Pdl rimane pressoché stabile, mentre è la Lega ad aumentare, salendo dal 6,1% al 9,5%. Tra i dipendenti pubblici, mentre la sinistra arcobaleno crolla dal 13,1% al 5,4%, il Pd sale dal 20,8% al 28,1%. Il Pdl realizza, tra i dipendenti pubblici, un progresso fortissimo, salendo dal 17% al 27%, mentre la Lega cresce dall’1,7% al 3%.  È interessante notare che dipendenti pubblici e privati differiscono molto per quanto riguarda la loro collocazione di voto nel settore Altri partiti/non voto. Mentre dal 2006 al 2008 la percentuale dei dipendenti privati che effettuano questa scelta sale di oltre nove punti, dal 22,1% al 31,3%, quella dei dipendenti pubblici diminuisce di più di dodici punti, dal 37,7% al 25,2%. A proposito di non voto, Salvo Leonardi, ricercatore dell’IRES-CGIL,  ha sottolineato ampiamente come, negli ultimi anni, se c’è stata una frammentazione del voto della classe operaia, si è contemporaneamente stabilita una forte correlazione tra classe operaia (e in generale tra i settori sociali più poveri) e astensionismo. La causa di tale correlazione viene ricondotta alla mancanza, per la classe lavoratrice, “di una propria rappresentanza politica, di ispirazione socialista o socialdemocratica, sufficientemente riferita alle aspettative e ai bisogni dei ceti subalterni.” Anche Feltrin, in una indagine del 2010 sulle intenzioni di voto rileva una difficoltà del mondo operaio a riconoscersi nel Pd e nelle altre liste di sinistra e conferma la preferenza del lavoro autonomo per il centro-destra e del lavoro dipendente pubblico per il centro-sinistra. Tra centro-sinistra e centro-destra c’è una differenza di un punto percentuale, a vantaggio del secondo, nel settore del lavoro dipendente complessivo. Se scorporiamo il dato vediamo però che è di 15 punti a vantaggio del centro-sinistra fra di dipendenti pubblici e di 9 punti a favore del centro-destra fra i lavoratori privati.

Il voto di classe, sebbene ancora esistente in Italia, appare però fortementecondizionato dalla collocazione geografica. Sempre nella ricerca riportata da Feltrin sull’intenzione di voto degli italiani il voto dei lavoratori dipendenti appare estremamente differenziato nelle cinque aree in cui i ricercatori hanno diviso in nostro Paese. Il centro-sinistra prevale sul centro-destra di 21 punti nell’area rossa (Toscana, Umbria, Emilia-Romagna, Marche), di 11 punti al centro (Lazio, Abruzzo, Molise, Sardegna), perde per ben 14 punti al Nord Est e al Nord Ovest e per 3 punti al Sud.

Ci sembra di poter dire che il maggiore punto critico evidenziato dall’analisi del voto e del movimento dei flussi elettorali è costituito dal voto dei lavoratori dipendenti, soprattutto privati, che appare soggetto ad una forte variabilità e frammentazione tra i partiti e a livello territoriale. Possiamo ipotizzare che tale variabilità, almeno per quanto riguarda i lavoratori privati, è da collegarsi ai seguenti fattori: a) l’inesistenza di partiti in grado di rappresentare questo settore adeguatamente; b) la tendenza alla convergenza al centro del sistema politico bipolare e l’affermazione di politiche bipartisan; b)l’indebolimento di riferimenti ideologici tradizionali di classe; c) il verificarsi di continue ristrutturazioni nel settore industriale e nel mercato del lavoro e il conseguente peggioramento delle condizioni di vita di questo settore. Praticamente si riscontra un indebolimento della identificazione di quote di questa classe col sistema politico e dei partiti.

Voto e sindacato

Veniamo ora al rapporto tra voto e iscrizione al sindacato. Secondo la succitata ricerca di Sarti e Vassallo, gli iscritti alle organizzazioni sindacali, pur presentando un grado di identificazione partitica lievemente più elevata rispetto agli altri elettori, seguono la tendenza di voto delle categorie occupazionali di appartenenza.

Nell’Unione (2006) tra i rispettivi votanti la quota di iscritti al sindacato è doppia, 21,7%, rispetto a quella degli elettori CdL, 9,1%. All’interno dell’Unione la quota di votanti iscritti al sindacato èdel 17,6%  per la sinistra radicale e del 23% per Ulivo. L’orientamento prevalente, ma non esclusivo, dei sindacati (CGIL e CISL) è a votare per il centro-sinistra. Secondo la rilevazione Itanes, nel 1996 il 78% degli iscritti CGIL e il 56% degli iscritti CISL votarono per il Centro-sinistra, nel 2001, rispettivamente il 70% e il 49%, e nel 2006 l’82% e il 62%. Come si può osservare in tutte e tre le elezioni la maggioranza dei due sindacati votò per il Centro-sinistra, con la sola eccezione della CISL nel 2001. Inoltre, l’andamento del voto degli iscritti al sindacato tende a seguire quello generale dei lavoratori dipendenti e degli elettori in genere.

Paolo Feltrin dedica due studi al voto degli iscritti al sindacato. Nel primo, del 2006, il politologo parte dal declino registrato nei sindacati dei paesi più industrializzati. Tra 1970-80 e 2003 Il tasso di sindacalizzazione declina in tutti i principali Paesi europeo-occidentali, gli Usa e il Giappone, con l’eccezione della Spagna, che beneficia dell’uscita dal franchismo, e della Scandinavia. In Italia si passa da un tasso di sindacalizzazione del 49,6% del 1980 al 33,7% del 2003. In Germania dal 34,9% del 1980 al 22,6% del 2003. In Francia dal 21,7 del 1970 all’8,3% del 2003. Nel Regno Unito dal 44,8% al 29,3%. Negli Usa dal 23,5% del 1970 al 12,4% del 2003. Secondo Feltrin, le aree di attività principali del sindacato sono quattro: 1) comunità; 2) negoziazione; 3) concertazione e lobbying; 4) azienda di servizi. Il declino del sindacato è dovuto alla difficoltà nel portare avanti le attività inerenti alle prime due aree, offrire una identità collettiva e portare avanti la contrattazione. Per compensare il declino in questi due settori e contrastarlo, il sindacato si sarebbe spostato sempre di più verso l’azione politica e l’offerta di servizi. Il risultato è alquanto bizzarro. Mentre il sindacato perde consensi tra i lavoratori, li aumenta tra i cittadini in generale, grazie al suo focalizzarsi sui rapporti con il sistema politico ed istituzionale in difesa del welfare. In tal modo, il sindacato assume un ruolo di supplenza nei confronti dei partiti, inserendosi nel contemporaneo declino di questi, anche per la loro incapacità di difendere il welfare e il declino della capacità d’acquisto.

Il mutato ruolo del sindacato offre spunti anche alla riflessione sul rapporto tra voto e iscritti, sul quale torneremo più avanti.  Ad ogni modo in tutta Europa il profilo di voto dell’iscritto al sindacato è in linea con quello dei lavoratori dipendenti ed appare sovrapponibile, denotando una maggiore preferenza per i partiti di sinistra. In Francia il Partito socialista (Ps) raccoglie il voto del 38% dei lavoratori dipendenti contro il 24% degli autonomi, mentre l’Ump attrae appena il 21% dei dipendenti e il 40% degli autonomi. Nei due partiti il peso degli iscritti al sindacato fra i votanti è analogo a quello assunto dai dipendenti, il 40% per il Ps e solo il 19 per l’Ump. In Italia (elezioni 2006) l’Ulivo raccoglieva il 56% dei lavoratori dipendenti mentre la CdL il 40%, invece, mentre fra i votanti per l’Ulivo risultava iscritto al sindacato il 55%, era solo il 40% ad essere iscritto al sindacato.

Tuttavia, si è rilevata anche una sensibile attenuazione della relazione tra sindacalizzazione e voto negli ultimi decenni. L’indice di relazione tra CGIL e voti area Pci nel 1987 era r = 0,787, nel 2006 (ovviamente area partiti ex Pci) era r = 0,699. L’indice di relazione tra CISL e voti di area Dc nel 1987 era r = 0,538, nel 2006 era r = 0,514. Sempre dai dati riportati da Feltrin, osserviamo che nel 2006 fra i lavoratori dipendenti iscritti all’insieme dei sindacati il 57% diede il voto al centro-sinistra e il 28% al centro-destra. Interessante è notare che fra gli ex iscritti il divario si riduce: 46% al centro sinistra e 36% al centro-destra, mentre il rapporto si ribalta fra i non iscritti: solo il 37% al centro-sinistra e ben il 46% al centro-destra. Se, però, andiamo a guardare i risultati per singolo sindacato, vediamo che il centro-sinistra è preponderante nella CGIL (70% contro 16%), prevalente nella Uil (48% contro 37%), quasi equivalente al centro-destra nella CISL (42% contro il 40%) e nettamente inferiore al centro-destra negli altri sindacati (39% contro 45%).

Nel 2010 Feltrin ha pubblicato un altro saggio sul voto e gli iscritti al sindacato. L’iscrizione ad un sindacato è stata intesa come espressione di appartenenza ad una specifica subcultura. In effetti, “per la CGIL rimane un forte ancoraggio al voto di appartenenza strettamente legato ad una dimensione identitario-idelogica. Per le altre sigle i confini della dimensione identitario-idelogica sono molto più labili, permettendo sconfinamenti nell’uno o nell’altro campo più o meno accentuati, trascinati da un voto di opinione che accentua la mobilità e la volatilità elettorale.” Solo grazie alla CGIL il centro-sinistra prevale tra i dipendenti pubblici e nella zona rossa. Altrove la situazione è più fluida, condizionata da voto d’opinione e di scambio.

“Nel lungo periodo”, però, Feltrin conferma che “sembra registrarsi, nel complesso, un certo allentamento del legame tra centro sinistra e voto degli iscritti ai sindacati. (…) segno di una de-ideologizzazione delle subculture politiche nel nostro Paese”. Secondo lo studioso la sindacalizzazione oggi spiega meno il comportamento degli stessi elettori di sinistra. Il punto è che le classi sociali non hanno più riferimenti fissi e stabili nel tempo, i loro portatori d’interesse sono diversi, in molti casi trasversali rispetto all’asse sinistra/destra. Gli operai possono passare dal Pd alla Lega, ma ciò non implica il venir meno di una relazione classe-voto, semplicemente viene meno una relazione tra classe operaia e sinistra. Anzi, il passaggio alla Lega di pezzi di classe operaia – secondo Feltrin – potrebbe essere letto come segnale di continuità della frattura di classe nella società.

Ad ogni modo, nelle elezioni politiche del 2008 si confermano i dati del 2006. Tra i lavoratori dipendenti e pensionati iscritti ad un sindacato il centro-sinistra ottiene il 61% e il centro-destra il 39%, mentre tra i non iscritti il rapporto è ribaltato: 44% contro 56%.  Se andiamo a guardare i risultati per singolo sindacato, vediamo che nel 2008 il centro-sinistra è sempre preponderante nella CGIL (78% [di cui 63% a Pd, 6% a sinistra radicale, 5% Idv] contro 22%). Tuttavia, in questa seconda tornata elettorale il centro-sinistra vede peggiorare la sua posizione sia nella CISL che nella Uil. I due poli sono quasi equivalenti nella Uil (51% al centro-sinistra contro 49% al centro-destra), mentre nel 2006 il centro-sinistra prevaleva con un margine di dieci punti. Nella CISL prevale il centro-destra (52% contro il 48%), mentre nel 2006 si registrava una leggera prevalenza del centro-sinistra. Negli altri sindacati è confermata la prevalenza del centro-destra con lo stessa grandezza differenziale che nel 2006 (54% contro 46%).

È importante notare, infine, che anche nel voto degli iscritti al sindacato si notano importanti differenze, già riscontrate nel voto dipendente in generale, tra dipendenti pubblici e privati e soprattutto tra macroaree (Nord Est, Nord Ovest, Zona Rossa, Centro, Mezzogiorno). Fra gli iscritti CGIL, ad esempio, la differenza tra centro-sinistra e centro-destra era nel 2008 di ben 71 punti a favore del primo fra i pubblici e di 42 punti fra i secondi. Anche negli altri sindacati si riscontrano differenze simili, con la parziale eccezione della Uil, che presenta una leggera maggiore prevalenza del centro-sinistra tra i privati. Fra gli “altri sindacati”, il centro sinistra è inferiore al centro destra di 8 punti nei dipendenti pubblici e di 12 punti nei privati. Per quanto riguarda l’articolazione macroregionale, fra gli iscritti CGIL si ha una prevalenza di 79 punti nella Zona Rossa, che però scende a 45 punti nel Nord Ovest a 36 punti nel Sud. Uil e CISL fanno riscontrare una prevalenza del centro-destra, seppure alquanto differenziata,  in tutte le macroaree, tranne che nel Sud.

Conclusioni

Possiamo sintetizzare i risultati delle ricerche condotte negli ultimi anni nei seguenti punti:

- Permane il rapporto tra classe e voto, ma in forme e modalità nuove, che vedono l’affermazione dell’astensionismo;

- Il rapporto tra lavoratori dipendenti, in particolare tra dipendenti privati (classe operaia), e partiti di sinistra si è indebolito;

- Emerge anche un indebolimento del rapporto tra partiti di sinistra e subculture ideologiche tradizionali di riferimento;

- Emerge un indebolimento del rapporto tra voto e sindacato e tra ideologia/senso di appartenenza comunitario e sindacato, visto che il ruolo del sindacato è rivolto meno verso aspetti comunitari e negoziali.

- Permangono e si approfondiscono differenze territoriali che attraversano la frattura di classe.

In senso marxista la classe in sé si determina non per le idee che esprime in base al suo rapporto col capitale e in base alla posizione occupata nella divisione sociale del lavoro. La classe operaia è costituita dai lavoratori,  che svolgono funzioni parziali, esecutive e non dirigenti, e che producono direttamente plusvalore, cioè la cui forza-lavoro si incorpora in merci (materiali o immateriali, manufatti o servizi non importa) vendute per un profitto. Quindi, oltre a figure inquadrate come operai in senso stretto vi possono essere compresi anche lavoratori inquadrati come tecnici ed impiegati. Tra i salariati sfruttati e subordinati all’accumulazione del capitale vi sono poi, sempre più numerosi, quei lavoratori che, pur non incorporando direttamente il loro lavoro in merci, consentono la realizzazione del profitto, come i commessi, i venditori, ecc. Infine, la riconduzione dei lavoratori pubblici ad un trattamento sempre più vicino a quello privatistico e la compressione del loro stipendio rappresenta un modo per ridurre i costi generali di accumulazione e innalzare il profitto medio.

NOTE
1. Simone Sarti e Salvatore Vassallo, Esiste ancora il voto di classe? In Agostino Megale, Lavoro, politica sindacato: come hanno votato i lavoratori alle elezioni del 2006, Ediesse, Roma 2008.

2. Maurizio Pisati, Voto di classe: posizione sociale e preferenze politiche in Italia Il mulino, Bologna 2010.

3. Pisati, op. cit., p. 149.

4. Ballarino, Schadee e Vezzoni, Classe sociale e voto in Italia, 1972-2006. “Rivista italiana di scienza politica” – anno XXXIX, n.2 agosto 2009.

5. Ibidem, p. 266.

6. A. Megale, Op. cit., p. 31.

7. Domenico Funcillo, Politica senza ceti. L’Italia al voto nel 2006 e 2008, Ediesse Roma 2010.

8. Elezioni politiche 2008. Il voto del lavoro dipendente e dei pensionati. Quaderni, 16 – supplemento al n.1/2008 di Quale stato.

9. Salvo Leonardi, Il voto operaio: declino o continuità?, Quaderni di Rassegna Sindacale, n. 4/2006, p. 7.

10. Paolo Feltrin, Le scelte elettorali dell’ultimo quinquennio: voto di classe e voto degli iscritti al sindacato, “Quaderni di rassegna sindacale”, anno XI, n.4 ottobre-dicembre 2010.

11. Cit. in Simone Sarti e Salvatore Vassallo, Op. cit.

12. Paolo Feltrin, Il sindacato tra arene politiche e arene delle relazioni industriali: equilibri instabili o sabbie mobili?, “Quaderni di rassegna sindacale”, n.4 – 2006.

13. Ovviamente la massima correlazione è 1 e la minima o nulla è 0.

14. Paolo Feltrin, Le scelte elettorali dell’ultimo quinquennio: voto di classe e voto degli iscritti al sindacato, “Quaderni di rassegna sindacale”, anno XI, n.4 ottobre-dicembre 2010.

15. Ibidem, p. 102.

16. Ibidem, p. 103.

Domenico Moro

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