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venerdì , 24 marzo 2017
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Ilva. Cinque giorni per spegnere gli impianti

L’Ilva ha 5 giorni di tempo per far cessare ogni attività degli impianti posti sotto sequestro, e se non provvederà saranno i custodi predisposti dalla magistratura a fermare gli impianti. Questo è quanto disposto dalla Procura di Taranto, che ha anticipato l’AIA del ministro dell’ambiente Corrado Clini.

 

tratto da http://oltremedia.weebly.com/

La vicenda Ilva di Taranto è una storia di inquinamento e cattiva gestione ambientale che ormai si protrae da anni, e che lo scorso 25 luglio aveva visto il sequestro dell’area a caldo dello stabilimento, disposto dal Gip Patrizia Todisco.
Arriva ora l’ultimatum della Procura: 5 giorni di tempo per lo spegnimento degli altoforni 1 e 5, la dismissione e la bonifica dell’altoforno 3, il fermo di sette batterie del reparto Cokeria e interventi nel reparto acciaieria. E se l’azienda non darà seguito a quanto disposto dalla Procura, sarà un pool di esperti nominati dai custodi a fermare materialmente gli impianti.

Entro il 17 ottobre è prevista l’Autorizzazione Integrata Ambientale (AIA) del Ministro Corrado Cliniche che conterrà nuove prescrizioni per la fabbrica siderurgica, ma nel frattempo il titolare del dicastero all’ambiente fa osservare che è impossibile spegnere gli apparati entro 5 giorni, quello dell’Ilva di Taranto è un impianto molto complesso, e complesse sono perciò le procedure per fermare il tutto..

«Non c’e’ nulla di nuovo o di sorprendente nella direttiva ultima consegnata all’Ilva rispetto alla nostra linea che e’ nota gia’ da tempo” spiega il procuratore di Taranto, Franco Sebastio «Già nella riunione dell’1 settembre con i custodi e’ stata impartita una direttiva chiara: fermare immediatamente gli impianti per far cessare le emissioni nocive avendo cura di preservare gli impianti dalla distruzione. Nella stessa sede abbiamo anche ribadito che il sequestro non ha facolta’ d’uso a fini produttivi.»

Arriva secco il commento del professor Firrao, docente di metallurgia  al politecnico di Torino: «Chiudere l’altoforno numero 5 che è il più grande e che ha una produzione giornaliera di 11-12 mila tonnellate al giorno, significa che si vuole chiudere la fabbrica». Il docente avverte poi sulle conseguenze dello spegnimento degli impianti, prospettando che per 6 mesi si avrà un inquinamento molto più alto, con aumento del contenuto di cocke ed emissioni nettamente superiori. Inoltre, una volta fermati gli impianti, non sarà più possibile riaccenderli e occorrerà all’incirca un anno e mezzo per riprendere la stessa produzione.
Si sollevano nel frattempo le voci dall’Ilva di Cornigliano, dove l’assemblea dei lavoratori stabilirà se e con quali modalità effettuare una protesta contro la decisione della Procura di Taranto.Non è escluso tuttavia che i lavoratori dello stabilimento genovese già oggi o domani scendano in piazza per esprimere la loro preoccupazione per le ripercussioni sugli impianti di Cornigliano dell’obbligo di chiudere la fabbrica di Taranto.
L’ affaire Ilva sembra dunque arrivato a un punto di svolta: se l’ultimatum della Procura troverà realizzazione potrebbe avviarsi una nuova fase in cui si dovrà pensare a come gestire al meglio l’opera di bonifica delle strutture della fabbrica siderurgica, non dimenticando che sarà altissima la perdita di posti di lavoro, in una regione come la Puglia in cui l’Ilva è stata un esempio riuscito di occupazione e che nella sola provincia di Taranto rappresenta il 75% del prodotto interno lordo. Non è facile giungere a una soluzione che tenga conto di tutte le esigenze in gioco in questa vicenda, da un lato il diritto alla salute, dall’altro il diritto al lavoro, entrambi tutelati dalla Costituzione e perciò parimenti importanti.

di Ileana Alessandra D’Arrisi
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