Immigrazione intraeuropea, ossia quella italiana nel decantato “paradiso” tedesco. Parte IITribuno del Popolo
lunedì , 29 maggio 2017
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Immigrazione intraeuropea, ossia quella italiana nel decantato “paradiso” tedesco. Parte II

Ecco la seconda parte dell’inchiesta di Alex Marsaglia sull’Immigrazione intraeuropea. Se ti sei perso la prima parte non temere, leggila QUI

Come ricordava V. Parlato (curatore assieme a F. De Felice de La Questione Meridionale per gli Editori Riuniti nel 1974) in un corsivo per la Fondazione Pintor il 21 giugno 2013: “E’ con l’unificazione e la moneta unica e l’abbattimento delle barriere doganali che la questione meridionale si apre e si aggrava il degrado del Sud. Ora con l’attuale unificazione dell’Europa siamo al peggio: c’è la moneta unica, tutte le difese doganali sono state abbattute, la libertà di commercio è assoluta e non c’è neppure uno stato unitario che possa fare una politica di riequilibrio. In questo nuovo contesto l’Italia è diventata il Mezzogiorno d’Europa. La questione meridionale siamo noi, Italia e – a peggiorare la situazione – non c’è uno stato europeo che possa progettare una specie di Cassa del Mezzogiorno per il  nostro paese. La questione poi non coinvolge solo l’Italia , ma anche la Grecia, la Spagna, il Portogallo e neppure la Francia se la cava tanto bene”.

I dati occupazionali dell’Europa non lasciano molto spazio ai sogni di gloria se pensiamo che negli ultimi cinque anni Italia, Spagna, Irlanda, Portogallo e Grecia hanno perso 6 milioni di posti di lavoro, mentre la Germania ne ha guadagnati appena 1 milione e mezzo.
Ora se è auspicabile, ma non probabile, che la Germania cambi direzione, è però prevedibile che dalle aree devastate dalla crisi riprenderanno ingenti i movimenti di massa. Questi saranno poi incentivati dal processo di estensione ad Est dell’area di libera circolazione europea, con l’integrazione (sempre più coercitiva) delle aree appartenenti all’ex Unione Societica. Il 2013 ha già fatto registrare in Germania un boom di immigrati, che con un totale di 400mila arrivi hanno toccato un limite che non si raggiungeva dal 1993 epoca della crisi politica nei Balcani, quando in Germania arrivarono 462mila migranti. Questo nonostante le normative europee vigenti impediscano ai migranti che arrivano sulle nostre sponde, ad esempio, di accedere facilmente in Germania e nei paesi più ricchi d’Europa. La composizione nazionale del flusso di migranti in entrata in Germania vede poi nelle prime tre posizioni proprio due paesi dell’Europa dell’est: la Polonia e la Romania e dietro questi direttamente l’Italia. Non è dunque troppo difficile individuare quali potranno essere le direzioni di questi movimenti di massa in uscita dal nostro territorio (e in entrata in Germania, ad esempio).
In riferimento all’Australia di cui parlavo in precedenza, se nell’analisi statistica partiamo dall’anno d’entrata in vigore dell’accordo bilaterale Working Holiday tra Italia e Australia, l’aumento totale è costante, con una crescita che dal 2004-05 al 2012-13 ha superato il +550%(Rapporto Italiani i n Australia p.10).Un rapporto numerico che se non ci dice nulla sull’effettivo insediamento all’estero ci dice molto sulla pressione emigratoria, sui canali governativi aperti e sulla crisi occupazionale che precede il 2008 del crack finanziario e che è quindi configurabile come crisi più profonda e radicata.
Neppure è troppo difficile individuare i settori occupazionali che le economie ospitanti lasceranno ai nuovi arrivati: anche qui è significativa la normativa australiana che sancisce l’obbligatorietà per studenti altamente formati di passare per i campi e le “mine”, se si vuole tentare l’inserimento lavorativo in un’economia comunque saturata nel mercato occupazionale di più alto livello. Restano così disponibili i celebri lavori delle tre D ( dirty, dangerous, demanding: sporchi, pericolosi, gravosi). Del resto nel mondo post-industriale, il lavoro industriale esiste ancora e ha comunque bisogno di quote consistenti di manodopera, ma dev’essere non qualificata, non troppo istruita e soprattutto a “diritti zero”. Concludendo il discorso sull’emigrazione italiana in Germania (tra le mete europee preferite dai migranti italiani, assieme alla Gran Bretagna), possiamo verificare come i tassi di sfruttamento nel terziario siano già a livelli di illegalità (link in inglese dell’inchiesta sulle condizioni di lavoro nel settore turistico-alberghiero tedesco http://www.iuf.org/w/sites/default/files/3222_Kempinski_and_Waldorf_Astoria_should_be_ashamed-e.pdf) e come nel settore secondario avanzato vi sia una sostanziale impermeabilità all’ingresso degli stranieri. L’inserimento nel mondo lavorativo tedesco avviene soprattutto nei settori meno permeabili all’innovazione tecnologica e impossibili da trasferire in paesi a basso costo del lavoro: ristorazione, industria alberghiera, servizi di pulizia, di cura, domestici, edilizia, oppure nel lavoro indipendente vissuto come una sorta di “rifugio dal mercato del lavoro”, tralasciando poi le forme di lavoro coatto sempre più diffuse nel primo settore. Questo scivolamento verso il basso delle fasce proletarie migranti marcia di pari passo con i dati sulla precarizzazione del lavoro che vede proprio nella Germania la campionessa mondiale delle nazioni a più alta richiesta di lavoro precarizzato, infatti, coi suoi circa 300mila lavoratori temporanei che continuano a far ingresso nel paese ogni anno con “permessi di lavoro temporaneo” non si pone neppure il problema di cosa voglia dire essere “cittadino integrato”, ma semplicemente rimanda la questione al discorso economico di chi può “permettersi” l’integrazione. D’altra parte il modello tedesco del lavoratore ospite “Gastarbeiter”aveva già individuato durante il periodo fordista la presenza straniera come “indesiderata” e “non integrabile”. Soltanto per una ristretta élite è previsto il permesso di soggiorno a tempo indeterminato e senza limitazioni, e sono i tecnici altamente qualificati, ossia il “capitale umano”, invece coloro che – come spiegava qualcuno – continuano ad avere come unica risorsa la propria forza-lavoro vedono erosi persino i propri diritti di cittadinanza. La contraddizione del capitale resta la solita a ben vedere: a godere della libertà di circolazione restano solo i capitali, sempre più agglomerati anche nella loro forma aggiornata di “capitale umano”,  mentre il mercato della forza-lavoro, rigonfio per le ridotte capacità di assorbimento di un sistema sempre più iniquo, necessita di essere compartimentato all’interno dei singoli stati mediante politiche di contenimento dei flussi e di controllo che continuano ad essere attive.

Insomma, ribaltando la celebre massima di Max Frisch “Volevamo braccia, sono arrivati uomini” – coniata negli anni della grande migrazione italiana in Svizzera, quando fuori dai locali di Berna si potevano trovare divieti che nulla avevano da invidiare alla Germania del Terzo Reich come «Vietato l’ingresso ai cani e agli italiani» – potremmo dire con maggior enfasi combattiva: “aspettatevi uomini, se volete le loro braccia”. Frisch, da buon borghese umanista, ricordava il “lato umano” della manodopera semplicemente per sollecitare maggiore attenzione all’integrazione, quindi più risorse dal welfare verso chi chiedeva diritti connessi al lavoro subalterno che prestava a salari comunque più bassi della media. Una logica bonaria che si inseriva su di un sostrato utilitaristico, in sostanza.
Oggi non continuare a ragionare nella logica capitalista di chi si aspetta che l’essere umano sia né più né meno che una macchina da lavoro sfruttabile a condizioni sempre peggiori, non solo sarebbe più produttivo per un sistema economico in stallo, ma sarebbe pure meno sciocco per i ceti dominanti che vogliono continuare a mantenere la loro posizione dominante.

Alex Marsaglia

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